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Firenze anni ’70: Una destinazione dantesca per la dissolutezza queer

”In questa fetta stravagante di Firenze, anche la frivolezza era un atto politico”.

”C’è una Firenze meta di un particolare doppio jet set omosessuale che trova, da un lato, in Radclyffe Hall e, dall’altro, in Oscar Wilde le sue divinità protettrici; una Firenze che non spegnerà mai il suo mito dandy”.

Sono le parole di Pier Vittorio Tondelli, scrittore omosessuale morto di AIDS nel 1991. Tondelli nacque a Correggio, ma affermava che Firenze fu il luogo della sua iniziazione alla vita e alla morte nel libro ”Un weekend postmoderno” (”Un weekend postmoderno”), pubblicato nel 1990. Quando Tondelli scrisse del mondo gay fiorentino, lo aprì a qualcosa di più grande del suo punto di vista personale, dipingendolo invece come un’esperienza collettiva: ”A Firenze… è ancora possibile rintracciare e vivere qualcosa che altre città non hanno mai avuto: il centro”. Questo ”centro” non è la griglia fisica di una città italiana moderna, come Milano, creata dai militari; si tratta piuttosto di una mappa stravagante: un insieme di vicoli stipati come serpenti intrecciati in una scatola fatta di club provocatori e locali underground. Una Babilonia queer, rovesciata come la mappa dell’inferno dantesco, dove ognuno poteva trovare ed essere se stesso.

Tre decenni dopo, la scena queer di Firenze, come quella della maggior parte d’Italia, è ancora molto underground. Mentre le identità di altre città globali come Londra, Berlino e New York sono quasi inseparabili dalle loro comunità queer, la scena gay di Firenze freme dal basso, ammantata di oscurità ma scintillante, rifiutando di spegnersi.

Il direttore artistico del Florence Queer Festival, Bruno Casini, è stato l’organizzatore di più di qualche evento memorabile: una sorta di Caronte dantesco della scena queer fiorentina. Guidandomi per la città, mi racconta com’era la vita quando Firenze era un’icona scintillante della dissolutezza gay.

Tabasco, un club gay in Piazza Santa Cecilia, aprì nel 1974 come luogo di ritrovo culturale prima di trasformarsi in qualcos’altro nel 1978: ”Con Saturday Night Fever, divenne anche pista da ballo e discoteca, diventando uno dei luoghi più frequentati del turismo gay internazionale”, spiega, mentre passiamo davanti alla porta chiusa con il lucchetto. Il locale chiuse nel 2008, ma il suo fantasma è ancora palpabile nella strada vicino a Palazzo della Signoria. Gli eventi notturni al Tabasco erano intimi, con molta privacy necessaria: all’epoca, molti uomini famosi (scrittori, politici) si incontravano nell’oscurità e godevano dell’atmosfera vibrante del club. Luca Locati Luciani, esperto della scena queer e pop fiorentina, fa eco a Bruno: ”Dal Tabasco in poi, Firenze divenne una città gay, riconosciuta a livello internazionale come status symbol”.

I fondatori del Tabasco Marco Bagnai e Marcello Salvietti fondarono anche Crisco, il primo club gay di cruising che prende il nome dalla famosa margarina americana usata per la lubrificazione. È l’unico locale del genere ancora aperto oggi a Firenze. A parte il logo in caratteri bubble che mantiene l’eccitazione e la giovinezza dei suoi anni passati, non c’è nulla di ciò che era. Se il Tabasco era il luogo di ritrovo culturale della scena omosessuale, allora Crisco era il delirio di un cerchio infernale e kinky. Con la sua memorabile dark room, Bruno ricorda: ”Era un po’ ruvido, un po’ estremo, sembrava una prigione. Il riferimento era a Jean Genet, alla cultura dello schiavo e del padrone”.

Tabasco in the 1980s

Crisco Club poster

Florence puntava all’eccesso, all’edonismo e a una scena queer che fosse tale in ogni senso della parola, in opposizione a tutto ciò che era etero, patriarcale, cisgender e straight-edge. ”L’omosessualità è oggettivamente una forma particolarmente perseguitata e condannata, soprattutto perché rappresenta l’erotismo puro, cioè non istituzionalizzato, non controllabile, sfuggente al primato dell’eterosessualità genitale, e non riducibile come questa al ‘sesso’ per la procreazione e, quindi, alla famiglia patriarcale”, scrissero gli omosessuali della prima rivista gay italiana di sempre, FUORI!, al lancio del loro numero #0 nel 1971.

Erano anni difficili che devono essere letti in un contesto più ampio. Negli anni ’60, identificarsi come ”omosessuale” era come la metonimia usata da Dante Alighieri: era un termine ombrello per l’insieme indefinibile, eppure catalogato dalla società etero e patriarcale con nomi disumanizzanti come ”invertito” e ”terzo sesso”. In quei giorni, nominare era importante: significava fare coming out dopo anni di forte stigmatizzazione. Luca Locati Luciani, fondatore del Centro di Documentazione Aldo Mieli e prezioso archivista della comunità LGBT+ italiana, spiega che, alla vigilia degli anni ’70, Firenze divenne la scena di una vera e propria retata.

Era maggio 1969, un mese prima delle rivolte di Stonewall, e la polizia effettuò un raid nelle zone delle Cascine, Piazza Vittorio Veneto, Albereta e Lungarno del Tempio: era la mappa della scena di cruising a Firenze, contro la quale, come scrive il quotidiano La Nazione , c’era ”una guerra agli omosessuali per più che evidenti ragioni di moralità pubblica”. Dopo il raid, la comunità queer scrisse una lettera contro ”le persecuzioni nazi-fasciste, i controlli di polizia e la speculazione razzista della stampa”, ed espresse pubblicamente il proprio dissenso. Gay, lesbiche e persone trans scesero in piazza per affermare la propria esistenza. Erano anni in cui la stampa propendeva per la violenza, come La Stampa di Torino nel 1971 scrisse: ”Poveri omosessuali, così psicotici, e nevrotici, e infelici”. Al contrario, a Firenze, per parafrasare l’editoriale del numero #0 di FUORI! , la comunità queer era ”dinamica e appassionata”.

Firenze fu la culla di personaggi prolifici, icone che spinsero i confini e lasciarono segni spropositati. Se i conservatori avrebbero accusato le persone queer di essere immorali, allora la comunità queer avrebbe mostrato loro fino a che punto potevano spingersi. Il Banana Moon, che aprì nel 1977, un anno prima dello storico pride di Pisa del 1978, funge da ponte ed è un luogo chiave per comprendere la storia queer di Firenze. Era un locale queer prima che il termine queer esistesse, proto-fluido, per la sua clientela variegata che mescolava persone di diverse classi e gusti. Oggi, c’è solo una porta verde a ricordare quello che era, per Bruno, un luogo dirompente e necessario: ”Organizzavamo concerti, con il performer Ivan Cattaneo e Alfredo Cohen, pioniere del cabaret gay. Tra i produttori musicali, c’era Franco Battiato con il suo disco ‘Come barchette dentro un tram’, uscito nel 1977 con l’introduzione di Fernanda Pivano, madre della beat generation italiana”. Bruno, pieno di nostalgia, indica il numero civico e ripensa a quella città di Dite. Era il luogo dove Mario Mieli, uno dei fondatori del fronte omosessuale italiano, e tra i primi attivisti gay, scioccò un intero pubblico defecando sul palco e servendo le proprie feci. La creatività fiorentina dei decenni successivi inizia qui. Una creatività fatta di sex club, ma anche di luoghi liquidi, lucenti e fluidi, come le sete e i sacchi della spazzatura indossati da Mieli per impressionare il pubblico con performance scioccanti.

Leigh Bowery, l’artista di Melbourne e drag queen, introdusse l’esuberanza della queerness nelle strade di Firenze. Bowery visse a Firenze per sei mesi, scandalizzando la città con le sue performance e il suo stile post-punk. A Firenze, Bowery entrò in contatto con I ragazzi del Bopper, un collettivo queer nato negli anni ’80 che anticipò quella cultura dell’extravaganza che sarebbe esplosa dieci anni dopo. Le loro feste erano memorabili, oltraggiose e chiassose. Alla loro ”festa pagana”, gli ospiti venivano accolti con pezzi di carne di mucca appesi e gocciolanti sangue. ”Una volta il loro DJ, Asso, urinò sulla gente, e molti lo scambiarono per champagne”. Questa congregazione di alternativi trasformò Firenze in un sogno londinese: ispirata dalle trasformazioni di Bowery, portò con sé un edonismo dirompente, scintillante e spensierato, che Bruno chiama ”l’estetica dell’impossibile”.

In questa fetta stravagante di Firenze, anche la frivolezza era un atto politico. ”Vivevamo l’eredità della controcultura degli anni ’60: non c’era l’idea che la politica fosse diversa dalla vita. Godevamo di una bolla incredibile; ci divertivamo anche quando, fuori nel mondo della burocrazia, il debito saliva a livelli folli”, condivide Stefano Bonamici, direttore artistico del collettivo controculturale noto come Tokyo Production. Nato negli anni ’80, sulla cresta dell’onda queer fiorentina, questo collettivo incanalò le energie del mondo omosessuale dalle tombe della moralità pubblica in feste folli. ”Trovavi di tutto, dai punk ai preppy, e quando se ne andavano, erano tutti amici: nudi, cravatte sparite, camicie sbottonate”, ricorda Stefano. Abbracciare la queerness era possibile a Firenze, una città che, più di Milano, respirava moda e cultura internazionale. ”Al primo evento che organizzammo, il 5 gennaio 1986, tra le tante persone presenti c’erano solo due italiani: la modella Dalila Di Lazzaro e lo stilista francese Jean-Paul Gaultier”.

Tokyo House

Firenze divenne un crocevia, un figlio d’amore tra Londra e Berlino: ”Bastava il passaparola”, spiega Stefano, ”E poi, a renderla una città globale, c’è l’universo della moda di Pitti. Enrico Coveri porta uno staff internazionale nella città di Firenze, riempiendola di giovani da tutto il mondo”.

Parlando di moda, Bruno mi conduce in Via Roma, dove si trova l’ammiraglia di Luisaviaroma, un tempo boutique di Andrea Panconesi, ora un marchio globale. Oggi, le luci LED sovrastano il ricordo delle vetrine che riflettevano eleganza, simbolo di una spensieratezza sconfinata. Il proprietario Panconesi, continua Bruno, merita il merito di ”aver dato alla boutique classica una formula internazionale di moda, orientata alla sperimentazione e volta al rischio”. La moda importata in Luisaviaroma plasmò l’immaginario queer a Firenze.

La strada gay di Firenze, Borgo Santa Croce, è ora irriconoscibile senza le sue bandiere arcobaleno. Di giorno, è uno stretto vicolo che si espande verso la piazza dove sorge l’omonima basilica. Bisogna aspettare la sera per vedere accendersi la luce al neon del Quelo Bar mentre Katia, la proprietaria, apre le porte a tutti: ”C’è una clientela diversificata, certamente LGBTQ+”, spiega con un sorriso semplice e sincero. Accanto c’è il Piccolo Café, il punto d’incontro della comunità arcobaleno fiorentina. È chiuso fino al tramonto, quando la strada acciottolata, graffiata dai bagagli dei turisti mordi e fuggi, si trasforma in un patio all’aperto.

In Piazza Santa Croce, incombe un’eredità più solenne. Negli anni ’90, l’architettura gotica della chiesa fu lo scenario per l’apertura della Settima Conferenza Internazionale sull’AIDS. Era giugno 1991, e, per la prima volta, una città italiana ospitò medici, ricercatori, relatori e persone che vivevano con l’HIV. La stampa ancora scettica la chiamò ”La Conferenza della Speranza”, ed era preoccupata per ”le persone con l’AIDS: migliaia di malati o potenzialmente malati che verranno a Firenze”. La foto davanti alla Basilica con il cosiddetto ”quilt dei nomi”, il NAMES Project AIDS Memorial Quilt, sostenuto da impalcature, racconta la storia meglio di qualsiasi testo, della chiusura sociale e della stigmatizzazione dovute a ragioni di ”moralità pubblica”, o, più precisamente, pregiudizio.

Aids quilt at the Conferenza sull'Aids a Firenze (1991). Photo courtesy of Giovanni Rodella.

Come le persone che li guidano, quelli che ancora resistono con i locali queer di Firenze sono resilienti contro le ondate di pregiudizio, inflazione e politiche mutevoli. Un tempio della nostalgia, ancora pieno di vita, è Contempo Records, un negozio di dischi storico inaugurato nel 1979 che funzionava anche come etichetta discografica indipendente, stampando i primi dischi di Litfiba, Neon, Diaframma e la new wave di Firenze. Siamo accolti da Alessandro Nannucci, con una lunga barba e uno sguardo acuto, che è uno dei primi appassionati di rock leather a Firenze: ”Ancora oggi, Contempo è uno spazio dove c’è molto vinile raro, che attira ancora un pubblico arcobaleno interessato al vinile disco. I best-seller sono i primi dischi in vinile dei Village People”, spiega Bruno, esperto di musica, che lo considera un luogo da visitare assolutamente. La disco era anche questo: la colonna sonora di una nuova comunità, l’inno di una rivoluzione fatta sulle piste da ballo e nelle piazze della protesta globale, come ricorda il Gay Liberation Front del 1969 a New York.

Potrebbe non rimanere molto del passato scintillante di Firenze, ma ciò che c’è mostra un’eredità duratura che incapsula perfettamente la controcultura della città stessa. Una città che riscoprì ciò che era sempre stata nella comunità queer: un cantiere di un’identità scivolosa, mai statica, frastagliata, battuta dai venti della politica e della moda. Un’identità fratturata, ma che rimane in piedi. Come il bugnato della facciata di Palazzo della Signoria.

Tabasco club poster

The Banana Moon poster

FUORI! magazine issue #0

Tenax

Quelo Bar

Contempo Records