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Viva Troisi! e la Sua Rivoluzione Cinematografica

“Troisi è universale, siamo tutti un po’ Troisi.”

Se Maradona fosse nato a San Giorgio a Cremano, sarebbe stato il Massimo Troisi del calcio: sarebbe stato ancor di più un eroe campano, appartenendo a quei colori per nascita, e il suo modo di giocare non sarebbe stato meno acclamato. Non avremmo detto di lui che era l’espressione del calcio partenopeo, ma semplicemente che era l’espressione del calcio. Allo stesso modo, si dice che Troisi abbia raccontato la Napoli degli anni Ottanta, ed è vero. Ma in realtà non ha raccontato soltanto Napoli, e non soltanto la sua generazione. Massimo Troisi è partito da Napoli – senza tradirla mai – in un momento difficile e forse di svolta nella sua storia, e ha esportato nel resto d’Italia qualcosa che non era ancora mai stata in scena, da cui in tantissimi si sono sentiti rappresentati. La sua è stata un’innovazione soprattutto culturale. Ha mostrato un protagonista napoletano diverso dagli stereotipi che avevano spopolato fino a quel momento: timido ma comunque arguto, spesso impaziente ma anche sopraffatto dagli eventi e incapace di prendere decisioni, attraversato da mille dubbi, gli stessi che abbiamo ancora oggi. 

La sua forza è stata quella di non cercare il difficile, l’anomalo o l’esagerato, ma quella di portare sul grande schermo il normale, una quotidianità sobria e tutta da approfondire. Perché i personaggi che nei suoi lavori gli ruotano intorno sono individuabili anche in altre realtà dell’epoca – ad esempio nel cinema di Nanni Moretti – ma lui è come se non fosse un attore all’interno del film. In quei momenti diventa tutti noi che lo guardiamo. Tutti noi che balbettiamo durante un discorso importante o che interrompiamo bruscamente una frase per aprirne un’altra. Tutti noi che sembriamo in difficoltà nel trovare le parole giuste e le andiamo a cercare con gli occhi e con le mani. Negli anni Ottanta era opinione comune che il suo cinema raccontasse la realtà dei giovani campani meglio di tanti documentari. Avrebbe potuto parlare torinese, umbro o calabrese, il suo messaggio sarebbe arrivato con la stessa intensità, perché quei sentimenti che ha portato in scena erano – e sono – condivisi da tantissimi ragazzi italiani.

Massimo Troisi ha creato un bellissimo cortocircuito e continua a crearlo ogni volta che lo vediamo perché la sua non sembra recitazione. Quel linguaggio dinamico, frammentato da pause e balbettii è spontaneo, è il nostro, è di chi tutti i giorni si trova a discutere con gli amici, con i colleghi o con il proprio partner. È un linguaggio di silenzi e di gesti, di espressioni inconfondibili e di riflessioni ingombranti sul senso della vita. E pure le tematiche che affronta sono d’attualità da quarant’anni: l’amore, il lavoro e la loro mancanza, l’incomunicabilità dei sentimenti, le difficoltà nell’emancipazione e nella realizzazione personale. Troisi è universale, siamo tutti un po’ Troisi.

Ha anche rivoluzionato la percezione di Napoli nella cultura di massa, scardinando i luoghi comuni con sagacia.

“Io sono emarginato due volte. Perché quando la gente sa che sei napoletano, parte prevenuta perché pensa che fai il furbo, che ci vuoi provare. Ma se invece sei napoletano e pure timido, che stai sulle tue, allora scompari proprio!”

Ha ironizzato su tutte le contraddizioni degli italiani, esponendosi con leggerezza e acume su tematiche spinose, dalla fede alla politica: ha scherzato sull’intoccabile San Gennaro e sull’annunciazione nei celebri numeri con il trio La Smorfia, e sul miracolo delle lacrime della Madonna in Scusate il ritardo. Ha colpito il fascismo ne Le vie del Signore sono finite, Pertini in Morto Troisi! Viva Troisi!, e anche la politica estera statunitense in un’intervista in collegamento da New York.

Troisi ha inoltre riscattato il napoletano come dialetto, facendolo arrivare ovunque, come ha fatto in musica Pino Daniele, suo grande amico. Diceva:

“Penso, sogno in napoletano. Quando parlo in italiano mi sembra d’essere falso”. 

Forse è per questo che sembrava non recitasse mai. Oppure ancora:

“Io mi sforzo di parlare italiano, e allora voi sforzatevi di capire il napoletano!”. 

E questa sua scelta di linguaggio, soprattutto agli inizi, è stata forte, audace. In un momento storico in cui le espressioni dialettali erano utilizzate al cinema con più rigore, ha rischiato di limitare il bacino di pubblico a cui si rivolgeva. Invece è riuscito a fare del suo napoletano una lingua popolare, comprensibile a tutti, nonostante la fortissima connotazione geografica. Al cinema, a teatro, in TV, ha sempre trovato la perfetta armonia comunicativa unendo la sua espressività totale: dalla voce allo lo sguardo, dai movimenti al modo di parlare, al suo viso così magniloquente. Per questo il suo linguaggio risulta imbattibile e universale pur rimanendo dialettale. Anche se ha prestato la voce alla forma canzone in una versione di Saglie, Saglie di Pino Daniele, Troisi non è mai stato di quegli interpreti che avrebbero potuto rendere al massimo anche soltanto incidendo musica o materiale audio. La sua voce era inconfondibile, ma non poteva in nessun modo essere slegata dalla sua immagine, in quanto parte di un tutt’uno indissolubile e ancora oggi unico nel panorama cinematografico e teatrale. 

Dalla collaborazione con Pino Daniele, sono nate le musiche per tre suoi film, oltre al pezzo ‘O ssaje comme fa ‘o core, con cui il cantautore ha messo in musica una poesia bellissima dell’amico attore. Sul loro sodalizio artistico, Troisi – intervistato in TV da Gianni Minà – ha commentato:

“Lui fa le canzoni, poi mi chiama e mi dice ‘Mi fai il film?’ […]
E andiamo avanti così da anni. Lui fa le canzoni e io ci faccio i film intorno.”

Lo hanno chiamato il comico dei sentimenti, ma probabilmente anche questa è una definizione non del tutto esaustiva, dato che per Troisi il ruolo di comico suona piuttosto riduttivo, così come per Alberto Sordi o Paolo Villaggio, tanto per dirne due che come lui sapevano far ridere e commuovere con la stessa intensità.

“[…] Tre cose me so’ riuscite dint’ ‘a vita, pecché aggia perdere pure chest’, che aggia ricomincia’ da zero?! Da tre!”

La comicità di Massimo Troisi era già a un livello successivo rispetto ai suoi tempi. Non solo: era così avanti da non risultare superata neanche oggi, a distanza di quarant’anni. Questo perché sapeva individuare le debolezze e le stranezze umane, anche le più piccole, anche le incertezze che vengono date più per scontate, e sapeva scherzarci su. Aveva l’abilità – questa sì, tutta campana – di non prendersi troppo sul serio ma di riuscire sempre a dire le cose come stavano. Dovremmo essere tutti un po’ Troisi.