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Una Profonda Connessione Con La Mia Sicilia

“Cosa è voluto dire affezionarsi ad un luogo, sentirlo e riconoscerlo proprio senza avere alcun legame particolare con esso.”

Trovo sia un tema meraviglioso, quello delle isole. In questi ultimi tempi di isolamento forzato e pandemia, ancor di più. 

Isole grandi, oppure piccole. Vicine o lontane. La dimensione isolana e isolata, è la prediletta di molti di noi.

Il paradosso, personalmente, è che pur vivendo in una grande città, dove sono nata a cresciuta, metropoli da molti agognata, sognata, ambita, mecca per il mondo della moda, della finanza, della musica o dell’arte, piena di tutto, di tanto, di gente e relazioni, ecco, nonostante tutto ciò, io in città spesso mi sento sola. Quasi invisibile. 

In città sembra quasi prosperi l’isolamento sociale. Mentre al contrario le comunità isolane sono fatte sempre più di legami, interdipendenza. E strette connessioni umane.

C’è una frase del noto scrittore siciliano contemporaneo Camilleri, che recita così:

“Arriva un momento nel quale t’adduni, t’accorgi che la tua vita è cangiata. Fatti impercettibili si sono accumulati fino a determinare la svolta. O macari fatti ben visibili, di cui però non hai calcolato la portata, le conseguenze.”

Ecco. Per me approdare in Sicilia, nella Valle del Belice nel 2008, a 28 anni, è stato uno di quei momenti. Mi sono “svegliata” in un luogo dove tutto sembrava eccezionalmente speciale. Semplice. Eppure, di un fascino irresistibile. 

Un luogo che vedevo per la prima volta, e che riconoscevo come se fosse casa.

Il primo anno, munita di macchina fotografica, volevo catturare ogni cosa, dettagli e istanti, perché quello che per un siciliano è normalità e quotidianità, agli occhi di uno straniero o forestiero è una sorta di rivelazione! 

Mai avevo visto prima distese di grano, vigneti e ulivi così immense. Contrasti cromatici, come in un dipinto di Hopper. Blu e Giallo su tutti. Luce. Abbacinante.

Piante aromatiche selvatiche e alberi da frutto, e tantissimi piccoli babbaluceddi (chioccioline) arrampicati su esili fili di erba, in ogni dove.

Il riposo dello sguardo.

Mai avevo visto gigli di mare sulle dune di sabbia; o tanti vecchietti fuori dai bar in attesa di godersi lo spettacolo dello struscio di paese; mai avevo partecipato a delle “arrostute” di carne e sarde così gioiose e goduriose.

Tutto per me diventava a poco a poco memorabile: il rosmarino e l’origano lasciati ad essiccare al sole; gli abbracci dati così forte che anziché dolere, sembrava mi aggiustassero, tanto erano pieni di amore; “i robbi stinnuti”, colorati e profumati al sole; le scorpacciate di arancine e “pane e panelle” durante le feste di Paese; le alivi scacciati e cunzati come benvenuto appena arrivata a casa della zia; la signorilità di certe case distrutte e abbandonate, il canto delle cicale e il silenzio assordanti che in campagna tutto avvolgono

Mai ero stata così felice, a contatto con le semplici cose.

La Sicilia e’ uno stato d’animo. Un sentimento.

Un luogo dove la frittura della melanzana è pratica quotidiana, il cibo sacro, così come la siesta pomeridiana.

Quel luogo dove acchiappi il finocchietto selvático al volo dall’automobile in corsa, per usarlo dopo 10 minuti in cucina e dove i vecchietti del bar si zittiscono appena vedono entrare uno “straniero”.

Dove la decadenza di certi palazzi, Paesi o vecchi villaggi nasconde sempre Bellezze segrete.

Dove il cielo sembra più stellato che altrove e dove le mezze porzioni o il concetto di “dieta leggera” non rientrano affatto nel vocabolario del luogo. Dove una delle frasi d’affetto più gettonate è senza dubbio “manciasti?” 

La Sicilia è donna. Profuma di buono.

E’ maestosa, selvática e SALVATICA.

Ma che ne sanno del vuoto che ti lascia partire, penso ogni volta. Il ritorno a casa: questo è il momento più delicato, quando lascio la “mia Sicilia”.

Per giorni il magone e il pianto accompagnano mio figlio. E un po’ anche me. Come spiegare a un bimbo piccolo, che piange in modo disperato, il significato della nostalgia? Lo stesso bimbo che guardandoti dritto negli occhi ti chiede: “Mamma quando è che divento grande, che i grandi capiscono? Perché piango!?” 

Non sono ancora mai riuscita a dirgli la verità: cioè che più cresci e più è un gran casino. C’è una malinconia che nasce dalla grandezza, ed è prerogativa della grandezza recare grande felicità.

La Sicilia è la mia Isola. Sono tredici anni che la raggiungo per respirare silenzio e nutrirmi di bellezza e nel lasciarla, mi emoziono ogni volta di più. 

Amo il calore che le persone emanano, il colore che tutto invade, e il suo rumore, fatto soprattutto di voci e di famiglie allargate dove i cugini e gli amici, sono come fratelli.

Questa terra mi emoziona e rapisce le viscere. 

Chiunque l’abbia vista, almeno una volta nella vita, può sapere e capire a cosa mi riferisco. La Sicilia è un luogo unico. E forse, permettetemi di dirlo, uno dei più belli del Mondo.

Tuttavia non si può spiegare ciò che ognuno di noi sente a contatto con essa:

C’è chi non la sopporta e se ne va. Lasciando la famiglia e le proprie radici, per far fortuna altrove.

Chi pur amandola, è costretto ad andare via, magari per seguire un amore lontano, per farne però ritorno appena possibile.

E poi c’è chi vi è nato, qui rimane, la ama e fa di tutto per renderla un luogo migliore.

Rispettandola e custodendola.

Non ho mai conosciuto nessuno così legato alla propria terra come i siciliani. Legato a lei con odio e amore. Ma in modo forte e potente. Come tutti i grandi amori che si rispettino.

La Mia Sicilia è un luogo dove anche in mezzo al nulla, non mi sento mai sola.