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Domenica è Calcio: la Partita di Pallone

“Perché per gli italiani la partita di pallone è qualcosa di irrinunciabile, come la pasta a tavola.”

A casa dei miei ho scoperto un cassetto pieno di piccole vecchie radio tascabili. Ne ho poi trovato uno identico a casa di mia nonna, quando l’abbiamo svuotata. Mi sono tornate in mente le foto di famiglia in cui non mancavano mai, con quel design inconsapevolmente vintage, spesso circondate da un gruppo di persone attente, di ogni età e con la mano a conchetta vicino all’orecchio. Ho ricordato i pomeriggi di metà anni Novanta in cui ancora venivano utilizzate. Me le portavo dietro da bambino nelle gite domenicali per lo stesso motivo per cui se le portavano tutti: per seguire la partita di pallone. 

La messa, il pranzo e la partita sono i tre pilastri attorno a cui è stata costruita la domenica italiana. Tre momenti di aggregazione distanziati di un paio d’ore l’uno dall’altro: prima il dovere, poi la necessità e infine il piacere. Anche se potrebbe sembrare eccessivo chiamarlo piacere, per tutte le volte che una sconfitta nel pomeriggio ci ha mandato di traverso la pasta al forno e, con quella, tutto il fine settimana. 

Quelle radioline hanno creato spesso attriti tra le coppie, con signori a passeggio più presi dalla radiocronaca che dalla compagnia femminile, ma quantomeno non hanno fisicamente sottratto alle famiglie alcuni componenti che altrimenti avrebbero passato la domenica allo stadio o a casa davanti alla televisione. Lo cantava Rita Pavone, che rimproverava al compagno di lasciarla sola, preferendole il calcio; lo ha ritratto amaramente Dino Risi nell’episodio Che vitaccia! ne I mostri, con Vittorio Gassman nei panni di un padre di famiglia indigente che spende quel poco che ha per andare allo stadio; ce lo ha ribadito Alberto Sordi nelle memorabili scene di Il marito e di Io so che tu sai che io so.

Perché per gli italiani la partita di pallone è qualcosa di irrinunciabile, come la pasta a tavola.

Non importa se al pesto o al ragù, purché ci sia. Così il calcio: che sia allo stadio, come era in origine, o con l’alternativa della radiocronaca, è sempre stato un appuntamento fisso. Poi è arrivato in TV per tenere comodamente in poltrona e pantofole migliaia di tifosi, spalancando le porte ad una maggiore condivisione con le persone più care, una consuetudine che si è consolidata soprattutto grazie alle partite degli Azzurri. Amici e famiglie intere davanti davanti allo schermo, pronti a tifare ed eventualmente a festeggiare in strada. E poi gli Europei e i Mondiali hanno sempre regalato momenti indimenticabili nel bene e nel male, anche soltanto per il gusto di seguire i grandi campioni nelle loro rispettive nazionali. Ce lo ha raccontato dolcemente Paolo Sorrentino in È stata la mano di Dio, con gli Schisa al completo rapiti dall’Argentina di Maradona, sulle terrazze di Napoli.

Non c’è un’indicazione geografica tipica, come per il vino. Il culto della partita non ha zone di competenza specifiche, ma ha sempre riunito tutti all’interno di un’unica, grande sfera di cuoio, da Nord a Sud, dalla campagna alle grandi città, dalle montagne al mare. Chi poteva, andava allo stadio fino a che non è stato più comodo seguire le partite dal televisore. Si pranzava in casa, e poi si scendeva al bar, fino a che il richiamo della famiglia non si faceva troppo insistente per essere ignorato. A quel punto arrivava in aiuto la radio tascabile.

Ma come tutti i totem culturali, anche i tifosi hanno dovuto fare i conti con la modernità di un settore, economico più che sportivo, che nel giro di pochi anni sarebbe cresciuto a dismisura. Il primo perno a cedere fu l’orario delle partite: dopo più di mezzo secolo di fischio d’inizio nel primo pomeriggio della domenica, nacque il posticipo. Era il 1993 dei grandi cambiamenti, con l’Italia politica in subbuglio e con i diritti televisivi che diventavano sempre più protagonisti dello sport. Era solo il primo sconvolgimento di una lunga serie che ha portato nel febbraio 2021 al primo turno di Serie A in cui nessuna partita è stata giocata in contemporanea, con tanti orari spezzettati tra il pomeriggio del venerdì e la sera del lunedì. Per gli anziani è stato un oltraggio. Chissà cosa avrebbero detto i miei nonni, abituati ad arrivare alla cena domenicale con la classifica già completamente aggiornata. Non era evidentemente più possibile seguire in radio tutto il calcio minuto per minuto, come facevo da bambino quando i miei mi portavano in giro la domenica pomeriggio. Non sono mai stati due grandi tifosi, ma in macchina ascoltavamo in diretta la radiocronaca, che partiva subito dopo l’iconica sigla con il tema di A taste of Honey, di Herb Albert & the Tijuana Brass. Poi, quando si passeggiava, avevo con me la fidata radio tascabile. Si viveva l’emozione del giro dai campi, il format con cui la Rai gestiva gli eventi calcistici in diretta. Spesso un cronista veniva interrotto dal jingle che annunciava un gol in un altro stadio. Ricordo nitidamente le sensazioni nei secondi prima che l’inviato prendesse la linea per aggiornarci sul risultato della partita; attimi in cui speravo arrivassero notizie dalla mia squadra del cuore ma – attenzione! – in quel caso potevano anche aver segnato gli avversari. Era un’altalena tra il sollievo e la delusione su cui oscillavo di volta in volta, di domenica in domenica. 

Col mondo connesso, è stata la partita di pallone a venirci incontro. Sarebbero impazziti i nostri nonni, ma anche i nostri genitori intrappolati nelle pay-TV, se avessero avuto a disposizione tutti i match in diretta in pochi tocchi sullo schermo, e se avessero potuto guardarli in spiaggia, a un matrimonio, in viaggio, ovunque. Gli orari del nuovo calcio potranno anche risultare scomodi, o sembrare un ostacolo alla condivisione, ma i nuovi mezzi consentono maggiore accesso. Certo, tolgono un po’ di romanticismo, ma seguire le partite fa parte della cultura italiana e non sarà un orario spezzettato a minare questa tradizione. In fin dei conti, sono cambiati anche gli orari della messa, e il pranzo della domenica è stato spesso sostituito dal brunch all’americana. Alcune forme possono cambiare nel tempo, ma i contenuti rimangono gli stessi: le noccioline allo stadio hanno ancora lo stesso sapore di quando mio nonno portò mio padre in tribuna a inizio anni Cinquanta, e lo stesso di quando poi lui ha portato me quarant’anni dopo. Vedere per la prima volta il prato verde dal vivo, percepirlo così immenso mentre si salgono le gradinate, sarà sempre un’emozione condivisa dai bambini di ogni epoca; così come lo sarà il riunirsi davanti allo schermo con amici e parenti, esultando per un gol o cercando di tirarsi su dopo una sconfitta. La radiocronaca ci accompagna ancora, specialmente quando siamo alla guida; e – senza connessione – abbiamo ancora oggi il fantozziano ardore di chiedere agli sconosciuti “Chi ha fatto palo?”. Perché ci piace così, e non possiamo farne a meno. 

Che poi è talmente bello chiamarla come si faceva una volta: la partita di pallone, versione più semplice e popolana della partita di calcio, un nome di battesimo tramandato di generazione in generazione e ormai così scontato da essere stato definitivamente abbreviato in partita. Siamo in Italia, è domenica. Se stiamo andando a vedere una partita, può soltanto che essere di pallone. Allora armiamoci di connessioni, radio, TV, o andiamocene allo stadio, e vediamola con la compagnia migliore.