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Milano non è solo moda e Madonnina

Così non saranno sufficienti la moda e le passeggiate sulle guglie del Duomo per coglierne lo spirito turbolento. Per afferrarlo, è necessario conoscere i corpi che compongono la capillarità urbana, ogni edificio e ogni strada, infatti, hanno una storia.

Sorrido ogni volta che sento dire che “Milano è brutta”. Sono nata e cresciuta qui e so quanto sia facile amare questa città. L’asfalto delle strade del centro, l’incrocio delle “Cinque Vie”, le linee del tram su cui curvano vecchi cimeli stridenti o nuovi siluri eco-tecnologici, i cortili segreti, che fanno capolino dai portoni antichi invitandoti ad entrare, le architetture misteriose…

Milano ha un fascino che non è percepibile a occhio nudo. Certo, non è Roma. Eppure, anch’essa ha qualcosa da dire. Noi preferiamo chiamarla Milangeles (come il blog della giornalista Giuliana De Vivo), una commistione tra Milano e Los Angeles, una città dove c’è tutto, tutto cambia repentinamente e tutto può accadere. Pensate che un tempo Milano era chiamata “la città sull’acqua” proprio come Venezia… una città piena di sorprese quindi…per coloro che sono aperti a guardare più in profondità.

La nostra società oggi è ossessionata dalla bellezza, sempre visibile e messa in mostra, a tal punto che forse non è più abituata a osservare quei dettagli apparentemente insignificanti che ci permettono di scoprire cosa si cela sotto la superficie. Contrariamente a quanto appena detto, Milano non si mostra, è opalescente. Così non saranno sufficienti la moda e le passeggiate sulle guglie del Duomo per coglierne lo spirito turbolento. Per afferrarlo, è necessario conoscere i corpi che compongono la capillarità urbana, ogni edificio e ogni strada, infatti, hanno una storia.

Ad esempio tutti conoscono Brera e i chiostri dell’Università di Milano, ma pochi forse sanno che è stato grazie al restauro e alla ristrutturazione di un architetto, se ancora oggi possiamo ammirarli nella loro forma originale. Interrogando le colonne e i capitelli dei chiostri scopriamo che il restauro fu di Pietro Portaluppi, (19 marzo 1888 – 6 luglio 1967), meglio conosciuto come Piero, creatore di molte delle bellezze nascoste di Milano. Laureatosi in architettura nel 1910, presso l’embrione di quello che poi diventerà il Politecnico, inizia la carriera accademica lavorando contemporaneamente a diversi progetti cittadini di restauro, molti dei quali, come detto all’inizio, sono segreti, perché non sono esposti allo sguardo del turista affaccendato, ma si mostrano solo agli individui curiosi, che non si fermano al primo stadio della conoscenza.

L’architetto ebbe la fortuna di lavorare per l’alta borghesia milanese dagli anni ‘10 agli anni ‘60 e per questa ragione i suoi progetti risultano molto ambiziosi e pretenziosi. Le linee ordinate e precise dei suoi progetti ci fanno pensare a una visione maniacale delle forme geometriche e razionaliste (e forse per questo in parte ostracizzate dalla cultura post bellica, che rifiutava ogni stile che potesse richiamare il Fascismo) ma allo stesso tempo, Portaluppi era capace di un eclettismo tale, che ancora oggi divide la critica moderna. Questo perché la sua architettura è da sempre sfuggita alle definizioni e assorbe suggestioni molteplici, proprio come la città stessa di Milano, che è un insieme di stili, culture ed epoche diverse stratificate. 

Come diceva anche Gabriele Basilico, noto fotografo di città, bisogna cercare di far parlare i muri e gli oggetti inanimati cercando“di creare un dialogo con il luogo: io lo esploro, lui mi rimanda delle cose.” Così dovremmo fare noi con le opere di Portaluppi di cui però possiamo già individuare un minimo comun denominatore: il disegno progettuale, sempre preciso, netto e attento alle prospettive.

Portaluppi cercava di dare a Milano un volto cangiante, camaleontico e poco incasellabile in semplici etichette e per questo ambivalente e ossimorico, diabolicamente ambiguo.

Casa Atellani, in Corso Magenta,  ne è un esempio , essendo una commistione di stili dal ‘400 al ‘700 tenuti insieme armoniosamente.. La facciata della casa, i suoi muri e i suoi affreschi policromi sono stati sapientemente restaurati dall’architetto Portaluppi nel 1922 su commissione della famiglia Conti; al tempo degli Sforza, epoca in cui fu costruito l’edificio, tutto ruotava attorno al giardino, ai chiostri e ad una  leggendaria “vigna” . La stessa vigna che nel 1498 Ludovico il Moro, duca di Milano, regalò a Leonardo da Vinci come ringraziamento per aver dipinto l’ultima cena più celebre al mondo, il Cenacolo di Santa Maria delle Grazie. 

Il capolavoro di Portaluppi resta però Villa Necchi Campiglio, nell’area compresa tra via San Damiano, Corso Venezia e Corso Monforte, il cuore dei bei giardini milanesi dove si potranno osservare anche altri capolavori di architettura, come Palazzo Fidia di Aldo Andreani  e anche una piccola scultura di un orecchio, posta vicino al campanello d’ingresso del palazzo che si trova all’angolo delle due vie Maffei e Serbelloni. E’ l’orecchio in bronzo di Adolfo Wildt. 

E’ tempo di oltrepassare ora la soglia della portineria di Villa Necchi. Lasciatevi stupire dalla sua storia e dalla quiete delle sue forme. Un nostro primo sguardo alla villa non può che posarsi sulla meravigliosa veranda nel giardino da cui si intravedono i divani in velluto verde brillare come smeraldi. E, poco distante dall’entrata, la piscina azzurra.

Realizzata tra il 1932 e il 1935 per le sorelle Gigina e Nedda e per Angelo, marito di Gigina, la Villa subirà un duplice intervento architettonico, il primo da Portaluppi appunto, moderno e all’avanguardia, e di cui possiamo vedere la firma a stella nella finestra di una delle sale da bagno, l’altro da Tomaso Buzzi, di gusto meno rigoroso. 

Le sontuose stanze interne sviluppate su due piani cui si accede da una hall altrettanto ampia e da una scala luminosa, sono caratterizzate dalla vastità degli spazi e dall’alta qualità dei materiali. Alle pareti spicca la collezione di quadri di Claudia Gian Ferrari, intima amica della famiglia e semplicemente sublime. Anche a Villa Necchi è possibile consumare una merenda o un aperitivo in stile alquanto milanese a bordo piscina (accessibile anche senza la visita alla villa).

Spostiamoci ora in un altro quartiere caro a Portaluppi, e  che piacerà molto agli amanti dell’arte, luogo dove l’architetto ha dato vita a un’altra casa museo e dimora storica: Casa Boschi Di Stefano, in via Giorgio Jan n. 15. L’appartamento apparteneva ai due coniugi Antonio e Marieda, aperto al pubblico solo nel 2003 e visitabile gratuitamente. Qui gli elementi più interessanti dell’architettura di Portaluppi sono le facciate con tripartizione orizzontale, ma il vero tesoro si trova all’interno, negli undici spazi espositivi, dove sono distribuiti circa trecento dei duemila quadri appartenuti alla coppia: una testimonianza preziosa della storia dell’arte italiana dai primi del Novecento fino agli anni ’60. Troviamo Funi, Marussig, Sironi, Fontana, De Chirico e moltissimi altri. Non avendo eredi, infatti, i coniugi donarono l’intera collezione al fortunato Comune di Milano.

Quello che invece è purtroppo momentaneamente chiuso al pubblico e teatro di conflitti per la sua ristrutturazione, è l’Albergo Diurno, una struttura sotterranea Art Déco in Piazza Oberdan che fungeva da ristoro per tutti i viaggiatori che passavano dalla città di Milano. Inaugurato dallo stesso Portaluppi, il luogo magico comprendeva una zona benessere, terme, parrucchiere, lavanderia, un’area conversazione in un grande salone rivestito di marmi. La speranza è che possa essere presto riaperto in modo da lasciare ancora sognare cittadini e curiosi visitatori. 

Uno dei più curiosi progetti di Portaluppi resta Hellytown (1926), mai però realizzato, di cui si possono trovare alcuni schizzi e disegni: un agglomerato geometrico di grattacieli in stile Newyorkese che lui immaginava proprio per la città di Milano ed è forse su questa falsa riga che sono stati pensati gli edifici di Porta Nuova, che si ergono all’orizzonte creando uno skyline invidiabile, avendo in mente una città utopica e infernale così come lo stesso Portaluppi aveva concepito.

E ora che Milano sembra ruotare attorno ai nuovi quartieri della movida milanese, ci siamo così tanto abituati a queste strutture massicce, che non esploriamo più la città, non ne capiamo più la storia, pensiamo che siano sono solo edifici. Ma la bellezza, come abbiamo visto, sempre esiste anche se non visibile e sotto la superficie.

Casa Atellani

Villa Necchi Campiglio

Casa Boschi di Stefano

Albergo Diurno