Sono quasi le 17:00 di un grigio pomeriggio di fine agosto quando il fotografo Francesco Neri (43 anni), dopo quattro chiacchiere tra vecchi amici, chiede al contadino Sauro Rossini (55 anni): “Hai tempo per una fotografia?”
Le nuvole scure che incombono oltre il campo di peri a ovest non promettono nulla di buono. Eppure, Neri non ha mai fretta quando si tratta di preparare uno scatto con la sua fotocamera di grande formato 20 x 25. Lentamente e con cura, posiziona il treppiede e apre il soffietto della macchina. Poi, sotto il panno scuro, osserva la scena che appare capovolta. Regola la messa a fuoco, si ferma un istante, poi rilascia l’otturatore in modo quasi impercettibile.
Fa segno a Sauro di restare in silenzio e immobile. Sauro per lo più ubbidisce, nonostante gli sforzi della figlia Sofia (12 anni), che appollaiata lì vicino sulla sua bici gialla sta facendo di tutto per fargli perdere la pazienza.
Una scena simile si ripete qualche giorno dopo, dopo aver finito di pranzare a La rondine, l’azienda agricola biologica e agriturismo che Sauro gestisce con la moglie Debora. È sabato, e Sofia con i fratelli Giuseppe (15 anni) e Clara (7 anni) hanno ancora più voglia di mostrarci i loro trucchi con la frusta romagnola, una sorta di esibizione con lo schiocco della frusta che in questa parte d’Italia — la Romagna, terra di Fellini e della piadina — è quasi un’ossessione, o magari di presentarci gli animali della fattoria.
Eppure, quando Neri chiama Clara — e le sue due amiche Aurora e Chiara, che alloggiano in una roulotte nella proprietà — i bambini smettono di fare i monelli e, come sotto incantesimo, iniziano a seguire le sue indicazioni calme ma autorevoli. Ormai Neri è di famiglia. Non è più solo un fotografo che passa ogni tanto, è una presenza fissa perfettamente in sintonia con la follia quotidiana de La rondine.



Sono quattro anni che Neri frequenta Boncellino, la frazione di 300 abitanti dove vivono i Rossini. Eppure il percorso per diventare un volto familiare del posto, salutato e fermato da tutti, è stato molto più lungo dei 15 chilometri che separano questo villaggio da Faenza, la città famosa per le ceramiche dove Neri è nato e risiede tuttora.
Qualche giorno prima, ci siamo seduti con il fotografo nella sua casa-studio in un quartiere residenziale della sua città natale per parlare di Boncellino, un progetto che sembra il naturale successore di Farmers (2018) — il suo catalogo di contadini dell’Emilia-Romagna che, strizzando l’occhio ad August Sander, funge anche da omaggio a uno stile di vita. Per gli esperti di fotografia, questo è inconfondibilmente il territorio di Luigi Ghirri e Guido Guidi, quel tipo di periferia urbano-rurale anonima mappata per la prima volta in opere fondamentali come Viaggio in Italia (1981) e Esplorazioni sulla Via Emilia (1986). E, in effetti, come studente e in un certo senso protetto di quest’ultimo, Neri ha iniziato come fotografo di paesaggi.
Questo atteggiamento osservativo continua a influenzare il suo stile fotografico. “Devi scattare fotografie che restino in silenzio”, ci dice, citando il fotografo americano Stephen Shore. “Se parlano troppo forte, diventano fastidiose”. Eppure, anche nelle prime fotografie del 2008 o precedenti, si vede l’interesse di un ritrattista insinuarsi lentamente: la madre di un amico di Neri, un giardiniere che cura il ginkgo proprio fuori dalla finestra, persone che lavorano nella vicina zona industriale. “Le persone continuavano a scivolare dentro. Non l’avevo pianificato”, dice sorridendo.
La vera svolta, ricorda Neri, è arrivata nel 2011 durante un workshop ospitato da Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea, un’associazione culturale dedicata all’indagine del paesaggio italiano in evoluzione. All’epoca, l’area intorno a Reggio Emilia, storicamente agricola, veniva drasticamente sconvolta dalla costruzione del Treno ad Alta Velocità (TAV), con i contadini espropriati per fare spazio alla nuovissima linea ferroviaria.



A Neri fu chiesto, come agli altri partecipanti, di documentare questa trasformazione indirettamente, attraverso il paesaggio. Durante una delle sue uscite, tra campi vuoti e cantieri, fu avvicinato dal contadino Livio Papi, che chiese a Neri se volesse ascoltare la sua storia. Papi sarebbe diventato uno dei soggetti di Farmers, e Neri tornò alla sede di Linea di Confine con cassette di frutta e verdura, mentre gli altri fotografi imprecavano contro i locali che continuavano a cacciarli dalle loro terre.
Ci sarebbero voluti ancora alcuni anni per ottenere il riconoscimento internazionale — il primo August Sander Award per la fotografia di ritratto, seguito da una serie di mostre a Bruxelles, Londra e Colonia — ma la traiettoria del suo lavoro era già chiara.
Nel suo studio, Neri ci mostra il suo primo libro fotografico, Trophy & Treasure (2017), una testimonianza toccante di una storia familiare di medici e cacciatori. Come gran parte del suo lavoro, è iniziato per caso. Nel 2008, suo padre — un medico — gli chiese un ricordo per il pensionamento: un semplice ritratto di gruppo del reparto di radiologia dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Nello stesso periodo, Neri si stava trasferendo nella casa dei nonni a Faenza, mettendo in ordine una vita di uccelli imbalsamati, fucili da caccia e strumenti medici. “Medicina e caccia”, dice. “Curare e uccidere. Tre generazioni di Neri hanno fatto entrambe le cose”. Il libro che ne risulta intreccia questi mondi, accostando scene d’ospedale a nature morte di trofei e ritratti di famiglia.
Alcune immagini sono state scattate con il flash, una sfida tecnica che Neri descrive come un cammino sul filo del rasoio. Per lunghissimo tempo, il fotografo ha lavorato quasi esclusivamente con una fotocamera di grande formato 20 x 25, un’attrezzatura così ingombrante e delicata che ogni fotografia sembra quasi un atto di devozione verso ciò che sta catturando.


La lentezza del mezzo si adattava al suo temperamento e alla sua filosofia fotografica, privilegiando la durata, lo scorrere del tempo, rispetto all’istante decisivo. Tira fuori alcune stampe da Farmers: i ritratti di Elvio e Pina, i suoi vicini di casa nella casa di campagna dei genitori a Fognano, scattati nel 2009. Poi un altro set, del 2018. Sono quasi identici — i due hanno la stessa postura, la stessa espressione, persino quelli che sembrano essere gli stessi maglioni. Ciò che li distingue è il tempo che è passato.
Mostrandoci stampe con una qualità nuova e immediata, Neri spiega il suo recente passaggio da una fotocamera 20 x 25 a una 35 mm portatile. Il cambiamento è coinciso con il diventare padre nel 2023; la distanza costruita che un tempo coltivava aveva iniziato a sembrargli una gabbia. Improvvisamente, aveva bisogno di movimento e velocità.
“Sono andato a Boncellino e in tre ore ho scattato 25 rullini”. Meno costruite e più spontanee, le immagini che ne risultano portano in Boncellino un’intimità in carne ed ossa che forse mancava nei ritratti archetipici di Farmers. “È come un mix di accelerazione e frenata”, dice riguardo al modo in cui gli piace operare oggi.


Ma da dove viene l’interesse di Neri per i contadini ? Per la maggior parte, schiva la domanda con un misto di nonchalance e modestia. (Un altro tratto che ha in comune con il suo mentore Guido Guidi.) Neri sostiene che la fotografia sia un processo inconscio, durante il quale bisogna sospendere il giudizio. “Mi piace pensare che sia la fotografia a rivelarmi le cose”, spiega. “Non sono io che impongo il mio occhio alla fotografia. È la fotografia che mi mostra cose che altrimenti non potrei vedere”.
Ammette, tuttavia, che il suo interesse potrebbe avere a che fare con le estati d’infanzia trascorse a casa dei nonni a Fognano, un altro villaggio della zona. Ricorda lunghi pomeriggi annoiati passati a inventare giochi con il suo unico coetaneo. Senza altri giovani in vista, i vecchi contadini locali divennero gli improbabili amici di Neri.
Che la fotografia — e nello specifico il ritratto — sia per Neri un modo per riconnettersi e fare visita a “vecchi” amici diventa chiaro quando, dopo aver pranzato dai Rossini e aver incontrato un paio di conoscenti, finiamo all’allevamento di cavalli Appaloosa di Giuliano Bravi (61 anni).
Con i suoi penetranti occhi azzurri, Giuliano è un personaggio centrale in Boncellino. Il suo severo ritratto in bianco e nero ha recentemente osservato i visitatori della Large Glass Gallery di Londra — ma l’immagine nasconde il suo spirito selvaggio. Dopo due minuti, sta già chiamando Neri uno “ sborone di serie A”. Non si può essere più romagnoli di così, almeno per le nostre orecchie emiliane.


Davanti a vino e caffè preparati nella sua roulotte, Giuliano racconta come lui e Neri si sono conosciuti. Con un escavatore che ancora sposta sabbia sullo sfondo, ci parla delle due alluvioni successive del 2023 che, in meno di due settimane, hanno spazzato via il suo allevamento e allagato Boncellino, così come è successo a Faenza e a gran parte della zona. In tutta la regione, i danni catastrofici hanno superato i 10 miliardi di euro, con oltre 50.000 sfollati a causa dell’esondazione di 23 fiumi. Il settore agricolo è stato colpito duramente, con oltre 5.000 aziende sommerse e perdite stimate per 1,5 miliardi di euro tra raccolti, bestiame e macchinari essenziali. Ancora oggi, molti edifici portano i segni dell’acqua di quei giorni bui.
Giuliano ricorda l’alba dopo la prima alluvione: una figura solitaria che avanzava nel fango con stivali di gomma troppo grandi. Era Neri, che per poco non finiva in un canale sommerso. “Non c’era nessuno in giro”, ricorda Giuliano, “solo noi due sfigati. Gli occhi gli si inumidiscono mentre aggiunge: “Erano tempi tristi, ma almeno c’era la scusa che veniva [Neri]. Un quarto d’ora qua e là, un bicchiere di vino, e la bazza [festicciola] era fatta”.
Prima, a Faenza, Neri ci aveva detto, facendo eco al leggendario curatore del MoMA John Szarkowski, che la fotografia è, per necessità, un’arte minore, fatta di piccole cose e momenti intimi. E, in effetti, sebbene conservino sempre un’aura di mistero e reticenza, le sue fotografie documentano un mondo che i più vivono fugacemente, guardando fuori dal finestrino di un treno o sfrecciando sull’autostrada A1 che attraversa la regione. Un mondo che esiste per lo più fuori dalla vista eppure sembra così familiare.











