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Come l’Italia ha cambiato l’idea che avevo del mio corpo

“Scoprire il vero significato di bella figura e ricostruire il mio rapporto col cibo”.

Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia annidata in un quartiere colorato e culturalmente variegato a sud di Philadelphia, noto per le sue comunità italiane. Sono figlia di italo-americani di prima generazione e ogni giorno mi veniva ricordato da dove veniva la mia famiglia, l’importanza della mia eredità italiana, la storia, le radici e il sacrificio. Ero circondata da persone orgogliose, da tradizioni, da determinazione e, naturalmente, da cibo.

I nostri piatti e le nostre ricette erano le uniche cose rimaste del nostro paese d’origine; la mia famiglia vi si aggrappava come costante promemoria della propria cultura e dei ricordi che continuavano a vivere anche mentre si cercava una nuova vita in America. Dai grandi pranzi domenicali ai giorni di vacanza e ai festeggiamenti più disparati, passavamo ore in cucina a guardare le mie nonne che lavoravano scrupolosamente per perfezionare ogni singolo piatto. Senza dubbio si trattava di un lavoro, ma di un lavoro d’amore. Il cibo non era solo qualcosa che mangiavamo, ma diventava parte della nostra identità.

Gli anni della mia infanzia passarono in fretta, la mia percezione cominciò a cambiare e le mie opinioni sul cibo si offuscarono di colpo. Negli Stati Uniti ci fu un grande movimento “salutista” che si è consumato durante la mia adolescenza e che mi ha accompagnato fino alla prima età adulta. Improvvisamente la pasta era il male perché lo diceva la società. I carboidrati erano il male. Il cibo non era più semplicemente cibo, vennero a galla delle ripercussioni morali. Ricordo l’incredulità sul volto della mia mamma italiana la prima volta che le dissi che non potevo più mangiare la pasta. Tutti i cibi che amavo, quelli che erano simbolo della mia famiglia, della loro vita, del loro amore e del nostro patrimonio, erano off-limits, talmente intoccabili e insondabili da non poter neanche concepire di poterli mangiare ancora.

“Ma Gabriela, a te piace la pasta! Mangiamo pasta ogni settimana, ogni giorno. È solo acqua e farina, perché all’improvviso ora fa male?”. La narrazione riguardo alla salute e al benessere è tuttora un terreno scivoloso in America, sul quale io stessa sono caduta rapidamente. Solo quando mi sono trasferita in Italia è iniziato lo shock culturale, non necessariamente per il modo in cui gli italiani si vestivano, si muovevano o parlavano, ma per come mangiavano, per la loro mentalità, per le loro filosofie di vita, per “la bella figura”. Stavo vivendo una crisi esistenziale e d’identità, non sapevo come mangiare, avevo perso il rapporto con il cibo, con il corpo e con me stessa.

Qui a Roma, mi sono lasciata coinvolgere dai ritmi quotidiani della vita intorno al cibo. Il modo in cui gli italiani vedono, scelgono, cucinano e mangiano il cibo va completamente contro tutto ciò in cui avevo creduto e di cui mi ero convinta negli ultimi dieci anni. Trascorrere ore in un bar locale stabiliva quanto anche un semplice caffè con vero latte intero e un pasticcino leggermente zuccherato fosse di fatto una norma quotidiana, ancor più come rituale ed esperienza sociale, senza un secondo fine. Il piacere che gli italiani provavano per ogni singolo morso o per ogni sorso del loro cappuccino perfettamente schiumato era palpabile. Ma io, dopo aver vissuto a Roma per quasi un anno e mezzo, non ho mai trovato il coraggio di ordinare un cornetto con crema o un cappuccino senza combattere la guerra che si scatenava nella mia testa.

Provavo sensi di colpa e vergogna. Vergogna per aver mangiato cibo che mi piaceva, ma che non mi era “permesso” avere. Dovevo guadagnarmi il cibo. Qui in Italia il cibo non si guadagna, si celebra. Il momento del pasto è sacro e non c’è nessuna equazione magica.C’era una voce che ripeteva la stessa cantilena nella mia testa, “Calorie in entrata, calorie in uscita! Oggi non hai fatto abbastanza esercizio fisico, quindi non potrai mai mangiare una pizza intera!”.

Solo dopo un viaggio a Napoli ho capito che forse la voce nella mia testa non sempre aveva ragione. La salute e il benessere sono alla base della cultura occidentale, ma la percezione in Italia è completamente invertita. Invece di pensare alla pasta come ricca di carboidrati, la voce che ronza nella mente di un italiano pensa: “Di quanto tempo ha bisogno per cuocersi? Quali verdure di stagione posso usare per completare il piatto? Qual è il vino perfetto da abbinare?”.

Ero a Napoli allora, seduta su alcuni scogli lungo il Borgo Marinari, circondata dalle risate dei napoletani, dal sole e da un profumo decadente che non abbandonerà mai più la mia memoria. Con la coda dell’occhio vidi una scatola da pasticceria piena di graffe napoletane (la graffa è una ciambella fritta a forma di fiocco leggermente dolce e accuratamente spolverata con un sottile strato di zucchero semolato). Dopo aver fatto amicizia con gli uomini e le donne che mi stavano vicino, quelli insistettero perché ne gustassi una anch’io, con quella calda ospitalità che tanto mi è cara. Senza esitare, ho preso in mano la scatola. Ed eccolo lì, uno dei primi momenti dopo una pausa di quasi dodici anni, il momento in cui ho mangiato quella classica ciambella, assaporando ogni boccone, con le lacrime agli occhi, e non per il senso di colpa o la vergogna, ma per la gioia e la riscoperta.

Mentre mangiavamo le nostre graffe, ho subito intavolato una conversazione con una delle donne napoletane sedute di fronte a me. Il suo splendore e la sua grazia erano magnetici, non solo per il suo aspetto, ma anche per il modo in cui assaporava ogni boccone, senza battere ciglio. Le dissi subito che ero a dieta, ma che il dolce valeva ogni boccone e la ringraziai. Lei mi guardò rapidamente da cima a fondo e poi mi guardò.

“Tu ti devi amare e invece non ti ami. Ci devi provare”… “Guarda” continuò, indicandosi, “Guarda questi difetti. Ci sono imperfezioni ovunque. I nostri corpi sono le nostre case. I nostri corpi contengono ricordi, storie. Che cos’è la bellezza? Non è vanità, è amore per se stessi. Noi donne non usciamo mai di casa senza fiducia in noi stesse. Se riesci ad amarti, mangerai quello che vuoi senza paura e poi ne sarai grata”.

Le sue parole, così pure e crude, riecheggiarono nella mia testa. Era l’illuminazione che stavo cercando, arrivata quando meno me l’aspettavo, e l’illuminazione era questa: l’attitudine è tutto. La dieta italiana è molto più del cibo in sé. È uno stile di vita, una filosofia che scorre fluendo per tutta la vita. È il modo in cui si ascolta, si sente, si parla, si cammina, si parla. Le parti emotive, fisiche e mentali dell’essere umano. È consapevolezza.

C’è una sicurezza che le donne e gli uomini italiani emanano profondamente. Nel mio passato, i mesi che precedevano l’estate erano un momento di privazione, di rigore, di regole e di autocritica negativa. Qui in Italia il corpo è sacro, celebrato a prescindere dall’età, dalla taglia o dal numero. Il mio momento di verità è stato qui, tra perfetti sconosciuti, che mi hanno mostrato che la vita è fatta per essere vissuta e goduta, cosa che non riuscivo a fare pienamente a causa delle mie insicurezze. Un corpo è un corpo e un costume da bagno è qualcosa che si indossa, non qualcosa che si deve guadagnare. Il peso è solo un numero, non un fardello.

C’è questo bellissimo modo di vivere in Italia che ho capito e adottato, anche se lentamente e con scetticismo. Grazie Italia e, soprattutto, grazie alle belle anime che ho incontrato finora per avermi insegnato a mangiare di nuovo e a vedere il mio corpo sotto una luce diversa. Il cibo non è macronutrienti, né vergogna, né senso di colpa, né moralità, né malvagità. Il cibo è amore, tradizione, piacere, nutrimento e stagione.