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Ode all’Acqua Alta

Venezia, quando l’acqua sale

La sirena suona.

Una, due, tre volte. 

Pausa

 

Ecco la quarta.

 

Lo schermo di un telefono s’illumina. “È il sindaco” “Hanno alzato il Mose” “Funziona?” “Dicono di sì”. Le signore nei bar si scambiano occhiate scettiche, di chi di maree ne ha viste. Salire, scendere. Due volte restare. 

San Marco é sommersa. Le paratie del Mose sono alzate, ma bastano 83 centimetri perché il salotto d’Italia diventi uno specchio. Presto le foto della piazza riempiranno le prime pagine dei giornali. I titoli risuoneranno d’echi di distruzione, urleranno all’inondazione. Echi di una marea straordinaria che, nel 2019, ha travolto Venezia con un’intensità inedita. Presagio della tragedia che si sarebbe abbattuta sul mondo di li a poco. I turisti spaesati si aggireranno per le calli guardinghi, cercando di capire se anche quest’anno la città tornerà sott’acqua. I veneziani continuano a vivere imperterriti. Qualcuno è più seccato degli altri, mentre tira su la paratia di casa in fretta e furia. Qualcun altro, invece, avrà semplicemente un momento di nostalgia, mentre una bambina li supera correndo, con la madre alle calcagna, in degli stivali di gomma gialli. A Venezia, si chiamano stivali da acqua alta. 

 

La sirena suona.

Una, due, tre volte. 

Pausa.

 

Mia madre entra in camera, sbattendo la porta. “Forza, ci sono 130 centimetri, i vaporetti non passano sotto Rialto. Veloci, dovete uscire”.

Per una volta, schizzo giù dal letto a castello. Mio fratello é già in cucina, appollaiato su uno sgabello, due gocciole per mano. 

“Mamma ma se rimaniamo chiusi dentro scuola?”

“Al massimo non vi fanno entrare, non ti preoccupare”

“Si ma se sale dopo” 

“Ma non hai imparato niente? Non senti le sirene? La massima é tra un paio d’ore. Quando esci da scuola non ti serviranno neanche più gli stivali.” 

“Non mi pare che noi andassimo a scuola con l’acqua alta” interviene papà, entrato in cerca di un caffè. Mamma lo fulmina con lo sguardo.

“Chiedi al nonno come é andato a lavorare, quando nel ’66 hanno fatto 197 centimetri” 

M’infilo due pan di stelle in tasca e corro a prendere gli stivali da acqua alta. Il rischio che la scuola resti chiusa non mi sfiora neppure. Ho istantaneamente classificato il pensiero nelle assurdità. Nella mia personale gerarchia dell’anno, i giorni dell’acqua alta  si contendono il primo posto con l’ultimo giorno di scuola. E il mio compleanno. Non possono togliermeli.

“Corri che Calle della Mandola é sotto di sicuro, ci metti almeno il doppio”. 

Mi fiondo sotto casa di Enrico, il mio compagno di classe con cui la mattina faccio la strada per andare a scuola. Corriamo da una calle sommersa all’altra, ignorando beatamente le passerelle ed i consigli delle nostre madri, ripetuti fino allo sfinimento. “Devi trascinarli quei piedi, tra-sci-nar-li!”

“Dove corri che ti entra tutta l’acqua, non é mica pioggia sai!” 

Ma le mamme non ci sono, e noi arriviamo al ponte prima delle medie fradici. Bombi. La fondamenta che conduce al portone della scuola é completamente sott’acqua, eppure é la marea di ragazzini febbricitanti a saltare all’occhio. C’è chi ride degli stivali altrui, chi tenta di far finire qualcuno in acqua, chi si schiaccia al muro per non bagnarsi.

In classe, ci spediscono a prendere le scarpe che teniamo a scuola per l’ora di ginnastica. Ventiquattro paia di stivali ci aspettano sotto i termosifoni. 

Ci scambiamo occhiate speranzose.

Forse, all’una, l’acqua sarà ancora alta.