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Puglia: Nostalgie Della Terra Natia

(Ciò che ami ma che non hai amato)

Non sono mai stata affezionata alla mia terra da piccola, anzi speravo di fuggire il prima possibile. A tutti quelli che spontaneamente potrebbero protestare dicendo Eh, ma come fai a dirlo? Tu sei pugliese, la Puglia è il paradiso in terra! io rispondo che non hanno mai conosciuto la Puglia vera.

Ultimamente ho notato, e faccio io stessa un mea culpa per questo, che va di moda una narrazione piuttosto superficiale dei luoghi e dei territori, soggetti alle mode e al turismo “pronto-consumo” imposto dai social. Questo non vuole essere un articolo demonizzante, ma il discorso deve partire da un assunto fondamentale e necessario, quello che può dimostrare solo chi, da quella terra ammirata e instagrammata da tutti, è andato via.

In apertura ho usato il termine “fuggire” di proposito. Quale figlia dei tardi anni ’80 posso dire che in Puglia all’epoca non ci fosse molto da fare, soprattutto in un paesino piccolo e ottuso come il mio. Facile proclamarsi orgogliosi di una città come Lecce o Polignano, andare fieri di un pezzo di mare cristallino e vantarsi con gli amici fuori regione di quello spot lì, di quell’hidden treasure qui.

Dove sono nata io non c’era alcuna chicca: c’erano tradizione, domeniche lente, quattro gatti che conoscevano vita, morte e miracoli della tua famiglia, un sacco di chiese – persino un santuario – e distese d’ulivo e grano a perdita d’occhio. Bello per certi versi, no? ma per i caratteri più irrequieti e vivaci, quella bellezza rappresentava una prigione.

È quello che è successo a me. E vorrei poter dire che la causa fu un’educazione illuminata da parte dei miei genitori, tale da giustificare la sofferenza provata in adolescenza, ma la verità è che mio fratello, senza pescare esempi troppo lontani, adora tutto della nostra terra, adora l’accoglienza ruffiana, gli spazi stretti, il comfort del conosciuto, i legami con gli amici di sempre, la sicurezza di non doversi mai ritrovare un giorno a chiedersi ma io che ci faccio qui?.

Dunque nel mio caso non è stata una questione di educazione, ma solamente di attitudine personale: su una linea immaginaria che a un capo mette “casa” e all’altro mette “mondo”, io ho sempre desiderato andare nel mondo, col risultato che per molto tempo non ho potuto chiamare casa alcun luogo. Sarà carattere o predisposizioni, fatto sta che la Puglia, detto in poche parole, mi stava stretta.

Raccontare il Sud non è facile. Si va incontro a mille luoghi comuni, a narrazioni sterili e senza sostanza, che scalfiscono a malapena la ricchezza, le contraddizioni e l’asprezza che questa terra nasconde. Perché sì, non è tutto festival e glamour e non esiste solo il mare.

Spesso, anzi quasi sempre, quando dico di essere pugliese la gente mi guarda come se stessi confessando di essere milionaria e nella maggior parte dei casi la parola “pugliese” viene associata automaticamente a “località di mare”.

Vi faccio un piccolo spoiler: la Puglia è costituita da più di 800 chilometri di coste, ma questi chilometri sono solo la scorza del melone, come piace dire a me. Nelle zone interne vi è un mondo che del mare non sa che farsene e di cui sente solo parlare. È proprio il caso del mio paesino, sperduto nel cuore del Gargano, quasi fagocitato da una foresta dal nome che è tutto un programma, la “Foresta Umbra”. Ora ditemi, quanti di voi sapevano che in Puglia ci fosse una rigogliosa foresta? Scommetto in pochi. Quanti di voi l’hanno mai vista sui social? Forse il numero si riduce ancora.

Parlare e scrivere della Puglia è difficile. È un pezzo di terra nudo, antico e selvaggio, fatto da case di calce bianca e vecchie con i fazzoletti neri in testa, di rintocchi di campanili e giornate lente, ma lente per davvero, estranee a quell’accezione che tanto richiama il famoso “slow tourism” di cui si parla ultimamente. La lentezza di cui parlo io è torpore, è scoperta di volersene andare e contemporaneamente non sapere dove, e quindi si resta fermi.

La mia infanzia e l’adolescenza sono state scandite da alcune tradizioni a cui ora guardo con affetto, ma che all’epoca mi relegavano ancora di più nella tristezza: la passata di pomodoro fatta in casa, la domenica mattina a messa – per obbligo, sia mai che si dicesse di no – la vendemmia in campagna e il sapore delle mandorle amare colte direttamente dagli alberi, le vacanze a Vieste, in quei villaggi turistici in cui mi annoiavo a morte, e poi i chilometri macinati ogni giorno che andare a scuola, dall’altra parte del paese, le canzoncine di Ognissanti e i gelati al chiosco che era il ritrovo di tutti i ragazzini.

Io sognavo luoghi in cui non mi conoscesse nessuno, in cui potessi vestirmi come mi pareva senza essere fissata o malgiudicata, in cui potessi fumare liberamente per strada, o farmi una birra, o qualsiasi altra cosa del tutto normale come andare a una mostra o a teatro, e smettere di guardare quelle distese d’oro giallo domandandomi cosa ci fosse al di là.

Quando finalmente me ne sono andata – gli anni dell’università a Napoli sono stati la mia salvezza – ho sentito una liberazione grande quanto l’universo farsi spazio nell’animo. Ero libera di esplorare, di andare dove volevo, con chi volevo, e pensare a casa non era più così doloroso. Scoprii che stare lontana dalla Puglia me la faceva amare di più che se ci fossi rimasta incastrata dentro. Quei ricordi vissuti e rivissuti diventarono dolci, persero tutto l’amaro, e la sofferenza e l’irrequietezza si placarono.

La Puglia è davvero un paradiso, un paradiso fatto di curve e spigoli e ora che vivo altrove riesco a capire che ciò che amo ora è esattamente ciò che non ho amato prima: l’isolamento è diventato nido protettivo, la lentezza relax, l’incontro con gli anziani ricerca antropologica, le tradizioni culinarie risorse da proteggere. Non funziona forse spesso così, come con i dipinti dei grandi autori? Più ti ci allontani, più riesci a cogliere la bellezza nel suo insieme.

Io ho scoperto che questo compromesso è quello che va bene per me: non avvicinarmi troppo, tornare sì, ma giusto quel tanto per sentire la nostalgia dolce che ti prende quando parti, quando non sai se tornerai e perché e con chi.

È vero, la Puglia è un paradiso e forse se fossi nata in un periodo storico diverso me ne sarei innamorata prima. Invece adesso riesco ad apprezzarla come se non fosse mia, come se fossi nata altrove, e mi sento un po’ turista e un po’ outsider, pur non essendo una straniera. È come se fosse diventata una casa per scelta e non per obbligo. E nel momento in cui la costrizione è caduta, è iniziata la magia.

È un tornare alle origini, liberi da fardelli, liberi di godere della bellezza.

La Puglia è bella, bella assai, ma solo ogni tanto, per non abituarmi troppo alle sorprese delle prime volte.