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Le Signore di Burraco

“[…] cala un silenzio assordante in tutta la sala, non fiata nessuno e io [….] mi sento sopraffatta da una tensione ingestibile.”

Che sia la sera della vigilia, d’estate sotto l’ombrellone o la domenica in famiglia, le carte sono sempre lì, raggruppate in un mazzo leggermente consumato dagli anni, pronto per essere mescolato e distribuito.

C’è una cosa che però bisogna sapere di questo nostro bellissimo passatempo: appena sarà iniziata la partita, non ci sarà nessuna pietà. Tutti diventeranno competitivi come non mai e, nel giro di pochi secondi, quelli che prima erano amici e familiari adesso sono abili avversari dei quali non ci si deve mai fidare. Il burraco è un gioco che prevede l’uso di due mazzi di carte francesi, per un totale di 40 carte; solitamente ci sono 4 giocatori che formano due squadre e si affrontano in coppie, ma volendo si può giocare anche singolarmente e non c’è un numero obbligatorio di partecipanti. L’obiettivo del gioco è quello di creare dal proprio mazzo, delle scale o dei tris da buttare sul tavolo e quindi ottenere il punteggio più alto e farlo prima degli avversari.

Devo essere sincera, dopo essere cresciuta a suon di Scala40, Scopa e Briscola, credevo di aver visto tutto. Finché, una domenica di inizio primavera, decido di accompagnare la mia amica Marta e sua nonna Lucia a questo apparentemente innocuo torneo di burraco. 

Entriamo così in un tendone del Parco Shuster, quartiere San Paolo a Roma sud. Qui si riuniscono mensilmente degli anziani agguerritissimi e pronti a tutto pur di vincere il primo premio: un coscio di prosciutto, una bottiglia di vino e un grande pezzo di parmigiano.

Arrivata in questo grande spazio, vedo già disposti dei tavoli con sopra un mazzo di carte pronto all’uso. Prima di entrare è necessario formare la propria piccola squadra e quindi segnarsi in coppia con un’altra persona. Solo dopo aver registrato i nomi di tutti può essere fatta l’estrazione per definire le coppie sfidanti: metà delle coppie sono fisse a un tavolo e non si alzano mai da questo, l’altra metà sono itineranti e quindi alla fine di ogni manche devono spostarsi al tavolo con il numero successivo a quello in cui si trovano. 

Un signore dall’espressione buffa è il moderatore di tutto il torneo ed è lui che si occupa di annunciare la disposizione delle coppie. Ha gli occhi vispi ma si muove molto lentamente, e queste due cose rendono impossibile ipotizzare la sua età: o è un giovane che sembra vecchio, o un vecchio che dimostra meno anni. Non gli chiedo nulla e continuo ad osservarlo con curiosità.

Comincia a chiamare i tavoli e le persone che ci si devono sedere: “Tavolo 3 – Fiammetta e Marcello” e ancora “tavolo 11 – Paola e Natalino”; nomi che si usavano un tempo, ormai non più comuni tra le ultime generazioni. Tutte le coppie si mettono al posto che gli è stato assegnato, alcuni brontolano e altri ancora chiedono di nuovo dove devono andare. Ci vuole un po’ prima che tutti siano seduti e pronti a giocare. 

Osservo con indiscrezione le persone presenti, le loro espressioni e i loro gesti. Qualcuno fa il segno della croce, qualcun altro compie un piccolo gesto di scaramanzia e c’è chi ha invece dei veri e propri riti, quasi a sfogare tutta la pressione accumulata.

C’è disordine, molto rumore e un vociare che fa venire il mal di testa. Si sente agitazione nell’aria, fermento. In pochissimi ridono, ma tutti hanno una gran voglia di dire la sua sull’organizzazione o sulla scomodità delle sedie di quest’anno.

Dal fondo della sala, lì dove c’è il tavolo del signore che modera il torneo, la voce di un’altra organizzatrice si fa largo e supera il vociare generale: “Silenzio, il torneo sta per cominciare!”. Tutti i tavoli iniziano a mischiare i mazzi e successivamente distribuiscono le carte, che però rimangono sempre girate e nessuno le può ancora vedere.

Poi lui si fa avanti: “allora, al mio via. Girate le carte, via!”.

In quell’esatto momento, come per incanto, tutto il chiasso e il chiacchiericcio si interrompono di colpo: cala un silenzio assordante in tutta la sala, non fiata nessuno e io, che sono solo una semplice osservatrice, mi sento sopraffatta da una tensione ingestibile.

Sono seduta al fianco della mia amica Marta, poco più dietro rispetto alla sua sedia. Lei gioca in coppia con la nonna che le sta seduta difronte, e ai due lati hanno la coppia avversaria: marito e moglie che hanno preso molto sul serio il gioco, anche troppo. Dopo le prime mani Marta e la nonna iniziano a fare molti punti e passano in vantaggio, i due avversari forse innervositi (e un po’ rosiconi) cominciano a inveire contro di loro sostenendo che stiano barando. La scena è surreale, la loro aggressività mi lascia senza parole.

Questo torneo è ovviamente partito con il piede sbagliato, ma per fortuna gli sfidanti incontrati dopo sono più pacifici. La prima manche viene vinta da Marta e Nonna Lucia, che fiere si spostano per andarsi a sedere nel tavolo con il numero successivo. Tra una manche e l’altra ci sono 10-15 minuti di pausa per andare in bagno, rinfrescarsi o semplicemente riprendere fiato dall’ansia di quegli attimi di gioco. 

Si ricomincia. Parte il via e di nuovo il silenzio assordante fa da sovrano. Non vola neanche un moscerino, nessuno si concede una battuta: occhi fissi sulle carte e sugli avversari. Un grande timer infondo alla sala segna il countdown di ogni manche, e così i minuti passano pesanti. Di nuovo, finiscono le partite si cambia tavolo e si riparte con un’altra sfida, a ogni giro le coppie accumulano un tot di punti che segnano prontamente sul blocchetto offerto dall’organizzazione. Così per un paio d’ore, finché non arriva il momento clou: ogni squadra fa la somma di tutti i punteggi raggiunti e viene fatta una prima selezione in cui si sfidano i finalisti, ovvero quelli che hanno ottenuto il numero più alto.

Per smorzare la tensione prima dell’ultimo giro, viene giustamente offerta della pizza al taglio e qualche birra. Tutto è molto ben organizzato, ovviamente quando si tratta di cibo non ci facciamo parlare dietro. Vengono fatti tanti piattini con pezzi di pizza diversi: margherita, diavola, crostino, fiori di zucca e alici. 

Per un po’ ci si dimentica della competizione e si fa merenda sulle panchine all’esterno. Il sole sta tramontando e la temperatura è perfettamente mite; una signora ci inizia a raccontare del suo grande amore, un’altra invece continua a portarci piattini stracolmi di pizza, nel caso non ne avessimo mangiata abbastanza. Proprio sul più bello, quando il clima è sereno e conviviale, una voce dall’interno ci riporta alla realtà: “tutti dentro! Si riprende”. 

In un attimo siamo già lì, di nuovo l’uno contro l’altro. Vengono annunciate le coppie con i punteggi più alti che senza fiatare si siedono al tavolo assegnato. Parte il via e la tensione è alle stelle, sembra di assistere a uno di quei tornei olimpionici in cui nessun si muove per evitare di far deconcentrare i giocatori. Sono minuti intensi in cui i campioni della giornata si sfidano fra di loro, e se all’inizio abbiamo sfortunatamente incontrato solo una coppia molto agguerrita, adesso lo sono tutti quanti, senza distinzioni.

Scocca l’ultimo secondo dell’ultima manche e il signore dall’età incerta dichiara ufficialmente concluso il torneo, chiedendo ai partecipanti di consegnare i fogli con sopra riportati i punteggi delle squadre. Pochi secondi e intorno a lui c’è la ressa: il silenzio di qualche istante prima è ormai un ricordo, ora sono tutti lì a lamentarsi degli avversari o a raccontare la loro ultima mano.

L’organizzatore li invita ad uscire così da permettergli di concentrarsi, contare i vari risultati e decretare la vittoria. Il chiacchiericcio ora è fortissimo e l’agitazione rende tutti più iperattivi e logorroici. Poi la voce, sempre la sua, alla quale ormai mi sono un po’ affezionata, chiede nuovamente silenzio. Abbiamo i nomi dei vincitori. 

“Primi: Iolanda e Francesca!” applausi, brusio e premi che vengono ritirati. Le prime arrivate chiedono di essere fotografate con la ricompensa in mano: dei cesti ricolmi di prelibatezze e ricoperti da una plastica in pieno stile anni ’90.

Tra gli sconfitti qualcuno fa espressioni un po’ contrariate, forse credevano di avere la vittoria in pugno. C’è poi chi, come Nonna Lucia, si dimentica di tutto e corre a congratularsi, offrendo un abbraccio e qualche risata. 

Con una pacata e armonica andatura si dirigono tutti verso l’uscita del tendone. Chi si tiene sotto braccio, chi per mano e chi si sfiora con le spalle. Si sentono soddisfatti di questo pomeriggio intenso, pieno di emozioni e momenti da ricordare. 

Oltrepassata la porta fuori è già buio, sono le 8 di sera di una domenica diversa dalle altre.

I partecipanti si sono già dileguati, “è proprio ora di andare, sennò chi prepara la cena?” ha detto un signore.

Io sono tra gli ultimi ad uscire. Mi volto un’ultima volta verso quella sala ormai silenziosa e svuotata di tutto ciò che avevo visto entrando lì quattro ore prima. Nel corso del pomeriggio ho pensato spesso ai miei nonni, forse se glielo avessi proposto non ci sarebbe mai venuti a questo torneo, ma mi sarebbe piaciuto tornare a casa poterglielo raccontare.

Le luci si spengono e sento addosso un affettuoso ricordo. È come se avessi vinto.