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Mia Nonna Italiana: Come Eravamo

Mia nonna è sempre stata una di quelle donne italiane che sembra che vivano all’interno di una sceneggiatura di De Sica (dialetto incluso).

Indossa i gioielli per andare dal fornaio e fa la permanente ai capelli con i bigodini grandi, come se vivessimo negli anni 50.

Quando la vita la mette a dura prova, dipinge.

Non esce mai di casa senza la propria borsa e il fazzoletto in seta.

Sempre con la lunga vestaglia e il rosario da recitare prima di andare a dormire.

La ninna nanna per farmi addormentare e il pane burro e miele per svegliarmi la mattina.

Ogni volta che mi veniva a prendere a scuola ero in grado di riconoscerla già in lontananza, le mani conserte e curate e gli occhi nascosti dietro ai grandi occhiali tartarugati.

Poi dritte a casa per mangiare la mia deliziosa merenda: la pappa al pomodoro, ovviamente.

Se vi invita a pranzo e non finite la vostra porzione di orecchiette, un po’ si offenderà, ma continuerà a sorridere proponendovi melanzane ripiene.

Sempre in grado di condividere il proprio sapere e di essere aggiornata su tutto quello che riguarda il futuro.

Non l’ho mai vista indossare un pantalone, figlia di quel rigore che non avrebbe mai immaginato che un giorno tutte le donne del mondo ne avrebbero indossato uno.

Le vestaglie in lino leggero a fiori e la borsa in paglia per l’estate.

Il cappotto in visone lungo fino ai piedi.

Le piccole spille in oro sulla giacca del tailleur.

Il velluto indossato la notte di Natale e la gratitudine di averci tutti con lei.

Ha visto decenni passarle davanti agli occhi e li ha catturati attraverso i rullini della propria macchina fotografica.

Li ritrovo in un album di raso bianco e, tra i negativi e le foto, la storia dell’Italia sembra scorrere parallelamente a quella della mia famiglia.

La storia di una famiglia italiana come tante altre durante gli anni ’70.

Gli usi e costumi di quegli anni mi sorprendono.

I grandi occhiali a fondo di bottiglia, le calze bianche e le piccole borse. L’abito buono e le prime foto a colori.

Quella compostezza si riusciva a mischiare alle teglie di pasta al forno che si portavano al mare sotto l’ombrellone e le nonne con il maccaturo in testa (fazzoletto nel dialetto meridionale).

Il rigore, le regole e la fede da rispettare.

Il coprifuoco, le foto di classe con i capelloni e dover aspettare il proprio turno per poter parlare al telefono fisso in casa.

Le magliette a righe, i grandi fiocchi tra i capelli e il grembiule per andare a scuola.

Il nero indossato per manifestare un lutto, senza eccezioni, con dignità e fermezza.

I bambini vestiti da grandi e con le espressioni sdentate, in posa imitando la serietà del papà.

I golf fatti a mano messi per andare a Villa Borghese.

Le riunioni di famiglia e tutti a letto dopo Carosello.

Il brodo di pollo per curare l’influenza, lasciate che vi dica che ogni volta che non mi sento bene, me lo prepara ancora per tirarmi su di morale.

Il diario segreto al quale confessare i primi baci.

Il profumo di bucato steso su un filo da una finestra all’altra.

Le polpette al sugo, le posate d’argento e i tovaglioli ricamati come chiari segnali dell’arrivo del pranzo della Domenica.

I calzettoni bianchi, ovviamente di spugna, e i primi timidi passi degli anni ’80 con i capelli cotonati.

La frangia con il cerchietto e nonna con un vestito a pois che tiene sotto controllo il più scapestrato tra i  nipoti.

Il momento solenne della poesia, recitata rigorosamente in piedi su una sedia, di fronte a tutta la famiglia e l’emozione che fa dimenticare un paio di strofe.

La coppola di mio nonno e la sua pipa, mentre cerca di evitare l’obiettivo della fotocamera.

La voce narrante di nonna accompagna gli scatti che scorrono veloci davanti ai miei occhi.