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Donne Al Volante

“Abbinare il pericolo costante con una donna al volante è il fragile appiglio di chi non riesce a staccarsi dai vecchi stereotipi.”

Semaforo verde, si stacca la frizione e riparte il motore a pieni giri. 

Si muove l’auto in prima fila, e c’è spazio solo per un colpo di clacson da qualcuno che è indietro e ha fretta. Quell’intervallo di tempo potrebbe essere l’esempio pratico del millisecondo. La fila riparte e qualche mano si alza a spettinare l’aria in modo spazientito. Che sia sul selciato bagnato di Milano, sui sampietrini di Roma, o all’ombra del Vesuvio, ciò che accomuna il traffico italiano è la convinzione radicata che quella lenta ripartenza, quella curva svoltata all’ultimo secondo senza l’avviso della freccia luminosa, quella andatura irregolare siano colpa dello stesso tipo di guidatore. Non importa se giovane o di mezza età: se c’è una Lei alla guida, è sempre meglio stare alla larga. 

Donne al volante, pericolo costante. Questo è il motto che si tramanda da decenni, basato sull’antica convinzione secondo cui le donne siano meno esperte di automobili e quindi di guida. Soggetti insidiosi, peggiori anche dei “vecchi col cappello”, noti per l’andamento molto lento e solitamente al centro della carreggiata.

Forse perché le automobili sono storicamente roba da uomini, come molte altre cose, o semplicemente perché la donna non può essere autonoma di spostarsi dove vuole e deve essere portata in giro per un mal riposto senso di cavalleria. Una convinzione che oggi stride, ma che a pensarci bene strideva anche in passato, quando gli anziani di oggi imparavano dai loro padri che non c’è da stare tranquilli quando una donna siede al posto di guida.

Negli anni 50 del boom economico, una donna italiana si mette al volante. Non di una Fiat 500 con cui le famiglie vanno in vacanza, ma di una monoposto da corsa per quattro Gran Premi del neonato Campionato mondiale di Formula 1. La chiamano “Pilotino”, un affettuoso nomignolo da cui traspare la considerazione di cui godeva ai box. Non sorprende, visto il periodo. A 32 anni, Maria Teresa de Filippis è la prima donna a qualificarsi per una gara nella massima divisione dell’automobilismo e lo fa sul circuito di Montecarlo, già il più glamour, nel 1958, prima delle modifiche strutturali che lo hanno reso meno rischioso. Ed è anche la prima pilota a completare una gara. Risultati non di poco conto se consideriamo quali erano le conquiste delle donne italiane negli anni Cinquanta. Correre su una bomba a quattro ruote ad altissime velocità, in quegli anni più di oggi, richiedeva qualcosa in più del coraggio. Coraggio che non poteva mancare a chi, dieci anni prima, aveva debuttato nel mondo delle corse alla Targa Florio, la storica competizione per le strade montuose delle Madonie, in Sicilia, dove le auto passavano a pochi centimetri dal pubblico e dalle abitazioni, senza alcuna barriera di sicurezza. Maria Teresa de Filippis vi partecipò in tre edizioni, e corse due volte la Mille Miglia.

Quindi non è vero che certi brividi per la velocità fanno distinzione di genere. Lo sanno bene i genitori di Ada Pace, che hanno provato in tutti i modi a tenerla lontana dalle competizioni al volante. Non sta bene che una ragazza, per giunta nubile, partecipi alle corse, notoriamente ambiente poco raffinato, frequentato da soli meccanici e piloti. Inizia a farsi notare correndo su una Vespa alla fine degli anni Quaranta, ma è alla Torino-San Remo del 1951 che vince la prima gara automobilistica con la sorpresa di organizzatori e rivali. La mamma la accompagna alla premiazione – un mazzo di fiori come trofeo – ed è il primo di una serie di successi che infastidiscono non poco i signori piloti che nei primi anni 60 rifiutano addirittura di salire sul podio con lei. Di tutta risposta, Ada Pace decide di scrivere Sayonara sul retro della sua vettura, per salutare beffardamente tutti quelli che avrebbero subito un suo sorpasso.

Stimata da personaggi come Enzo Ferrari e i fratelli Maserati, si ritira a metà anni Sessanta, con undici titoli al volante e tre sulle due ruote.

In Italia si discute sul divorzio, e i luoghi comuni sulle strade continuano a non trovare corrispettivo in pista, perché un’altra donna arriva in Formula 1. Sono gli anni Settanta dei grandi campioni e delle incredibili rivalità, del Circus internazionale già simile a come lo conosciamo oggi; sono gli anni delle battaglie tra Niki Lauda, James Hunt, Emerson Fittipaldi, Jochen Mass. Lella Lombardi è tra loro. Guida da quando era una ragazzina, e per arrivare nel circo dei grandi ha scalato tutte le categorie minori, senza sconti. In meno di dieci anni passa dai kart alla Formula 1, togliendosi alcune soddisfazioni in Formula 3, in Formula Ford e in Formula 850. Nel 1975 partecipa a dodici gare su quattordici previste dal calendario correndo sia per la Williams che soprattutto per la March del team Lavazza, formando una combinazione pilota/sponsor incredibilmente italiana. È ancora oggi la prima e unica donna ad aver concluso una gara di Formula 1 piazzandosi in zona punti, trovandosi in sesta posizione al GP di Spagna nel momento in cui viene sospesa la gara. Si alterna tra F1 e World Sportscar Championship, per chiudere la carriera nel Campionato Europeo Turismo. La passione di Lella Lombardi è inesauribile e, per scardinare definitivamente gli stereotipi italiani della donna fragile in tema di motori, fonda una sua scuderia, la Lombardi Autosport, di cui diventa team manager. 

L’ultima donna italiana a correre in Formula 1 è Giovanna Amati, per la scuderia Brabham ormai sul viale del tramonto. Figlia di Giovanni, “Re del cinema” di Roma, non aveva certo bisogno di trovare la fortuna in giro, tantomeno di cercarla dietro a un volante da corsa. Eppure, la passione l’ha portata lontano, passando per tutte le categorie minori, facendola transitare in F1 per la stagione 1992 e consentendole di continuare a ruote coperte fino al ritiro nel nuovo millennio. Le soffiò il posto nella massima divisione il figlio d’arte Damon Hill, che divenne poi campione del mondo nel 1996. Quindi non proprio uno qualunque.

Abbinare il pericolo costante con una donna al volante è il fragile appiglio di chi non riesce a staccarsi dai vecchi stereotipi. Le donne pilota sono solo un pretesto, seppur valido, per sottolineare l’infondatezza del proverbio, per scardinarlo dal comune pensiero anche se ormai si tratta quasi esclusivamente di una battuta dal gusto retro. Oggi che le distanze sono colmate e il contrasto con la cultura contemporanea si fa più lieve, ci sono sempre più donne guidatrici e pilota italiane e in tante categorie diverse. Da Valentina Albanese, vincitrice del Campionato Italiano Turismo Endurance nel 2015 e oggi motorsport manager, a Carlotta Fedeli; da Michela Cerruti, prima donna a vincere nella Superstars Series, e prima donna a correre nella neonata Formula E, a Vicky Piria e Tamara Molinaro, pilota rally; da Nives Arvetti e Elena Zaniol, specialiste del drift, alla “Iron Dame” Manuela Gostner.

Quindi, quando una donna è al volante, l’unico pericolo costante è quello di scivolare nella banalità.

Semaforo verde, si stacca la frizione e riparte il motore a pieni giri. 

Si muove l’auto in prima fila, e alla guida c’è una donna italiana.