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Cosa Ci Ha Insegnato Pompei

La più viva delle città morte

Una volta un amico mi ha chiesto: “Cosa si prova a vivere sotto qualcosa che potrebbe esplodere da un momento all’altro?”.

Sono pugliese d’origine ma napoletana d’adozione: ho scelto di vivere a Napoli, consapevole di quanto questa città sia dolce e amara al tempo stesso. Non contenta o proprio per andare incontro al rischio, mi sono trasferita in un paesino a est della città, proprio ai piedi del Vesuvio.

Sinceramente tutto quello che faccio è godermi la vista meravigliosa che ho la fortuna di possedere dal terrazzo di casa, e anche se a volte penso che sia da pazzi stare qui, me ne frego. Forse è una considerazione che avrebbero fatto anche gli abitanti di Pompei se solo avessero saputo che il Vesuvio non era una qualsiasi montagna, ma un vulcano.

Già, i pompeiani non avevano cognizione e conoscenza del fatto di vivere di fianco a una bomba a orologeria, credevano fosse un monte, ci coltivavano la vite, ci lasciavano pascolare le greggi, ci andavano a caccia. I terremoti più o meno frequenti che si verificavano non erano certo imputati alla futura eruzione che li avrebbe distrutti e seppelliti per quasi 1500 anni.

Testimonianze importanti ci arrivano da Plinio il Giovane, che raccontò all’amico Tacito ciò che accadde, quale spettatore privilegiato presso la dimora dello zio Plinio il Vecchio, ubicata proprio nel golfo di Napoli.

Una nube si levava in alto, ed era di tale forma ed aspetto da non poter essere paragonata a nessun albero meglio che a un pino. Infatti, drizzandosi come su un tronco altissimo, si allargava poi in una specie di ramificazione; e questo perché, suppongo io, sollevata dal vento proprio nel tempo in cui essa si formava, poi, al cedere del vento, abbandonata a sé o vinta dal suo stesso peso, si diffondeva ampiamente per l’aria dissolvendosi a poco a poco, ora candida, ora sordida e macchiata, secondo che portasse con sé terra o cenere. Epistula VI 16

Di certo deve essere stato uno spettacolo bellissimo e terribile, come possiamo intuire dalle sue parole.

Plinio il Giovane definì Pompei “la più viva delle città morte”. Perché?

Visitando le rovine della città non si ha l’impressione di camminare in un luogo fantasma, ma in un posto vivo e vivido, cristallizzato nel tempo, non toccato da esso. La natura dell’eruzione del 79 d.c. è stata di tale violenza e velocità che Pompei non ha potuto difendersi, non ha potuto ribellarsi, e dunque tutto ciò che era è rimasto intatto, come in attesa.

Uno degli aspetti più incredibili della città sono i suoi colori: nonostante siano state sepolte sotto decine di metri di cenere e pomice per migliaia di anni (errore comune è pensare che la causa della fine di Pompei sia stata lava, ma questa non arrivò mai in città) le sue dimore conservano l’allegria e la giovialità del passato, tanto allegra e tanto gioviale che ha persino regalato il nome a una delle tonalità di rosso più belle al mondo, il cosiddetto rosso “pompeiano”. È il colore delle pareti delle case nobili, un pigmento inorganico composto da ossido di ferro, immediatamente riconoscibile dalle sue tonalità profonde, sensuali. Adornava le dimore dei patrizi e in alcune di queste, visitabili tutt’oggi, testimonia la grandezza e la bellezza di cui erano circondati i suoi proprietari.

Si resta attoniti nel visitare la Sala del Triclinio di Villa dei Misteri ad esempio, i cui affreschi sono praticamente perfetti, immersi in uno sfondo rosso che lascia emergere una perizia artistica inarrivabile. Il crollo dell’Impero Romano infatti inghiottirà tali perizie e dovremo attendere l’arrivo del Rinascimento per poter tornare a quegli antichi fasti.

Quanto sarebbe strano per noi, uomini “moderni”, vivere in una casa con le pareti colorate, abbellite da immagini e figure umane che raccontano delle storie, delle trame fantasiose e reali? Cosa abbiamo perso nel corso del tempo e perché ci siamo privati di quella bellezza tanto scontata all’epoca?

Bisogna dire che tali opere d’arte erano quasi appannaggio esclusivo dei facoltosi, come oggi i milionari vivono circondati da dipinti, statue e pezzi d’antiquariato, ma chi ha visitato gli scavi di Pompei sa di cosa parlo: quella sensazione di bellezza perduta, che ci è scivolata dalle dita e che si percepisce in ogni angolo della città, pare un ospite che ci accompagna nel cammino, che ci sussurra “guarda com’ero bella, guarda quanto sono stata sfortunata, ma non tutto è perduto perché il tempo mi ha preservata.

È a questo che si riferisce Plinio il Giovane quando descrive Pompei come “la più viva delle città morte”: per quanto sia delicata e in rovina, non è però priva d’anima. Tra l’altro non è ancora emersa del tutto, restano nascosti ancora ettari ed ettari di meraviglie in attesa di essere riportate alla luce.

Di notevole importanza sono anche le rovine di Ercolano, città colpita poco dopo Pompei, e gli scavi archeologici di Stabia e Oplontis. Due le domus simbolo di queste ultime località, rispettivamente Villa San Marco e la Villa di Poppea, esempi dello sfarzo, della ricchezza e del gusto sopraffino dei potenti dell’epoca. Spesso si sente dire che la maestria del passato non si potrà eguagliare mai più e visitando siti tanto ricchi e maestosi fa davvero pensare che queste parole abbiano un fondo di verità.

Cosa ci hanno trasmetto Pompei e la sua tragica fine? In qualche modo ci suggerisce di cogliere l’attimo, di gioire della ricchezza del presente, senza lasciarsi prendere dalla paura del futuro che può nascondere dei pericoli che non possiamo prevedere.

Dopo aver visitato Pompeii più volte, ed aver vissuto ai piedi del Vesuvio ho capito che è impossibile fare i conti con la bellezza e la caducità del tempo. Ho scelto di vivere in un luogo ricco di storia: può essere complicato e caotico ma è ricco di ispirazione, panorami mozzafiato e vitalità.

Forse è questo ciò che mi affascina: posso vivere ancora una volta un’epoca ormai scomparsa. Solo nelle rovine della città, in quei 44 chilometri quadrati patrimonio mondiale UNESCO dal 1997, questa antica bellezza perdura orgogliosamente.

“Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor nè fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra”.

Giacomo Leopardi