Travel /
Lazio /
Rome /
Culture /
Lifestyle

Roma in Agosto

“Roma ad agosto è un’altra città, cambia pur rimanendo immobile; è sempre lei, ma è diversa.”

 

“Caro diario, c’è una cosa che mi piace fare più di tutte” e poi, con un delicato cambio di scena, compare lui: un uomo in sella ad una Vespa con indosso un casco bianco e un sorriso compiaciuto. Le strade sono deserte e Roma appare nella sua veste più seducente, è estate.

Inizia così Caro Diario, il film autobiografico di Nanni Moretti che nell’anno della mia nascita- 1994 -veniva premiato a Cannes per la migliore regia. La prima volta che vidi questo film avevo quindici anni e forse ero troppo piccola per capirne l’arte e il genio; ma quello “splendido quarantenne” beffardo e totalmente libero non me lo levai più dalla testa, mi aveva lasciato uno squarcio viscerale. Mi rivedevo in Nanni, nella sua espressione, nel suo beato godimento intellettuale ed emotivo. Ad un certo punto iniziai anche ad imitarlo: tornando a casa allungavo un po’ il tragitto e mi godevo la guida in sella al mio Scarabeo 50. Mi immaginavo di essere lui, guidavo allargando le braccia e lasciando che le spalle cadessero morbide, le ginocchia le rilassavo verso l’esterno e mi concedevo una seduta comoda ma composta, con la schiena leggermente curva, quanto basta per sentirsi rilassati. Mi guardavo intorno come faceva lui, e come lui mi concedevo il lusso di pensare. Riflettevo su quello che era successo poco prima o immaginavo le mie vacanze estive; a volte facevo pensieri profondi, altre volte ripetevo all’infinito la stessa parola fino a che non perdesse di significato e mi apparisse nuova.

Ad un certo punto guidare il motorino non era solo pratico, ma era anche emozionante, pieno, consolatorio, poetico. Ricordo che per andare a scuola passavo tutte le mattine al Pincio, una via da dove si ha una vista mozzafiato sui tetti di Roma. Alle 7.45 superavo la scalinata di piazza di Spagna, andavo ancora un po’ più avanti fino al punto più alto della salita, rallentavo, giravo lo sguardo a sinistra e vedevo Roma nella sua aura più bella. C’era una leggera brina che sfocava le sagome dei palazzi e delle cupole, la luce del sole era ancora fredda e delicata. Solitamente in quel breve pezzo di strada non c’era mai nessuno, era come una zona franca in una città sommersa da impegni e aperture di uffici: lì sopra ogni cosa era estemporanea, privata. In estate sentivo qualche cicala, dei clacson in lontananza e altri rumori indefiniti di una città che, nata stanca, si risvegliava. Quello però era il mio momento, pochi secondi al giorno, i miei preferiti.

Ma quanto è bella Roma? Quanto è bello girare in estate per le sue strade deserte? Il lungotevere vuoto, le vie alberate con poche macchine parcheggiate ai lati, un brusio cittadino spaventosamente leggero, moderato. Roma ad agosto è un’altra città, cambia pur rimanendo immobile; è sempre lei, ma è diversa. 

Il film continua e mentre Nanni vaga per i rioni, la sua voce fuori campo ci mostra i pensieri genuini che, uno dopo l’altro, vengono fuori senza alcun senso logico: “La cosa che mi piace più di tutte è vedere le case, vedere i quartieri. […] Non mi piace vedere le case solo dall’esterno, mi piace anche vedere come sono fatte dentro. […] Andando in vespa mi piace anche fermarmi a guardare gli attici dove mi piacerebbe abitare, mi immagino di ristrutturare gli appartamenti che vedo dalla strada, anche se i proprietari non hanno nessuna intenzione di venderli.” Poi Nanni passa sul ponte di Corso Francia e continua: “Non lo so, non riesco a capire, sarò malato ma io amo questo ponte. Ci devo passare almeno due volte al giorno”. 

Queste parole, semplici frasi, constatazioni o espressioni di una banale riflessione, sono una freccia che ci trafigge tutti: sono i nostri pensieri messi in un film, è quello che diciamo a noi stessi quando siamo sul nostro motorino, nel caldo torrido di inizio agosto, quando l’afa ci toglie il respiro ma la vista ci toglie il fiato.

Girare con il motorino per una Roma deserta significa dissociarsi, vuol dire far oziare la testa; è come evadere dalla frenesia pur rimanendoci dentro. Ci viene sempre più difficile fermarci a pensare, nessuno si siede più su una panchina o sul terrazzo di casa ad osservare le cose che succedono. Ma quando le giornate si allungano, quando la temperatura è abbastanza calda da poter uscire con le gambe scoperte, quando sono le 8 di sera e quel vento leggero che supera il parabrezza del tuo motorino ti avvolge leggero, sei sul tuo pianeta. Roma diventa un universo inesplorato e tu sei nel bel mezzo di una spedizione introspettiva, liberatoria; come una meditazione, solo più scenografica.

La temperatura esterna si fonde perfettamente con la brezza che ti arriva in viso, la città è quasi fantasma e mai come in quel momento senti che Roma ti appartiene, tanto quanto tu appartieni a lei.

Percepisci un brusio naturale del vento che soffia sugli alberi, di qualche tortora che dice la sua, del Tevere che scroscia. Non c’è traffico, non sei distratto da una macchina che ti vuole sorpassare o da un ragazzo che attraversa con il rosso. Non sei in ritardo per qualcosa e non hai la pressione di innumerevoli faccende da sbrigare entro la fine della giornata – e se ce le hai, non te ne curi.

Oggi è il 31 luglio, domani è il mio compleanno e agosto è già arrivato, al telegiornale hanno detto che Roma sta per affrontare il weekend più caldo dell’estate. La maggior parte dei romani è già in vacanza, chi in villeggiatura e chi a far festa in qualche isola piena di musica e altre cose divertenti. Io sono sul lungotevere in sella al mio Sh 125, certo non romantico come una vespa, ma comunque un fedele compagno di viaggio. 

Sono le sette e mezza di sera e l’atmosfera è rilassata, distesa, equilibrata. Tutto è al posto giusto, ogni cosa appare estremamente naturale e la grande Roma, la maestosa città eterna, sembra essere un piccolo paesino. Mi fa pensare ad uno di quei centri abitati di poche anime, una di quelle cittadine “dimenticate da Dio” di cui nessuno ricorda il nome. Forse è questo il fascino di Roma in estate: per un paio di mesi l’anno cessa di essere la Grande Bellezza, e torna felice nelle vesti di un normale agglomerato urbano. Nessuna aspettativa su di lei, nessuna pressione. C’è molto silenzio. Di tanto in tanto spunta un motorino, lo senti da lontano che arriva. Il rumore si fa quasi fastidioso man mano che si avvicina. Poi ti passa davanti e dopo pochi secondi è già lontano, l’eco della sua presenza è sempre più flebile e in un attimo lo hai già dimenticato. 

Mentre passano fiacche le ore, inoperosi i giorni, io sul mio motorino compaio e scompaio negli sguardi di quei pochi altri romani rimasti in città. Percorro le strade deserte e vengo dimenticata nella risonanza distante del mio passaggio. Torna così la sinfonia silente di una grande città in piena estate, che torpida si riposa.