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Milano da Bere: lo Storico Bar Basso

“A Vienna e Trieste l’intellighenzia si sedeva a sorseggiare caffè? A Milano da allora ci si vede per un cocktail”. 

Milano è la capitale dell’aperitivo, un vero rito cittadino che da più di  cinquant’anni si consuma ai tavolini dello stesso bar. Al Bar Basso Milano non è mai cambiata. 

Milano da bere era il payoff di una pubblicità apparsa nel 1985 per le vie della città. La campagna era quella dell’amaro Ramazzotti ma è entrata nel linguaggio comune perché in poche parole aveva riassunto un intero momento storico. Era finito il terrorismo, si affacciavano in politica nuovi volti come Berlusconi, si accendevano nuove reti televisive, la città era un brulicare di yuppie assetati di vita, cocktail (e cocaina). Era la Milano del capitalismo rampante e del consumismo in cui ostentare soldi e potere nei posti giusti era decisamente molto alla moda. Oggi guardando indietro con il senno di poi, era semplicemente Milano e basta.  

Milano capitale dell’economia, della moda, del design, è anche quella dell’aperitivo. Non ha inventato né il vermuth né il Negroni, ma ha reso il momento dell’happy hour un rito cittadino. Milano ha sempre fretta, imbruttita dall’ansia di fare e in questo dopo quarant’anni non è certo cambiata.  Nel resto d’Italia ci si vede “per bere un caffè”, qui per un drink: non si fa colazione, il pranzo è un panino al volo oppure un business lunch. Ci si vede finito di lavorare, tardi, e per rilassarsi finalmente con un cocktail. Spritz? Prima che l’onnipresente drink spopolasse (in anni assai recenti) in mezzo mondo, a Milano si beveva solo Campari – prodotto ancora oggi appena fuori città, a fianco di acciaierie e industria pesante che invece non esistono più.

Milano è come una fenice, una città che rinasce dalle sue stesse ceneri, si cannibalizza per andare avanti, abbatte per ricostruire con poca nostalgia. Lo ha sempre fatto ed ecco perché si simboli della milanesità – Madonnina a parte – sono rari. Milano è piena di locali alla moda, ne apre uno alla settimana, fra cocktail bar avanguardisti, nuovi format, gintonerie e club per gli amanti del whisky. La Milano da bere insegue nuove aperture di cui parlare, ma esistono anche un luogo che ha visto cambiare e crescere la città restandone protagonista: il Bar Basso è un’istituzione.

Il rito dell’aperitivo 

Fondato nel 1947 in via Plinio, il Bar Basso è uno dei rari locali in cui ancora oggi si respira lo charme dei grandi bar internazionali e della Vecchia Milano. Non antico, elegante e aristocratico, anzi “moderno” come citano i tovaglioli, emblema della città del cambiamento del dopoguerra.  

Tutto comincia nel 1967 quando Mirko Stocchetto che rileva il bar dal signor Basso. Sono gli anni appena prima dei movimenti del 1968, il mondo è in fermento e in cerca di cambiamenti sociali, si afferma una nuova classe media e un nuovo immaginario, si balla il rock e i giovani non vogliono né locali troppo impostati ma neanche i bar dove i padri si ritrovano per giocare a briscola. Stocchetto interpreta il momento e porta in città una nuova tradizione. Giovanissimo, aveva lavorato a Cortina, a Monaco, all’Harry’s Bar di Venezia, servito Hemingway e gli Agnelli, e assaporato il modo di bere americano. A Milano ricrea un luogo di culto per sofisticati bevitori, introduce per primo il rito dell’aperitivo e rende i cocktail popolari sdoganandoli dalle lounge degli hotel di lusso. 

Uno storico bar di quartiere diventa così la Mecca dello shaker, delle ricette codificate come Manhattan, White Lady, Bloody Mary e Margarita ma soprattutto il posto dove si inventano ricette. Al Bar Basso c’è una lista di 500 drink, fatti rigorosamente ad occhio, è nato il Rossini (fragole e prosecco), e l’intramontabile Negroni Sbagliato® che Mirko Stocchetto sostiene di aver creato per errore nel 1972. Questa è la leggenda, ma quel che è certo è che dietro al bancone di questo bar si è fatta un pezzo della storia della mixology internazionale, e si è fatta anche Milano.  

A Vienna e Trieste l’intellighenzia si sedeva a sorseggiare caffè? A Milano da allora ci si vede per un cocktail. 

Il popolo della notte

In oltre 50 anni di carriera, Stocchetto ha visto passare operai e professori, studenti di destra e di sinistra, malavitosi e polizia, politici e industriali, modelle e fotografi, giornalisti e stilisti, cantanti e attori, e tutto il giro del vicino Politecnico di Milano. Una nuova generazione di designer e architetti comincia  a frequentare il bar e si crea una magica commistione creativa. Ancora oggi si beve in bicchieri limited edition e nel mitico bicchierone, un calice gigante (davvero gigante) che è un simbolo del locale. Al suo fianco arriva il figlio Maurizio, attuale anima del locale, e si organizzano mostre, party durante il Salone del Mobile, installazioni ma soprattutto ci si viene ancora tutti i giorni ed è sempre, sempre pieno: non di curiosi e turisti, ma di clienti che ordinano “il solito”.

Si parla spesso del passato del Bar Basso, ma qui non hanno nostalgia dei bei tempi andati. Mentre tutti ristrutturavano i locali inseguendo la novità, qui è rimasto tutto uguale: ci tengono all’identità, perché loro ne hanno una. Sedie, tavoli, centrini e bancone, persino le bottiglie sono nella stessa posizione dagli anni Settanta. Tutto è rimasto immutabile come le tartine e i salatini di aperitivo, le camice bianche e i papillon dei baristi, i cocktail di sempre che altri giudicherebbero fuori moda. 

Ma i luoghi li fanno le persone e da cinquant’anni al Bar Basso continuano a venire proprio quelli più alla moda, adulti e ragazzi, nuovi designer, figli di vecchi avventori, vicini di casa, artisti, rapper, giornalisti e politici. Le foto scattate negli anni ne sono una testimonianza, le mode passano ma il Bar Basso resta. 

Courtesy of Bar Basso