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Il Bacio Italiano sulle Due Guance: Un Manuale d’Uso

Benvenuti nell’arte italiana del salutarsi.

 

Sono all’inaugurazione di una mostra d’arte a San Francisco. Qualcuno mi presenta un’amica di un’amica, una signora sulla settantina con i capelli cotonati e un abito da cocktail nero. Istintivamente, sorrido e mi sporgo in avanti, perché è quello che si fa. Il mio corpo si muove prima che il cervello se ne accorga.

Io vado a sinistra. Lei va a destra. Oppure si blocca. Oppure tende una mano che resta sospesa a mezz’aria come un’offerta di pace fallita. Per un attimo, breve e straziante, le nostre fronti—e peggio, le nostre labbra—rischiano di scontrarsi. In quell’istante sospeso, capisco: il bacio sulle due guance non viaggia bene.

È sempre la stessa storia. Non riesco a trattenermi dall’iniziare il primo bacio; non farlo sembrerebbe scortese. Ma fermarmi lì, negare il secondo bacio, la sua controparte simmetrica, sembra una mutilazione.

Allora trasformo l’imbarazzo in un momento di orgoglio nazionale. Subito dopo il secondo bacio, mentre la mia nuova conoscenza è ancora paralizzata in un educato smarrimento, cercando di capire quale sarà la mia prossima mossa, chiarisco, quasi trionfante: “Ti do due baci perché sono italiana!” Un sollievo invade la stanza. “Oh mio Dio, amo l’Italia!” rispondono di solito, come se avessi appena offerto loro un weekend in Toscana invece di un piccolo agguato sociale. Il decoro è ristabilito.

 

 

In Italia, il bacio sulle due guance è naturale quanto gesticolare con entrambe le mani mentre si insiste di essere calmi. Nessuno lo spiega. Nessuno lo prova prima. Non ci sono istruzioni. Semplicemente, ci si cresce dentro. Due leggeri sfioramenti delle guance, un suono soffice nell’aria, e il saluto è completo. Non uno. Non tre, come a volte accade in Francia. Due. Perché due?

La risposta arriva dall’Antica Roma, dove i baci venivano classificati con sorprendente precisione: l’osculum per l’amicizia; il basium per l’affetto; il suavium per la passione. Il bacio di saluto funzionava come riconoscimento, un gesto che segnalava alleanza, familiarità e fiducia. Decenni dopo, le comunità cristiane adottarono il “bacio santo”, pensato per dimostrare un amore genuino, non romantico, come segno di fratellanza. Il bacio è sopravvissuto per tutto il Medioevo, nei rituali diplomatici e nelle cerimonie di corte, e col tempo il bacio sulle due guance è diventato meno rituale e più riflesso. Si è radicato nella vita quotidiana, tra parenti, amici e colleghi che avevano attraversato la soglia dal formale al familiare.

Oggi la terminologia è scomparsa, ma resta l’esigenza di leggere e negoziare le relazioni sociali attraverso i rituali di saluto. La mia personale tassonomia, aggiornata rispetto a quella degli antichi romani, sarebbe leggermente diversa: un bacio veloce sulle labbra per i miei amici gay e per mio marito quando ci incontriamo in pubblico; una stretta di mano vigorosa per uomini etero appena conosciuti, per rassicurare la loro mascolinità (o la mia); una stretta di mano più neutra per gli sconosciuti; e il bacio sulle due guance per tutti gli altri.

Il sistema, bisogna ammetterlo, è improvvisato. Ma rivela qualcosa di essenziale: i saluti non sono mai neutri. Ti collocano. Definiscono il perimetro dell’intimità. E, di fatto, possono occasionalmente rivelarsi letali.

 

 

Quando gli esploratori europei raggiunsero per la prima volta le coste della Nuova Zelanda nel XVIII secolo, furono accolti dai Māori secondo un rituale tradizionale: i guerrieri si alzarono e sollevarono le armi. Gli esploratori, forse comprensibilmente, interpretarono male il gesto come segno di un attacco imminente e aprirono il fuoco, dando ai rapporti un inizio decisamente gelido.

La maggior parte dei saluti, fortunatamente, è meno catastrofica, anche se segue comunque un copione sociale preciso. Il bacio sulle due guance, in particolare, è una forma di contatto appropriato. Si comincia inclinandosi a sinistra, offrendo la guancia destra, poi ci si sposta a destra. Il movimento è leggero, più simbolico che altro. E, soprattutto, non si bacia mai davvero la guancia dell’altra persona.

Codifica anche sottili gerarchie. I più giovani iniziano il gesto verso gli anziani. Gli uomini possono baciare altri uomini, anche se il contesto determina se il gesto risulti affettuoso, formale o esuberante. Tra donne, è quasi automatico. Tra colleghi, dipende dall’elasticità della cultura aziendale. Il bacio sulle due guance è socialmente alfabetizzato. Eppure, fuori dall’Italia, la confusione persiste.

Esistono tutorial su YouTube che spiegano “Come dare il bacio sulla guancia come un italiano”. Adulti fatti e finiti provano l’angolazione di avvicinamento e il numero di ripetizioni, un gesto così intuitivo in Italia da richiedere un manuale all’estero.

 

 

Forse il disagio deriva dall’enfasi anglosassone sullo spazio personale. In Italia, la distanza può suggerire riservatezza o diffidenza, mentre la vicinanza fisica segnala familiarità e disinvoltura. Questo potrebbe riflettere in parte una tradizione di famiglie allargate che vivevano sotto lo stesso tetto, dove la vicinanza era intessuta nella vita quotidiana. Potrebbe anche contribuire a spiegare perché le manifestazioni d’affetto in pubblico siano relativamente comuni.

Il bacio sulle due guance è un piccolo rituale di appartenenza. Colma la distanza tra conoscenti senza abolirla del tutto, un modo per dire ci conosciamo senza dover dire molto altro. Accompagna arrivi e partenze, fa da ponte tra vita pubblica e privata, e trasforma la nozione astratta di familiarità in un atto fisico.

E forse è per questo che, non importa quanti incontri imbarazzanti io abbia all’estero, non riesco a rinunciarci. Una stretta di mano sarebbe forse più sicura. Un cenno di saluto è sicuramente meno rischioso. Ma nessuno dei due sembra quello giusto.

Due baci. Nessuna istruzione. E, occasionalmente, un piccolo incidente sociale.