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Flavors of Italy

Moka: Come La Condivido

“Sarà pure bello quando c’è amore nell’aria, ma vuoi mettere il profumo del caffè?”

Tra le cose che più amo al mondo (e la lista mi rendo conto essere lunga) sul podio metto sicuramente l’aroma del caffè che sale dalla Moka, in cucina, al mattino presto.

Quando vivevo coi miei genitori, a dire il vero, questo profumo che si infiltrava in cameretta voleva indicare che da lì a poco, con affettuose urla materne, mi sarei dovuta catapultare giù dal letto per andare a scuola. E quindi il collegamento moka-felicità non era così automatico o scontato.

Ma si cresce, e si cambia. E oggi, il profumo del caffè mi rende felice, sentirlo fuori sul pianerottolo una di casa o catturarlo mentre cammino per strada passando sotto qualche finestra, mi riporta con il pensiero sempre a quella me bambina che indugiava insolente nel letto, prima di andare a scuola. 

Preparare la caffettiera è oggi un rito quotidiano irrinunciabile fatto di gesti lenti e attenti. Quasi ad occhi chiusi, di prima mattina con la luce che filtra dalle finestre, mi impegno per portare a termine il primo compito della giornata nel migliore dei modi.

Il profumo della Moka è uno di quei profumi ancestrali, che appartiene alla nostra cultura. Al nostro DNA. Come quello del pane appena sfornato o della frittura la domenica mattina; anche in fatto di aromi culinari possiamo dire a voce alta “Italians do It Better”

Amo il caffè con la Moka, e adoro il rituale di socialità e condivisione che ruota attorno ad esso.

Il caffè fa parte del nostro essere italiani. Non esiste un invito a casa d’altri che non sia accompagnato dall’offerta di una tazzina di caffè ed è la caffettiera l’oggetto che, più di qualsiasi altro, definisce la “casa”. Svegliarsi al mattino e bere il caffè, mangiare a pranzo e prendere il caffè, bere il caffè dopo cena per stare svegli ancora un po’. L’italianità è scandita da quei semplici chicchi color marrone… Invitare qualcuno a bere un caffè è insomma un gesto d’amore.

La Moka è una di noi. Un oggetto democratico, simbolo del Made in Italy ovunque nel mondo, presente in tutte le case ormai dagli anni ’30, quando fu inventata da Alfonso Bialetti.

Ma voi sapete da dove proviene il termine Moka? Da Mokha, città nella regione dello Yemen, famosa per la qualità delle sue piantagioni di caffè, soprattutto della qualità arabica. 

E la famiglia Bialetti di Omegna pensò proprio a questa città per dare un nome alla loro innovativa caffettiera a forma di clessidra, diversa da quella Napoletana che in Italia era ovunque diffusa fino a quel momento. 

E’ curioso pensare che anche nel caso dell’invenzione della Moka noi donne fummo involontarie ispiratrici: dietro a una grande uomo (e a una grande invenzione) c’è spesso una grande donna. E per la moka Bialetti è proprio il caso di dirlo!

Alfonso Bialetti stesso dichiarò che fu ispirato dalla moglie, mentre la osservava fare il bucato con una lavatrice chiamata lisciveuse. Quest’ultima possedeva una sorta di caldaia, al cui interno si doveva mettere acqua, detersivo e panni sporchi, ed un tubo, la cui estremità superiore era forata. L’acqua, una volta giunta a temperatura, risaliva lungo il tubo per poi raffreddarsi e riscendere giù. Questo procedimento serviva per sciogliere il detersivo, il quale poteva meglio spargersi sui panni.

Ecco che Alfonso pensò di applicare questo meccanismo alla sua nuova idea di caffettiera, che andava quindi contro la forza di gravità. Incominciò a produrne poche migliaia di esemplari che ebbero un grandissimo successo! 

Il caffè aveva un gusto decisamente più buono con questo nuovo meccanismo ad estrazione, e assomigliava molto a quello del caffè espresso del Bar.

Ma è solo con l’arrivo in azienda del figlio Renato (l’omino coi baffi neri stilizzato per mano del fumettista Paul Campani) che dopo la seconda guerra mondiale si iniziò a produrre a livello industriale questa nuova caffettiera, puntando tantissimo su comunicazione, pubblicità e nuove strategie di marketing che univano qualità del prodotto all’immagine dell’imprenditore che c’era dietro. 

La Moka Bialetti conquistò il mondo intero. Arrivò in tutte le case e persino nei musei di arte Contemporanea.

Lo slogan che contraddistingueva la moka era “Eh sì sì sì …sembra facile (fare un buon caffè)”

E in effetti, ottenere un buon caffè, buono anche più di quello del bar, non troppo annacquato e che non sappia di bruciato è una scommessa che tutti noi possiamo vincere! Con qualche piccolo accorgimento. Vediamo quali.

Punto primo: bisogna inserire la giusta quantità di acqua nel serbatoio, acqua che deve essere fredda (vietato usare acqua calda per far sì che il caffè esca prima!) leggera e non calcarea, eviterei quindi di usare quella del rubinetto. La valvola che si vede all’interno del serbatoio è un indicatore importante: l’acqua versata la deve sfiorare appena, non coprirla del tutto, nemmeno coprirla fino a metà, solo sfiorarla.

Poi si passa al filtro a forma di imbuto, che deve essere inserito nel serbatoio dell’acqua e quindi riempito con il caffè macinato. Il caffè non va mai pressato, si deve riempire il filtro in modo omogeneo fino al bordo, senza far uscire polvere che rovinerebbe la guarnizione.

Io scelgo da anni solo arabiche 100%, a tostatura lenta. Perché scelgo l’arabica e non la robusta? Soprattutto perché l’arabica contiene meno caffeina e provenendo piantagioni coltivate a maggiori altitudini rispetto alle coltivazioni di robusta, conferisce al caffè maggiori aromaticità e acidità. 

Ma nulla vieta che ci siano caffè con percentuali di robusta (quindi più corposi) buonissimi. Va a gusto.

Certo è che per avere un buon caffè con la Moka, la qualità della materia prima (come in tutto) è FONDAMENTALE. Quindi, acqua buona e caffè macinato di prima qualità. Meglio ancora se comprate i chicchi di caffè nelle torrefazioni e li macinate, non troppo finemente, a casa con il macina-chicchi.

Una volta chiusa la caffettiera, facendo attenzione che guarnizione e filtro siano bene al proprio posto, la si pone sul fuoco, che deve essere lento e dolce. Si attende quindi che l’acqua inizi a bollire e che piano piano il caffè inizi a uscire. 

Lasciate aperto il coperchio, per tutto il tempo, così che non si crei condensa. E ai primi gorgoglii richiudetelo e spegnete il fuoco. Con pazienza il caffè finirà di uscire, lo dovrete mescolare bene e quindi servire nelle tazzine.

La caffettiera va lavata? Ovviamente sì! Non credete a chi vi dice che più è sporca e più il caffè verrà buono e saporito. La caffettiera va lavata con acqua calda, senza detersivi e lasciata asciugare all’aria.

Ora posso dichiarare ufficialmente aperto il “televoto”: voi siete da caffè espresso al banco bar, caffè in capsule o fate parte come me del team Moka, come nonna tramanda?