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“L’isola delle Rose”: Il Film

*Spoiler Alert*

 

Un inno alla libertà e all’ingegno creativo: è tutto ciò di cui avevamo bisogno in questi mesi di vita vissuta timidamente, a metà tra la reclusione forzata e la gioia effimera da zona gialla. 

Negli ultimi mesi l’Incredibile Storia dell’Isola delle Rose diretto da Sydney Sibilia è diventato uno dei film più visti sulla piattaforma Netflix Italia. Una delle ragioni inconsce del suo successo, oltre alla bravura incontestabile dell’attore romano Elio Germano, può essere senz’altro dovuta al nome che porta. Il titolo, infatti, è quasi una sfida al lettore. Qualsiasi utente a caccia di un racconto da guardare si sarà soffermato sull’immagine della locandina. Non aiuta certo a capirne la trama, ma sembra proprio interrogare il pubblico: 

Come, non conosci l’incredibile storia dell’isola delle rose? 

Isola delle Rose…sarà una di quelle minuscole circonferenze caraibiche quasi invisibili da satellite? Si chiede l’esperto di geografia, che mal sopporta non riconoscere ogni latitudine e longitudine della terra. “Secondo me è il nome di un nuovo quartiere cittadino”, risponde l’urbanista.

Il classicista, invece, recupera l’etimologia del nome e pensa che sia semplicemente l’appellativo per chiamare l’isola di Rodi…su una cosa il pubblico non ha sbagliato: l’Isola delle Rose è esistita e, infatti, il film racconta una storia vera, seppur romanzata. State per scoprirla.

Il film racconta le vicende di Giorgio Rosa, ingegnere bolognese, che realizza un grande sogno: vedere le rose fiorire sul mare, costruire cioè uno stato indipendente in mezzo al Mar Adriatico che potesse accogliere contemporaneamente divertimento, rivoluzioni e idee, un Eden della gioventù, che per i sessantottini di quegli anni si trasformò presto in atto di resistenza nei confronti di una politica statale altalenante. La mitica costruzione sorse nell’Italia di fine anni ‘60, più precisamente al largo delle coste romagnole, di fronte a Rimini e Cesenatico, in quello spazio considerato estraneo allo stato italiano e alla sua legislazione, perché distante 500 miglia dalle acque territoriali italiane. 

Basandoci su fonti reali, sappiamo che l’ingegnere, “biondo, statura media, occhi cerulei”, iniziò a formulare il suo progetto nel 1956 come racconta lui stesso nelle sue memorie pubblicate dall’editore Gruppo Persiani Editore. “Non potevi far nulla che i politici non volessero, e questa schiavitù ogni giorno di più ti soffocava”[…]”Ecco che sorse in me l’idea di fare un’isola dove vi fosse la vera libertà, dove le persone intelligenti potessero procedere, e dove gli inetti fossero cacciati. E allora studiando la situazione trovai la possibilità di costruire un’isola”.

E come un’eco viene in mente la canzone di Edoardo Bennato:

 

“E non è un’invenzione

E neanche un gioco di parole

Se ci credi ti basta, perché

Poi la strada la trovi da te

Infatti, la strada si trovò. Dopo averne indagate le possibilità giuridiche e sfruttando un cavillo della legge, Giorgio Rosa iniziò a costruire una piattaforma d’acciaio di 400 metri quadrati in mare aperto, ovviamente non senza lunghe pause e interruzioni dovute al maltempo, quando il vento generava cavalloni indomabili che inondavano gli strenui lavoratori. 

Una volta trovata l’acqua dolce, elemento indispensabile per la riuscita del progetto, trivellando a 280 metri di profondità, il sogno era diventato realtà. Era il 20 maggio del 1967. Capitaneria di porto e polizia si erano più volte espresse nei confronti della misteriosa isola, ma l’ingegnere, determinato, andò avanti imperterrito e, ultimato il lavoro, ufficializzò la sua esistenza aprendola al pubblico di amici e parenti e puntando, forse, a farla diventare una delle attrazioni turistiche più cool della costa riminese.

Bisogna prendere nota naturalmente, che per quanto riguarda il film, il regista ha voluto esagerare volutamente alcuni punti della storia per rendere l’idea dell’enorme diffusione che del caso ci fu in Italia e dei molteplici cronisti che ne documentarono le vicende con pagine e pagine di quotidiani, alimentando alcuni anche alcune leggende di spionaggio e complottismo.

Tutti gli intervistati, compresi gli operai che ne permisero la costruzione, considerarono la piattaforma come un’idea brillante, frutto di una sapiente tecnica, che già di per sé e per le sue caratteristiche, era foriera di rivoluzione.

Per una maggior fedeltà alla cronaca si potrà far riferimento ai numerosi articoli usciti sull’argomento o anche al documentario di Stefano Bisulli e Roberto Naccari,  che nel 2009 firmano “Insulo de la Rozoj. La libertà fa paura”. 

Il folle genio bolognese non si ferma lì: ha in mente un progetto di fondazione vera e propria, per cui il primo maggio del 1968, dichiara l’isola Repubblica Indipendente. Nonostante non sia mai stato riconosciuto formalmente come tale, il nuovo micro stato isserà una sua bandiera in campo bianco e rose rosse e parlerà una lingua: l’esperanto, da cui deriva “Insulo de la Rozoj”. Conierà una moneta: il Mill, e si darà un indirizzo di posta e francobolli. 

Presto moltissimi italiani iniziarono a chiedere addirittura la cittadinanza.

Ma purtroppo la libertà a volte genera anche nemici e l’Isola delle Rose si procurò altrettanto velocemente come diremmo oggi, degli haters agguerriti, specie tra i politici italiani dell’epoca.

Il fatto di non trovare nessun alleato altrettanto forte da salvarla, ne decretò la fine.

Dopo quasi un anno, la polizia riuscì a organizzare un blocco navale intorno all’isola e occupò militarmente la superficie. Il 22 gennaio 1969 il pontone della Marina Militare Italiana fa saltare in aria la piattaforma e il suo porticciolo, Porto Verde. Un solo esplosivo non sarà sufficiente.

Così l’isola oggi è diventata simbolo di speranza e resistenza contro tutti i poteri e la violenza, a dispetto di coloro che la videro soltanto come una trovata per fare soldi o pagare meno tasse, ricordando vagamente le vicende di un’altra storica isola, quella di Melo, che nel 416 a.C. resistette fino alla fine agli attacchi di una spietata Atene.

Il 26 febbraio 1969 i flutti abbracciarono definitivamente ciò che restava dell’isola d’acciaio, inabissandolo come un relitto naufragato. E qui la missione passa ai più esperti subacquei, perché si dice che i resti siano ancora sul fondale, come un’Atlantide nascosta.

Il figlio di Giorgio Rosa, sull’accaduto, si è espresso con le seguenti parole: “In Italia, per demolire un abuso edilizio lo stato impiega degli anni. All’Isola delle Rose – che non era neppure in Italia – venne riservata un’esecuzione lampo. Per mio padre fu una bastonata, avevo sette anni ma me lo ricordo bene. Non parlammo mai: restava una ferita dolorosa”.

Curiosità vuole che l’episodio italiano non sia stato l’unico esempio di esperimento galleggiante offshore, come mostra la similare avventura del Principato di Sealand a largo del Sud-Est dell’Inghilterra. E anche l’Inghilterra a seguito di questa esperienza inasprì la legge sull’estensione della fascia delle acque territoriali…

Qualcuno ha idea di un’isola nei cieli, come quella di Peter Pan?