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“Ma Quale Idea?”: Intervista a Pino D’Angiò

“E per cosa ha la passione Pino D’Angiò?

“Per la vita: mi diverte da morire e non si finisce mai di scoprire.”

Parte una musica funk che ti porta immediatamente a muovere il corpo, è un giro inconfondibile. Poi sale sul palco un uomo piuttosto elegante: una mano in tasca e l’altra con la sigaretta accesa, e con l’aria un po’ strafottente racconta una conquista immaginaria, ma il tono è ironico ed è subito un successo planetario. 

“L’ho beccata in discoteca con lo sguardo da serpente
Io mi sono avvicinato, lei già non capiva niente
L’ho guardata, m’ha guardato e mi sono scatenato
Fred Astaire al mio confronto era statico e imbranato
Le ho sparato un bacio in bocca, uno di quelli che schiocca […]”

La musica italiana, così come il cinema, può vantare una lista enorme di classici e un gran numero di cult, ma pochi film e poche canzoni possono far parte di entrambe le categorie come Ma quale idea? di Pino D’Angiò, che nel 1981 ha catapultato l’autore campano sui palchi e nelle radio di tutto il mondo. Un pezzo che ancora oggi si ascolta e si balla, e che accompagna da sempre anche chi negli anni Ottanta non c’era, tipo me. Quel singolo ha scoperchiato un talento vasto e multiforme, che dopo quarant’anni di carriera non ha ancora esaurito la sua creatività, e di cui forse si parla troppo poco. E così ho chiamato Pino D’Angiò e ci siamo fatti una bella chiacchierata.

Io non so come sia successo, non ne ho la minima idea”, mi spiega. “Ho messo a segno dei successi planetari, oltre a Ma quale idea?, che ha dato vita anche a Don’t call me baby dei Madison Avenue, anche The age of love, tutti ballabili e extra italiani. E l’ho fatto con divertimento. Il mio mestiere è un gioco. È come se non avessi mai lavorato in vita mia. Vengo pagato per cose che farei gratis.” 

Fa un certo effetto sentirlo dire da un artista che ha venduto 12 milioni di dischi in tutto il mondo, ha vinto un Grammy – che non ha ancora ritirato, che è stato definito da Billboard l’inventore della musica Trance con The age of love, che è stato uno dei padri del rap europeo, che ha creato uno standard per il funk e l’italo disco.

“Vuoi sapere come è successo tutto questo? Non lo so: è arrivata la vita e m’ha preso per mano. Il successo si chiama così perché succede. Dopo che è arrivato è facile provare a spiegarlo, ma sono chiacchiere.”

Pino D’Angiò ha una storia affascinante, perché non si aspettava il successo che ha avuto, ma neanche di lavorare nel mondo della musica e dello spettacolo. Ha provato la carriera militare, ha studiato medicina, e ha iniziato a esibirsi per gioco mentre studiava a Siena. È lì che viene notato dal produttore Ezio Leoni che lo invita a Milano. Quando finalmente lo va a trovare nel suo studio, Leoni gli chiede di ascoltare i pezzi e sceglie È libero, scusi? che vende solo 3000 copie. Dopo sei mesi Leoni lo richiama per un altro 45 giri, che sarà Ma quale idea?.

“Io non so cosa volessi fare. All’accademia mi hanno cacciato subito per poca attitudine militare e mancanza di rispetto verso i superiori. Poi ho mollato l’università a pochi esami dalla laurea. Ero a un bivio: dovevo scegliere se andare in tournée in Sud America o se dare l’esame di medicina clinica. Come potevo andare dal professore a dirgli cose che in quel momento non mi interessavano? Oggi sarei un dottore qualunque in un ospedale qualsiasi.” 

Poi più avanti ha concluso gli esami e si è laureato, ma proprio non sognava di fare il cantante e neanche gli piace troppo essere definito tale.

“Cantante è l’unico mestiere col participio presente, come discendente, marciante. È un titolo limitante: cantante è chi canta e basta, chi fa solo quello. Lo può fare chiunque, non ci vuole molto, solo un microfono attaccato a un computer.”

Critico, sagace, audace, ma anche profondo. Si sente in brani come Gente intelligente, Perdoni tenente, e in anni più recenti in Italiani, ritratto accurato di un popolo intero. Pino D’Angiò ha raccontato tutto e tutti, ma a modo suo. Anche l’amore: per questo Mina in persona gli ha chiesto un pezzo d’amore che fosse nel suo stile, e lui le ha scritto Ma chi è quello lì, interpretata poi anche da Monica Vitti. Un amore spesso scanzonato ma anche molto intenso, come in Notte d’amore. Il suo animo ribelle lo ha reso unico nel panorama artistico italiano e non solo. Quel tono basso, quel machismo mediterraneo sottilmente deriso, come un Fred Buscaglione che non si prendeva sul serio. In Fammi un panino, nel 1982, D’Angiò cantava:

“Sotto un albero di pere stan piangendo i cantautori,
con i loro cuori affranti, con i loro grandi amori […]”

Una carriera in cui non sono mancate boutade e provocazioni, come lo svenimento a Sanremo nel 1989.

“Io prendo in giro me stesso, prendendo in giro tutti. Ieri come oggi i cantautori erano tutti fissati con l’amore: basta! A me piace raccontare l’amore, ma a modo mio, e mi piace chi si prende poco sul serio. Quando ero ragazzo, facevo casino: movimentavo le serate, raccontavo barzellette. Praticamente ho continuato a fare la stessa cosa. Io ero già così prima della notorietà. Speravo che gli altri ridessero perché mi piace stare in un ambiente allegro. Forse non sono mai cresciuto. Anche ora sto scrivendo un album che fa ridere.”

Un nuovo album, però non di rap.

“Nel rap come lo fanno oggi non si capisce un cavolo, e poi è una cosa che ho già fatto e non voglio diventare la copia di me stesso. Si va avanti. Però mi piace Franco 126, è molto bravo: ho partecipato al suo singolo Scandalo e abbiamo preparato una versione di Gente intelligente in cui cantiamo insieme.”

Pop, funk, rap, e poi la prima passione: il jazz, ma Pino D’Angiò ha anche fatto poesia, teatro, programmi in TV e in radio, come autore e presentatore; parla spagnolo, inglese e francese; è tra i fondatori della Nazionale Italiana Cantanti con cui ha giocato per ventidue anni, ed è stato anche paracadutista. 

“Si vivono tante vite in una sola e non dobbiamo sprecarne nessuna. Il paracadutismo era solo incoscienza: dopo una dozzina di lanci ho smesso. Meglio non sfidare troppo la sorte. A calcio mi sono sempre divertito, ma non ero granché. Giocavo come Mr Magoo! Ho recitato, ma non sono un bravo attore, interpreto me stesso e basta. Il fatto è che sono sempre stato iperattivo. Quelli dell’ufficio stampa a Milano, o dell’ufficio legale, mi vedevano arrivare alle 10:00 di mattina tutto allegro, saltellante, ed erano convinti che facessi uso di cocaina. Ero giovane, facevo un lavoro che mi piaceva. Perché dovevo essere grigio? Ancora oggi mi diverto tantissimo a fare i concerti. Tra l’altro davanti a un pubblico molto giovane. Non me lo sarei mai aspettato: ricordano le mie canzoni meglio di me.”

Negli ultimi anni, il cancro lo ha portato a numerose operazioni, compromettendo la sua voce e la sua carriera.

“Stavo lavorando su Radio 1 e col doppiaggio, e all’improvviso la malattia mi ha fatto ritrovare senza lavoro. Vedi, quando uno sta bene, ha paura di stare male. Ma quando uno sta male, non ha più paura. Di punto in bianco rimani senza voce e devi farci i conti. Però non si dica che ho combattuto contro il tumore, per ora ho avuto la meglio ma contro la malattia non si combatte con l’armatura e la spada, bensì si aspetta: se va bene, bene. Se va male, non ci sei più. E bisogna esserci, a questo mondo. Nonostante tutto, credo che abbiamo un solo dovere in questa vita: essere felici, o quantomeno provarci. Fare le cose che ci fanno stare bene. Solo questo può salvarci. Viviamo una volta sola, mannaggia la miseria, e non ci sono alternative al vivere, tanto vale vivere bene.”

E tu sei felice?

“Mai stato felice nella vita, ma non sono neanche infelice. Secondo me non conosciamo la felicità. Forse è una pace euforica che non ho mai provato, però di certo bisogna allenarsi alla felicità, giorno per giorno. Godere delle piccole cose. La felicità ci passa davanti in ogni momento e bisogna saperla riconoscere.”

Ha viaggiato tanto sin dall’infanzia, per seguire il papà ingegnere, e poi è stato in giro per la sua carriera: Spagna, Stati Uniti, Sud America, Canada, però è sempre tornato in Italia.

“In realtà la mia vita è stata piena di scelte obbligate perché l’alternativa non la potevo scegliere. Io non ho scelto di tornare in Italia, è che proprio non potevo più stare all’estero, non volevo più. Io non ho fatto scelte difficili, ho fatto le uniche cose che potevo fare.” 

E poi il rapporto con la Campania, la sua terra.

“Sono nato a Pompei il 14 agosto del 1952 e a sei anni andavo in giro per gli scavi. Sono cresciuto nella culla dell’archeologia, in un contesto pieno di storia. Ci tengo alle mie radici, ma sono di Pompei, non di Napoli. Napoli è una città stupenda, ma non è valorizzata, merita di più. Poi ho vissuto in Costiera Amalfitana per tanti anni, ma per comodità mi sono spostato a Roma.” 

Una vita piena, di successi – anche di insuccessi, ricorda lui – di gioie, di dolori, ma comunque piena. 

“La vita è fatta in funzione di quanto siamo bravi a saperla vivere. Siamo milioni di palline sparate a vanvera e tutto dipende da dove rimbalziamo. E poi l’importante è avere una passione per qualcosa. Tipo per la musica.”

E per cosa ha la passione Pino D’Angiò?

“Per la vita: mi diverte da morire e non si finisce mai di scoprire.”