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Domenica con Nonno: il Valore della Famiglia in Italia

“Pochi anni sono bastati per capire che si trattava di un uomo particolare e di un nonno atipico, che comunque incarnava alla perfezione le caratteristiche dei nonni d’Italia.”

Completo in tweed marrone e un volto lungo che esce sotto la coppola coordinata alla giacca. D’estate invece ha una camicia a maniche corte bianca o beige, da cui sotto traspare vistosamente la canottiera. Immancabile l’orologio al polso, la barba sempre appena rasata. La faccia seria di mio nonno è quella di tutti gli italiani che hanno sofferto il loro tempo, la fame, la guerra, la miseria, l’anaffettività di genitori vecchia maniera e le catene invisibili di uno status famigliare, prima ancora che sociale, a cui era impossibile sottrarsi.

Il “sor Giulio”, chiamato affettuosamente e ironicamente Giulietto, è un monolite di quasi due metri in giacca e cravatta pure di domenica. Anzi, a maggior ragione di domenica. Emblema dell’italianità che mantiene la forma anche quando supera di gran lunga il contenuto. Giulietto è stato mio nonno per pochi anni, ma è stato il padre di mio padre per molti di più. Non mi è servito arrivare alla maturità per decifrarne i silenzi, per saper leggere quegli occhietti imprevedibilmente vispi, così in controtempo rispetto ai suoi movimenti lenti. Pochi anni sono bastati per capire che si trattava di un uomo particolare e di un nonno atipico, che comunque incarnava alla perfezione le caratteristiche dei nonni d’Italia.

Domenica è il giorno di nonno. Si alza presto, perché non sa fare altrimenti. Non va in chiesa, perché non gli interessa. Però fa colazione al bar, come tutti i giorni. E come ogni mattina la offre ai suoi amici. Una cordialità e una generosità spesso mal riposte, perché tanti lo aspettano furbamente per scroccargli un caffè, un cornetto, un tramezzino. Ma lui è un gran signore e non ci bada. Lascia mance considerevoli ed è ben voluto da tutti i baristi. Per non parlare dei camerieri. Quando c’è da mangiare fuori, tanto e bene, lui è l’uomo giusto. Nella tasca interna della giacca porta con sé una piccola agenda rilegata in cuoio in cui sono riportati indirizzi e recapiti di tutti i ristoranti che negli anni lo hanno soddisfatto. Non c’è zona di Roma e dintorni che non sia coperta dalla sua personalissima guida Michelin. Ma non si tratta di posti stellati, anzi. Sono le trattorie che portano ancora il nome del proprietario come “Da Peppe”, “Da Ada e Mario”, “I fratelli Salvi” e così via. Quando ha fame, consulta l’agenda, sceglie dove mangiare e parte, riuscendo sempre a farsi mettere da parte un tavolo. I suoi amici ristoratori non lo fanno solo per amicizia, ma anche perché è il cliente ideale: ha gusti semplici e da solo mangia come due persone.

Altrimenti mangia a casa, ma non la sua. Probabilmente sa preparare solo un uovo all’occhio di bue e il caffè. Del resto, è stato abituato ad avere intorno tutte donne operose in cucina, le stesse che sono state garanti e fondatrici delle tradizioni degli italiani a tavola: la mamma, la moglie e la suocera. Poi il salto di generazione: la nuora. Quindi la domenica prende la sua Fiat 124 color crema, tenuta un gioiello perché la fa lavare una volta a settimana – letteralmente ogni volta che la utilizza, e taglia in due il quartiere per venire a casa mia. Si ferma in pasticceria e prende un vassoio di pastarelle grande da sfamare un esercito. Sulla porta di casa è enorme, una figura piuttosto grigia su cui spicca l’incarto rosa della pasticceria. Nonno Giulio è un uomo semplice e sempre uguale a sé stesso. La ricetta del suo arrivo non cambia: a Pasqua si presenta con la colomba o con le uova di cioccolato, a Ferragosto con il gelato. A Natale non viene, perché va da mia zia.

Si aggira per casa lentamente, ma non perché abbia problemi di deambulazione: struscia i piedi perché è pigro e, come tanti nonni italiani, non sa bene dove tenere le mani, proprio ora che non gli servono più per lavorare. O le abbandona lungo i fianchi, oppure le raccoglie dietro la schiena, in quella posa tipica dei vecchi. Il suo peregrinare lo porta sul divano, il posto preferito dopo la tavola. Guarda il ciclismo in TV, ed è per questo che ancora oggi lo associo a lui. Oppure segue il calcio. Fa il tifo per una squadra diversa dalla mia ma non ne parla spesso, e neanche risponde alle provocazioni. Fa ridere che il suo più recente punto debole siano le prime telenovelas sudamericane che vengono rifilate ai telespettatori italiani. A volte fa un commento su un’attrice, apprezzando le gambe di questa o quell’altra soubrette. Me le indica alla televisione e io gli guardo la mano rugosa e grande, che sembra di pergamena. Ogni tanto gli pizzico la pelle del dorso della mano, per vedere quanto impiega a tornare alla sua forma di prima. Provo a scriverci sopra con delle matite colorate ma lui mi chiede un po’ seccato di non sporcarlo. E risento la sua voce, metallica e lontana come se arrivasse da un punto al centro dello stomaco. Poi torna a fissare lo schermo.

Si siede a tavola e mangia, per ore. Piatti su piatti di pasta, minestre, carne, pesce, patate, verdure, come se domani il mondo dovesse finire. Poi i dolci e la sua amata frutta. Mia madre, per fargli un piacere, gliela sbuccia, e lui, che non deve più perdere tempo per queste formalità, ne potrebbe mangiare un quintale. Poi mio padre glielo fa notare e lui si lamenta “Mi fate mangiare troppo!”

Giulietto è così. Non è un simpaticone e non è riuscito neanche a cogliere le occasioni che la vita gli ha messo davanti con cortesia e rispetto. Il passo lento e svogliato rispecchia il suo animo, perché è stato un uomo in carriera, ma sempre con l’attitudine da vitellone. Ha lavorato una vita, ha guadagnato bene, ma non gli è rimasto nulla a parte la sua Fiat 124. A farci caso, gli italiani della sua generazione sono stati di due tipi: nonni lungimiranti, che hanno investito, acquistato case, aiutato figli e nipoti, oppure nonni come lui, che pensava il boom economico potesse durare per sempre. Invece gli è finito sotto il naso, mentre sperperava tutto offrendo pranzi e cene ad amici che poi gli hanno voltato le spalle nel momento del bisogno. Non ha neanche voluto tenere insieme la sua famiglia, i suoi figli, perché a queste cose ci pensava sua moglie, mia nonna. Quando lei è morta, lui non sapeva neanche dove trovare la biancheria pulita. E questa sua assenza lo ha reso una presenza discreta fino alla fine, nonostante l’ingombro fisico.

Al ristorante o a casa, in macchina o durante le sue passeggiate, è sempre in rigoroso silenzio, con l’aria pensierosa. Ma nessuno ha accesso alle sue riflessioni. Pochissimi sorrisi di cuore, rarissime le risate. Nei filmini di famiglia girati in Super 8 si vede lui che dopo pranzo saluta tutti e va al bar per giocare a carte o per vedere la partita di pallone. Eppure, dopo la colazione mi porta al negozio e mi fa scegliere un regalo, e mi insegna a scegliere la cassa con la commessa più carina.

Non è stato un nonno né un padre affettuoso, è stato buono senza essere incisivo. Sempre fuori dalle questioni di famiglia per timore o per disinteresse, fuori dalle mode per indolenza e fuori dal tempo appena il mondo ha iniziato a viaggiare più velocemente. È stato il primo del vicinato a comprare un televisore nel 1954, ma diffidava da quel nuovo strumento chiamato lavatrice. Un gigante controsenso e una mentalità chiusa che forse si apriva più con gli amici che con la compagna di una vita.

Ha vissuto la guerra, la povertà, il benessere e poi di nuovo una povertà in cui ha mantenuto i costumi del benessere, poi la vecchiaia e la malattia, ma nulla sembra averlo scalfito. O forse tutto. È stato di passaggio, e ha vissuto come se ne avesse consapevolezza. Quindi è uscito dal mondo così come da casa mia: ha dato uno sguardo allo sport, ha mangiato a sazietà, si è alzato e se ne è andato. In silenzio come quando è arrivato, strusciando i piedi e tirando su il sopracciglio in segno di saluto, sornione. Come a dire: Ciao, ci vediamo domenica prossima.

Photography by Charles H. Traub