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Palazzo Sanfelice e Palazzo dello Spagnolo: L’architettura di Fernando Sanfelice

Due facce della stessa medaglia

Napoli, si sa, è una città dai mille segreti. 

Ha tutti i requisiti necessari per far parte della nostra Italy Segreta, e ne rispetta i requisiti in tutto e per tutto. In quanto tale, merita di essere raccontata in ogni sua piccola perfetta imperfezione.

Una vera e propria città ad alto impatto visivo, si mostra a poco a poco a chiunque la visiti, ed invita ogni spettatore a entrare a far parte dello spettacolo che la anima giorno dopo giorno. 

Napoli è una città che lascia a chiunque il diritto di vedere il suo bello ed il suo brutto in ugual misura. 

Non c’è modo per sfuggirle.

Napoli è un vero e proprio impatto emotivo.

Per me, Napoli è stata fin da subito una vera e propria storia d’amore. 

Prima di vederla dal vivo l’ho studiata per tempo e ricercata in lungo e in largo; esattamente come quando conosci una persona ai giorni d’oggi e corri a sbirciare tutti i profili sui vari social media. Vuoi sapere tutto. 

Un po’ come il giorno dell’interrogazione quando vuoi fare una bella impressione sul professore, non ti faresti mai trovare impreparato. 

Film su film, libro dopo libro, sfogliando dai grandi classici alle più banali guide. Canzoni antiche che risuonavano come melodie così lontane eppure così contemporanee e rapper contemporanei che raccontavano storie intricate nel passato della città, meccanismi indissolubili. 

Tutto di Napoli mi affascinava. 

Non riuscivo a non pensare che a lei e quanto volessi vederla. 

Atterrando a Capodichino, la magia si fa spazio poco a poco. Si è del tutto estranei a cosa ti attende, cosa Napoli riserva a chi la sa osservare. Impatto diametralmente opposto a quando la si raggiunge in treno e si esce alla stazione Garibaldi, di fronte all’omonima piazza e con il porto alle spalle, in lontananza. La mia prima volta a Napoli, la ricordo come fosse ieri, è inchiostro sulla pelle. Volo diretto Stansted – Capodichino, e poca consapevolezza di quanto avrebbe influito su di me quel viaggio. Piano a piano si mostravano i colori, i panni stesi, e i profumi decisi: tutto esattamente come in una foto. 

Più intenso di quanto lo avessi immaginato. 

Le contraddizioni balzano subito all’occhio, ma a volte è necessario risolvere con poesia, attribuirgli il giusto motivo e tralasciare ogni tipo di pregiudizio. 

Ricordo di essermi commossa, camminando per la prima volta da piazza Plebiscito in direzione Mergellina, nel vedere il Vesuvio sbucare dietro Palazzo Reale, e affacciarsi sul mare come un gigante alla finestra. 

Ricordo perfettamente i sorrisi buoni e la gentilezza che sin da subito mi hanno conquistata. Napoli è un po’ così, ti senti sua figlia, ti senti tra le su braccia, ancor prima di saperlo. 

Tra i vari aspetti, il suo accento Barocco, non è mai passato inosservato ai miei occhi e alle mie numerose passeggiate avanti e indietro sperando di riuscire a fotografare al meglio ogni lato. Questo aspetto lo si può osservare specialmente fra i vicoli di scostante bellezza del rione Sanità. Infatti, il quartiere oltre ad essere conosciuto per molteplici vicissitudini, è un nido d’arte. La Sanità ha una storia lunghissima alle spalle. Oggi quartiere popolare, il rione era una zona nobiliare quando fu fondato nel XVI secolo come zona residenziale nobiliare. A pochi passi dall’ingresso della sanità si trova il museo d’arte contemporanea Madre, all’interno del rione insieme al simbolico museo delle fontanelle, vi si trova anche la casa del simbolo dell’ingegno napoletano: Totò. Ed ancora, nella chiesa di Sant’aspreno ai Crociferi, in un susseguirsi di meraviglie trova spazio l’atelier creativo di Jago, maestro contemporaneo del marmo.

Proprio nel cuore pulsante del quartiere, fra le miriadi di chiesette sconosciute che si rivelano agli occhi curiosi, ci sono due palazzi apparentemente diversi, eppure rappresentati due facce della medesima medaglia, due fratelli separati alla nascita. 

Grazie alle sue abilità, Fernando Sanfelice, architetto e personaggio decisamente fuori da ogni schema, ma benvoluto dal popolo napoletano, iniziò la sua carriera come apprendista nello studio di Giovanni Solimena. Ben presto il suo talento gli valse numerose commissioni di vari progetti e Sanfelice ebbe così modo di mettere a punto uno stile del tutto suo, vantando inoltre privilegio di abbellire i volti di diverse chiese Napoli. 

Eppure oggi, il suo nome viene associato a quei due palazzi inconfondibili, unici nel loro essere.

Due edifici storici, nel tempo divenuti simbolo di Napoli, sono il Palazzo dello Spagnolo e Palazzo Sanfelice. Quest’ultimo porta appunto il suo nome. Due palazzi analoghi ma completamente diversi. Sanfelice decise accuratamente di costruirli qui poiché nel XVIII secolo la zona era considerata più “sana” rispetto all’affollato centro storico contaminato dalle frequenti epidemie di peste e colera. L’architetto progetta e realizza in primis la propria dimora con l’inconfondibile scalinata aperta, caratteristica del suo stile e sfondo di molti film ambientati in città, come il celebre “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy. Il Palazzo dello Spagnolo, ricorda un dolcetto fresco con il suo color verde pastello che decora le scale e gli androni. Il suo scalone progettato su commissione del marchese Nicola Moscati nel 1738 riporta la tipica struttura detta “ad ali di falco” ed ha ispirato moltissime altre costruzioni dell’epoca, caratterizzando con il suo stile unico ed inconfondibile tutto il periodo del barocco napoletano. Il Palazzo ha un nonsochè di trascendentale, è un invito ad entrare in una serie tv a cielo aperto. Un invito ad immergersi nelle sue intricate vie, così da poter trovare la tua, la storia che ti appartiene. E io mi sono sempre sentita così, all’interno di mille trame si intrecciano fra loro, a tal punto da voler conoscere i minimi dettagli ed entrare in ognuna di quelle porte (ahimè, non possibile). 

Mentre curiosamente, il Palazzo Sanfelice resta invece più scuro e tetro, ma estremamente affascinante nella sua decadente bellezza. Enigmatico sin da subito, si accede

Come ogni episodio napoletano che si rispetti, le scalinate ed i palazzi valsero a San Felice un nome molto particolare, il popolo assegnò all’architetto visionario il soprannome di 

“Levat’a’ sott”. Letteralmente, “togliti da sotto” o “spostati”, a causa della natura estremamente contorta, inusuale e apparentemente instabile delle strutture progettate da Sanfelice. Si era infatti diffusa nel popolo la credenza che queste potessero crollare da un momento all’altro. Quindi, oltre alla già rinomata superstizione secondo la quale camminare sotto una scala portasse sfortuna, Sanfelice ha contribuito ad aggiungerne una nuova accezione alla superstizione, di natura più pratica e ad hoc per i suoi edifici, ma per fortuna mai verificatasi. Fortunatamente le sue scale sono sopravvissute fino ad ora, restando nei secoli solide e incrollabili tanto quanto la storia che raccontano. 

Affascinano e sconvolgono, esattamente come Napoli, una vera e propria: storia d’amore.