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Non Sono Una Signora: La Musica di Loredana Bertè

“[…] donne, potete essere tutto ciò che volete.”

“Sei quello che sei, respiro in più…” Alla prima strofa, è già scandalo. Non per ciò che dice, ma per come lo dice: in abito di pelle molto succinto, pancione finto e danza felina. È il 1986 del disimpegno yuppie, e Loredana Bertè debutta al Festival di Sanremo col brano Re, scritto per lei da Mango, facendosi subito notare.

L’esibizione viene duramente criticata dalla stampa, e la Columbia Records le annulla il contratto. Va all’aria il progetto di un nuovo album, ma la sua non è una provocazione gratuita. Chi l’ha detto che una donna incinta non può essere se stessa, cantando o ballando su un palco? Al ruolo della donna come madre e nient’altro, Bertè propone un’alternativa più moderna, vera e rispettosa della personalità femminile. Sale per la prima volta sul palco della più seguita kermesse italiana simulando una gravidanza, un’onta per il pubblico benpensante. Canta e balla senza playback nell’anno in cui gli artisti tornano ad esibirsi dal vivo, con una coreografia di Franco Miseria preparata in mesi di prove. L’idea è audace, tanto che Lady Gaga la riproporrà nel 2015 omaggiandola sia con il finto pancione che con l’abito da sposa nero, molto simile a quello di Versace con cui la Bertè si esibisce a Sanremo la serata dopo le critiche sul suo debutto. In due serate, dissacra tutte le donne italiane, prima le madri e poi le mogli. Negli anni dell’eccesso, della provocazione fine a se stessa, Loredana Bertè punta il dito sulla condizione della donna, ancora figura cristallizzata nel tempo relegata a ruoli domestici. Il suo consiglio è semplice e potente: donne, potete essere tutto ciò che volete. Non è banale, e le polemiche che le piovono addosso ne sono una dimostrazione.

Non ci si poteva aspettare qualcosa di diverso da chi ha posato completamente nuda per le foto interne del suo primo album nel 1974. Il titolo Streaking dice tutto e sarà subito ritirato dal commercio dalla censura dell’epoca. Artista libera, sì, ma soprattutto una donna libera che ha dato voce ai disagi femminili fino a quel momento sottaciuti. Se il primo grande successo arriva con Sei bellissima nel 1975, è perché il suo grido è disperato non soltanto per la perdita di un amore, ma perché racconta una relazione tossica, di un uomo che la sminuisce, di un dolore enorme. 

Oltre alle capacità tecniche e a un gran carisma, Loredana Bertè dimostra di avere il coraggio di essere fuori dal coro, che è il vero requisito che distingue gli artisti dai semplici cantanti. Scrive molti dei suoi brani, ma i più grandi successi le sono stati cuciti addosso da altri cantautori. In ogni lavoro metto ciò che ha, la sua anima graffiata come la voce, e tutto il suo orgoglio.

Nel 1982 dell’Italia campione del mondo, di Pertini e di Bearzot, Non sono una signora ottiene un successo enorme. La grinta con cui Loredana Bertè prende le distanze dallo status della “signora italiana” è inarrestabile e contagiosa. La canzone, scritta per lei da Ivano Fossati, diventa il suo manifesto. 

“Non sono una signora

Una con tutte stelle nella vita

Non sono una signora

Ma una per cui la guerra non è mai finita

Non sono una signora

Una con pochi segni nella vita”

È il suo singolo più venduto in Italia e ha successo anche fuori dai confini nazionali, è tra i più venduti dell’anno, resta 22 settimane in classifica e vince il Festivalbar: Loredana Bertè arriva sul palco in abito bianco da sposa con tanto di bouquet, a sottolineare il contrasto del suo brano con il comune sentire. Ma perché non si ritiene una signora? Non è soltanto perché fa rock in un Paese tradizionalista come l’Italia o perché ha posato nuda per Playboy a metà anni Settanta. Parla di una guerra ben lunga dall’essere finita, e parla di segni lasciati dalla vita. Con le sue parole dà alle donne italiane il coraggio di poter dire No, di poter scegliere cosa essere anche quando non corrisponde alle aspettative sociali e famigliari. È un inno alla diversità. 

Negli anni a seguire, Loredana Bertè vivrà due matrimoni – uno peggio dell’altro, un tentato suicidio e una rottura con la sorella cantante Mia Martini fino all’improvvisa e tragica morte di quest’ultima. 

È proprio dopo la morte dell’amata Mimì che Loredana parla alla stampa, per la prima volta, della sua famiglia e della sua infanzia, ed è in quel momento che vengono a galla le sue cicatrici, le prime, le più profonde, quei segni di cui cantava in Non sono una signora: un padre violento, una madre assente e troppo debole per contrastarlo, un’educazione rigida e ottusa, una violenza sessuale subita a diciotto anni. Parla di quanto abbia faticato ad imporsi sin dai primi anni di vita e di come abbia imparato a difendersi e a farsi rispettare in un mondo difficile come quello dello spettacolo. Ed è a causa di questo vissuto se certe tematiche sono state sempre nelle sue corde. Non è una signora, e lo dice con forza, senza invidia per quelle che invece sono nate sotto una buona stella, perché si è sempre rialzata dopo ogni caduta.

In questo scenario si inserisce la performance con il balletto e la finta gravidanza, a cui segue la svolta cantautorale. Inizia a scrivere costantemente i suoi brani e continua a dire la sua e a spogliarsi di ogni sovrastruttura: dopo una rottura durata anni, duetta con la sorella nel brano Stiamo come stiamo nel 1993, e Amici non ne ho è la fotografia della sua vita e della sua carriera. Quando la presenta al Festival di Sanremo nel 1994, è subito evidente la nota fortemente autobiografica. Racconta del tentato suicidio, della solitudine, e ne fa mostra come cicatrici impossibili da nascondere. E proprio come la criticata esibizione, rivalutata da Lady Gaga a distanza di trent’anni, anche questo messaggio viene recepito forte e chiaro soltanto qualche tempo dopo: per i quarant’anni di carriera, la collega Fiorella Mannoia le produce l’album Amici non ne ho… ma amiche sì!, una raccolta di hit di Loredana Bertè riarrangiate ed eseguite in duetto con tante colleghe di ieri e di oggi. Questi sono alcuni dei segni tangibili che dimostrano come il suo lavoro di pioniera, come artista e come donna, sia arrivato dritto al punto. Le ragazze cresciute con le sue canzoni, e con il suo personaggio tormentato ma sempre a testa alta, oggi sono delle cantanti che la omaggiano sul palco e fuori, sono donne libere di potersi esprimere anche grazie alle battaglie di cui lei è stata portabandiera.

“Al primo schiaffo, bisogna denunciare”, è il messaggio semplice ma brutale che Loredana Bertè scaglia dal palco più seguito d’Italia all’inizio del 2021. Oggi che si parla di più, ma forse non abbastanza, di violenza sulle donne, un’artista da sempre così impegnata a scuotere le coscienze con le sue canzoni non perde occasione per abbracciare le iniziative sociali nelle sue apparizioni pubbliche. Lei che ha visto puntarsi addosso dagli uomini pistole cariche, e che ha subito soprusi psicologici e fisici sin da giovanissima, sa bene cosa significhi rimanere a galla in solitudine e ci tiene affinché non sia così per le donne di oggi. 

Loredana Bertè ha cercato di vivere la sua vita, di essere felice, di farsi scivolare addosso i giudizi delle persone, portando avanti la sua missione di artista provocatrice che scuote gli animi delle donne italiane. Ha provato a mostrare un’altra via in modo duro e poco scanzonato, aprendo la pista a tante altre cantanti. Per cambiare le posizioni culturali ci vogliono degli strappi e molto tempo. Lei di strappi culturali ne ha portati tanti, e il suo tentativo di svegliarci dal torpore delle convenzioni sociali e di genere – dopo quasi mezzo secolo di carriera – è senza dubbio riuscito.