Food

Una Ricetta, Mille Nomi Diversi

Frittelle mangiate per strada nell’Antica Roma o accompagnamento dolce per i pomeriggi tra i reali e la nobiltà a Casa Savoia? Le chiacchiere, o bugie o cenci o ancora gale, hanno una storia che profuma di secoli e che porta lontano nel tempo, quasi a perdersi tra leggende, segreti tramandati dalle nonne e ricettari scritti da buongustai. Sono le protagoniste indiscusse del Carnevale, che siano fritte o al forno, lisce, alla ricotta o al cioccolato, nella loro semplicità raccontano molto di più: la storia italiana, le sue feste popolari, gli usi e i costumi che, come spesso accade nello stivaletto, prima di tutto si portano in tavola. 

Il legame delle chiacchiere con i giorni di Carnevale viene determinato da molti storici per le somiglianze con le frictilia, delle semplici e deliziose frittelle a base di farina e uova spesso immerse nel miele e distribuite alla folla che si riversava per le strade della città durante le feste dei Saturnalia, durante le quali semel in anno licet insanire (una volta l’anno è lecito far follie). Queste celebrazioni appartenevano alle usanze dell’Antica Roma, quando a fine dicembre in concomitanza con il solstizio d’inverno, ricchi, poveri, schiavi e liberi si lasciavano andare a grandi divertimenti. Un vero e proprio inno all’evasione, tanto che era concesso il travestimento da un ceto sociale all’altro, anche se per poche ore. Solo nel tardo Medioevo poi, la festa fu spostata in prossimità dell’equinozio di primavera diventando così il Carnevale di oggi. Le prime parole sulle frictilia sono state scritte da Marco Gavio Apicio nel suo “De Re Coquinaria”, una raccolta di ricette di cucina romana che egli scrisse nel I secolo d.C. 400 grammi di farina, 3 uova, 50 grammi di burro, 70 di zucchero. Un’aggiunta di vino bianco le rendeva croccanti e leggermente gonfie. Oggi c’è chi aggiunge del Marsala, chi tre cucchiai di limoncello, chi del Vin Santo o della grappa, fatto sta che la ricetta così semplice e dagli ingredienti poveri, ha fatto in modo che rimanesse praticamente invariata nei secoli e che ancora oggi ne vengano preparate in grandissime quantità. 

Come ogni storia che trova le sue radici in secoli lontani, anche quella delle chiacchiere ha almeno una seconda versione, questa volta legata maggiormente al nome oltre che agli ingredienti. Abbandonata l’Antica Roma, si viaggia fino alla fine dell’800, quando l’Italia era una monarchia, per arrivare in Campania, proprio in Casa Savoia. Protagonista di nuovo, sembrerebbe essere la Regina Margherita che, desiderosa di gustare qualcosa di dolce mentre si intratteneva con i propri ospiti, chiese al cuoco di corte Raffaele Esposito (lo stesso della pizza margherita) di preparare qualcosa di dolce da servire. Ecco nate le chiacchiere, che presero questo nome in omaggio alla circostanza in cui erano state inventate e servite per la prima volta.

Oggi, che lo strutto delle frictilia ha lasciato il posto all’olio di semi, la cottura è passata a quella più leggera al forno, e non bisogna essere alla corte reale per gustarle, ne rimane tutta la magia, così come la bontà di un dolce che ha accompagnato l’Italia in tutti i suoi secoli di storia e cucina.

CURIOSITÁ
Cenci in Toscana, frappe a Roma, galani in Veneto, cròstoli in Friuli. Il nome delle chiacchiere varia da regione a regione e a volte da città a città. In Piemonte vengono chiamate bugie o risòle, in Liguria ugualmente bugie o in dialetto genovese boxie. In Lombardia sono dette gale, gali o lattughe in provincia di Mantova. In Toscana si conoscono anche come struffoli o crogetti. In Emilia Romagna si chiamano rosoni o
sfrappole, ma in provincia di Ferrara diventano cróstoli, così come in Trentino. A Venezia le chiamano galani. Spostandosi a Sud le chiacchiere diventano frappe in Lazio e sfrappe nelle Marche, cioffe in Abruzzo, cunchielli in Molise, guanti in Calabria e maraviglias in Sardegna.

RICETTA