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La Mitologia del Vino: Dove, Quando, Perché

Miti, leggende e proverbi sul vino e la loro origine

A noi italiani piace mangiare, è risaputo. Ci piace pensare, sognare e parlare di cibo mentre mangiamo. La stessa cosa vale per il vino. Lo veneriamo, lo adoriamo, come 

figli non consapevoli, o forse sì, di retaggi antichissimi, mitologici, che si perdono quasi nella leggenda. Si dice a chi non piace il vino, il Signore faccia mancar l’acqua e noi prendiamo sul serio questo proverbio. Lo stesso Orazio affermava nessuna poesia scritta da bevitori d’acqua può piacere o vivere a lungo. Per non parlare di Baudelaire, forse il più illustre dei viveur, che sospettava di chi rifiutava il piacere di un buon bicchiere, perché colpevole di nascondere chissà quali segreti. E nonostante i francesi dicano l’acqua è per i birbanti, il diluvio lo provò, Dio, ad un certo punto, ha dovuto perdonarci perché molti dei personaggi biblici finiscono per ubriacarsi allegramente e senza timori di punizioni celesti.

Di ubriachezza, si sa, è maestro anche Dioniso, considerato dalla mitologia greca e romana (in quest’ultimo caso diventa Bacco, dal latino bacchius, a sua volta dal greco bàkchos che si traduce con “strepitare, fare chiasso”, da qui baccano e baccanale) il deus maximus del vino e della viticoltura. Mal visto da principio da tutti gli altri suoi parenti divini, di sgradevole aspetto e di licenziosi costumi, insegna agli uomini l’arte della vinificazione e questo non va bene, no, perché vino pazzo che suole spingere anche l’uomo molto saggio a intonare una canzone, e a ridere di gusto, e lo manda su a danzare, e lascia sfuggire qualche parola che era meglio tacere (Omero). Tutto il divertimento per gli uomini dunque, un po’ come insegna la storia di quel pover’uomo di Prometeo che aveva osato regalarci il fuoco e che ora, forse, è condannato al tormento per l’eternità.

Dioniso però, furbo, alla fine si fa voler bene: narra leggenda che un bel giorno gli Dei arrivino a Napoli e, colpiti dalla bellezza del luogo, decidano di fare una scampagnata sul Vesuvio. Gli abitanti del luogo, per omaggiare gli illustri ospiti, li rimpinzano di cibo saporito, salato, pepato, come da buona tradizione napoletana. Tutto bellissimo, ma a un certo punto gli Dei hanno una terribile sete ed è qui che entra in scena quel furbacchione di Dioniso: innaffia tutto con il suo famoso vino e piace così tanto, ma così tanto ai suoi parenti, che viene perdonato e reintegrato nel club dell’Olimpo. Quel cibo così saporito, così salato e così pepato altro non era che una montagna di taralli sugna e pepe ed è per questo che pare sia nato il proverbio finire a tarallucci e vino.

Dunque, Dioniso, nato semidio, figlio di Zeus e dell’umana Semele, viene promosso a divinità in tutto e per tutto grazie a questa geniale invenzione.

Ma da dove nasce il mito? Pare che, viaggiando viaggiando, avesse sentito di una fanciulla bellissima abbandonata su un’isola e avesse deciso di salvarla. Tale fanciulla non era altro che la famosa Arianna, principessa di Creta, la stessa che aiutò Teseo ad uscire vivo dal labirinto del Minotauro donandogli un gomitolo di lana (il proverbiale “filo di Arianna”). Successivamente i due fuggirono, ma Teseo inspiegabilmente, e questo ci fa pensare che una parte del mito sia andata perduta, decise di abbandonarla sull’isola di Nasso (per questo motivo, quando si dice piantare in asso si commettere un errore: la forma corretta sarebbe piantare in Nasso). Ad un certo punto, sull’isola fece la sua comparsa trionfale Dioniso che non solo sposò Arianna, la quale diventò sua moglie e paredra, ma trovò anche una pianta che non aveva mai visto: la vite. Incuriosito, decise di prenderne dei rami, di conservarla e portarla con sé: durante il viaggio quella crebbe, fiorendo in bellissimi grappoli d’uva. Una volta spremuti per caso, Dioniso inventò il vino come lo conosciamo oggi, come bevanda. In questo caso, ancora una volta la fortuna è stata dalla sua parte: non solo ha avuto la botte piena, ma anche la moglie ubriaca, o no?

Dall’Antica Grecia poi, sulle cui tavole e altari il vino fu eletto nettare degli Dei, la coltivazione della vite si espanse in tutto il Mediterraneo e l’Europa, a partire dalla Sicilia. In realtà, il vino consumato a quei tempi non ci risulterebbe affatto familiare: era piuttosto dolce, alcolico e andava a male in fretta. Furono i romani, successivamente, ad affinarne le tecniche di conservazione e a captarne il valore economico.

I latini infatti dicevano vinum vita est, il vino è vita: veniva usato per festeggiare le vittorie in guerra e durante i riti propiziatori, i banchetti matrimoniali, le cerimonie religiose, i funerali importanti; era consuetudine regalare vino ai vincitori di battaglie o particolari imprese, si pasteggiava con il vino discutendo di filosofia, di politica, di poesia, oppure, volendo guardare anche il rovescio della medaglia, il vino veniva considerato colpevole di omicidi, stermini, vendette passionali, basti pensare a Ulisse che ubriacò Polifemo con l’intento di intontirlo e ingannarlo o i Proci per ucciderli tutti. 

Non si dice forse bacco, tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere?

Eh già, perché spesso vino e donne vanno di pari passo. Scomodando le antiche scritture, è la Vergine Maria che ordina a Gesù di tramutare l’acqua in vino alle Nozze di Cana. Perché? Cosa rappresenta questo primissimo miracolo? Perché il vino, anche nella tradizione cattolica cristiana, è simbolo di vita, prosperità, abbondanza e buoni presagi. D’altra parte, cos’è un matrimonio senza vino? 

Un incontro scoordinato di persone che festeggiano senza l’ospite d’onore.

Giammai preferire l’acqua! A Napoli si recita ll’acqua fa male e ‘o vino fa cantà, l’acqua fa male e il vino fa cantare, e se proprio non è possibile, se er vino nu lo reggi, l’uva magnatela a chicchi. Roma docet.

Di diverse intenzioni si fa portatrice Circe che offre a Ulisse e ai suoi compagni di avventure del vino dolce, opportunamente mescolato a droghe, per stordirli e trasformarli in porci. E senza abbandonarlo, anche un’altra delle sue fiamme pareva essere raffinata estimatrice di vino: la ninfa Calipso era regina dell’isola di Ogigia, su cui lui rimase ospite e prigioniero per sette anni, isola che si stendeva vigorosa con i suoi tralci intorno alla grotta profonda la vite domestica: era tutta carica di grappoli. (Odissea V, 68-69) 

Donna e vino ubriaca il grande e il piccolino. E grande, come Ulisse, era anche Oloferne, decapitato da Giuditta dopo averlo visto ubriaco di vino a un banchetto. 

Terribile il destino allora di chi soccombe e diventa schiavo di uno o dell’altra o, peggio, di entrambi, ma cosa possiamo farci? Lo abbiamo detto all’inizio, siamo italiani, e lo diceva anche uno che italiano non era, ma qualcosa di bellezza ne capiva, il sommo Goethe: una donna e un bicchiere di vino soddisfano ogni bisogno, chi non beve e non bacia è peggio che morto.

Ci piace crogiolarci nel piacere, amiamo quel dolce far niente di cui siamo diventati ambasciatori nel mondo, spesso con un bicchiere di vino in mano: l’immagine di un patrizio romano su un triclinio con un grappolo d’uva tra le dita sembra essere diretta rappresentazione di ciò che abbiamo ereditato, delle tradizioni che ci hanno trasmesso.

Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia. E noi lo sappiamo. Le nostre tavole possono essere imbandite con ogni ben di Dio, ma se manca il vino, e gli amici, manca il divertimento, manca la poesia. 

Siamo o non siamo d’altronde un paese di santi, poeti e naviganti? Ma soprattutto di scaramantici: guai a versare del vino con la mano sinistra, alla “traditora” come Giuda durante l’ultima cena. Se però dovesse rovesciarsi sul tavolo, allora tutto bene, perché porta fortuna e si risolve con due vanitose gocce dietro le orecchie.

E poi abbiamo un proverbio per qualsiasi cosa, perché dovrebbe mancare proprio il vino? Se ne fanno portavoce i detti popolari, i versi raffinati dei poeti, le credenze antiche, i miti moderni, la musica, l’arte, la pittura, come non ricordare il meraviglioso “Bacco” di Caravaggio o i componimenti che Baudelaire gli dedicò? È ora di ubriacarsi. Ubriacatevi, per non essere gli schiavi martirizzati dal tempo. Ubriacatevi in continuazione, di vino, di poesia, di virtù, come volete diceva.

Non sarà più tempo di venerare divinità su altari pagani come facevano i greci o i romani, ma non è forse la stessa cosa quando mettiamo a tavola una bottiglia di vino? Un gesto antico, ancestrale, che ci parla di avventure con una lingua universale, che unisce e aggrega, eleva lo spirito e l’umore, tira fuori il meglio e il peggio, il sopito e il non detto.

Perché, in fondo lo sappiamo tutti, piaccia o non piaccia: in vino veritas.

 

Amo sulla tavola, quando si conversa, la luce di una bottiglia di intelligente vino”. 

Pablo Neruda