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Paninari di Milano: Solo una Moda o un Fenomeno Culturale degli anni 80?

“I paninari sono stati un vero fenomeno sociale, figlio degli anni Ottanta, e come tutte le mode, figlie del loro tempo. E del nostro.”

Timberland ai piedi, jeans Levis 501, cintura El Charro, camicia Armani, giubbotto Moncler, zaino Invicta o borsa Naj Oleari. I paninari sono stati un outfit – costosissimo – che ha segnato una generazione. Sono stati derubricati a moda ma con il senno di poi, i paninari sono stati un vero fenomeno sociale, figlio degli anni Ottanta, e come tutte le mode, figlie del loro tempo. E del nostro. 

Milano, centro città, comitive di ragazzi si radunano il sabato pomeriggio. Di qui quelli di destra, di là quelli di sinistra, ma a volte si incrociano e finisce male. È andata avanti così dai movimenti studenteschi del Sessantotto in avanti quando era la politica a fare da spartiacque. Poi finiscono gli anni di piombo, quelli del terrorismo e della Guerra Fredda e cominciano i meravigliosi anni Ottanta. In America arriva il presidente Reagan in Russia comincia la perestroika e tramontano le vecchie ideologie. In Italia, al governo arrivano i socialisti di Craxi, in tv le reti di Berlusconi, si diffonde il neo liberismo: per la prima volta l’io diventa più importante del noi. In questo panorama, un gruppo di ragazzi decide di allontanarsi dal ritrovo storico della destra in piazza San Babila e di migrare nella vicina piazza Liberty, proprio davanti al bar Al Panino. Se la nascita dei paninari è sospesa fra verità o leggenda, il resto è storia.

Vestiti tutti uguali, rigorosamente di grandi marchi, i rampolli della borghesia milanese cercano una propria nuova identità. Ascoltano musica americana, pop, disimpegnata e ballabile, masticano inglesismi e un proprio slang, scelgono come luogo di ritrovo i primi fast-food italiani come Wendy e Burghy. Con i primi walkman si passano cassette dei Duran Duran, Spandau Ballet e degli Wham!, preferiscono gli hamburger alle lasagne. I paninari sono solo un gruppo di adolescenti ma diventano in breve tempo una moda che veste e investe per una decina d’anni i teen-ager di una nazione. Dietro alle apparenze, c’è di più? Si chiedono tutti per cercare di inquadrarli. Fate parte di qualche partito? Chiedono i cronisti dell’epoca con il microfono in mano, ma nulla da fare, non ci sono risposte, alla politica proprio non ci pensano. Vogliono divertirsi con la company, vestiti firmati, ragazze spitinfie, la moto e la car. Pochi anni prima alla stessa età avrebbero imbracciato le armi per difendere un ideale e costruire un mondo migliore. Ma sono gli anni della “Milano da bere”, degli yuppie, della tv commerciale di Dynasty, di un’Italia che vuole lasciarsi alle spalle il passato ed essere moderna, americana, alla moda. Succede tutto, non a caso, nella capitale economica d’Italia. 

Come per ogni fenomeno è difficile sancirne una data di inizio, o di fine, più semplice individuarne il picco. Correva l’anno 1986: i Pet Shop Boys incidono la canzone Paninaro, dopo una visita nel centro di Milano, esce nelle sale italiane il film Italian Fast Food, il comico Enzo Braschi alla trasmissione tv Drive In ne faceva una parodia. Nelle edicole arrivavano fumetti da titolo Paninaro, Wild Boys e Cucador: i paninari sono ovunque, poi nel giro di due o tre anni finisce tutto, velocemente come era incominciato. Cade il muro di Berlino e poco dopo la politica italiana viene spazzata via da Tangentopoli. 

Milanese classe 1980, sono troppo piccola per aver fatto parte del movimento, abbastanza grande per ricordarmi i giubbotti dell’Avirex alla Top Gun e gli occhiali da sole RayBan, le canzoni alla radio e il gusto nuovo e proibito del Big Burghy. Ero semplicemente lì, come i sociologi dell’epoca che hanno provato a indagare, raccontare, psicanalizzare il fenomeno: troppo attento alle apparenze, privo di ideali. Oggi a 40 anni di distanza nella città dei paninari oggi si beve caffè americano e bubble tea, si guarda Netflix, si mangiano tacos e pokè, si parla solo di call, brief e di schedule. Quello dei paninari è stato l’inizio di una nuova era e non c’è neanche da averne nostalgia. Per chi capisce l’italiano, basta ascoltare Paninaro 2.0 de Il Pagante – gruppo semi serio milanese che mette in scena vizi e virtù di questa città. Dove gli anni Ottanta non sono mai finiti. 

In collaborazione con NSS Magazine