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Una Tipica Estate di una Ragazza del Sud

Ricordi al Mare negli Anni ‘90

“Quei pezzetti di mare che potevo scorgere dal finestrino ripagavano ogni attesa: scintillavano sotto il sole implacabile del sud, e mi invitavano, come fossero amici.”

Negli anni ’90 i mesi estivi spesso si dilatavano talmente tanto che destino di molti fortunati era poter andare in villeggiatura. Non si trattava di una semplice vacanza, ma di un vero e proprio stile di vita, soprattutto per quelle persone che possedevano una casa al mare. Si partiva a giugno e si tornava a settembre, e la routine sveglia tardi-colazione-mare-mare-mare-passeggiata-gelato diventava quasi tediosa, tanto che alcuni non vedevano l’ora di tornare a casa (o addirittura, a scuola). Ecco, io non ci pensavo proprio, sarei rimasta lì per sempre.

Si potrebbe dire che, in quegli anni, le vite di noi tutti fossero più semplici? Più abitudinarie? Sapevamo fin dall’inverno di dover raggiungere quel posto, che fosse in Puglia, in Sicilia, in Toscana, ovunque, e non avevamo la minima intenzione di cambiare località. Come cantava Piero Focaccia, “stessa spiaggia, stesso mare”.

Nel mio caso, le scelte erano due, sempre quelle: il selvaggio Gargano o il profondo sud della Calabria, dove sono fioriti alcuni dei miei ricordi estivi più belli.

Attendevo con eccitazione la fine della scuola, contando i giorni sul calendario, fantasticando su cosa avrei fatto, su quali amici avrei ritrovato – perché il bello era anche questo, darsi appuntamento e incontrarsi di nuovo dopo dodici mesi – su come sarebbe diventata scura la mia pelle, quante pagine di diario avrei scritto.

La Salerno-Reggio Calabria, all’epoca, era una prova di coraggio: si partiva di notte, e pur con quella precauzione, spesso si restava imbottigliati nel traffico per ore. Non poche volte mi capitava di fermarmi a guardare intere famiglie che smontavano giù e allestivano tavolate sui cofani con tanto di panini e parmigiane, ché, attendere per attendere, almeno lo si faceva con lo stomaco pieno, no?

Mia madre diventava irrequieta, tutte le volte, come se dimenticasse gli anni precedenti, e mio padre annuiva rassegnato alla guida; io e mio fratello, sui sedili posteriori, leggevamo Topolino o Cioè, morti di caldo, perché ovviamente nella nostra vecchia Volkswagen Passat l’aria condizionata non funzionava. Povera auto, poi, carica di pacchi, pacchetti, valige e zaini di ogni sorta. Ammettiamolo, sembravamo dei profughi.

“Andiamo a villeggiare, non vi lamentate!” sbottava mio padre.

Anche Goldoni lo diceva, nella sua “trilogia della villeggiatura” che c’era Smania, Avventura e Ritorno.

E così, dopo erculee fatiche e rischi più che plausibili di perdere il senno, si arrivava a destinazione, plausibilmente in una casetta affittata di un residence. Quei pezzetti di mare che potevo scorgere dal finestrino ripagavano ogni attesa: scintillavano sotto il sole implacabile del sud, e mi invitavano, come fossero amici.

Dunque la routine aveva inizio: le scarpe venivano relegate in un angolo della casa e si sarebbero riprese a settembre; si andava scalzi, in spiaggia, in paese, dal tabaccaio, dappertutto, i piedi si allargavano, si adagiavano, ché quando era tempo di rientrare alla normalità non ne volevano sapere di restringersi di nuovo. Le mattine iniziavano lente, il caldo già soffocante, con le colazioni a base di frutta: ho un ricordo dolce di questi bicchieri di plastica pieni di pezzetti di pesca e zucchero, o dei limoni della Costa dei Gelsomini, di cui si mangiava (e si mangia tuttora) la spugnosa parte bianca. Mentre io e mio fratello ce la prendevamo comoda, mia madre preparava la merenda da portare in spiaggia: pane e pomodoro, con olio d’oliva e origano, fette di melone o anguria, oppure, quando la sera prima avanzava, dell’insalata di pasta o di riso. Le cose erano semplici, all’epoca, niente di raffinato e noi eravamo persone normali. 

Il mare finalmente: il primo tuffo era liberatorio. Agognato per mesi, potevo godermelo tutto il tempo che volevo, e quella consapevolezza, la certezza di non avere fretta, mi faceva stare bene. I cellulari non erano ancora molto diffusi, io non ce l’avevo, e quindi per socializzare si doveva andare al bar del lido: le casse spesso mandavano canzonette estive, i classici tormentoni che ci tormentano tuttora, come “Un’estate italiana” di Bennato e Gianna Nannini, o “Sotto questo sole”, “Rhytm is a dancer” per gli ospiti “internazionali”, e la mia preferita, “Mr. Bombastic” di Shaggy.

Si ascoltava un po’ di musica, si prendeva qualcosa di fresco – ricordate i gelati di Eldorado, come il Piedone? –  si conquistavano nuovi amici, la sabbia nel costume e tra le dita delle mani e, con tutta probabilità, ci si scottava le spalle, ché i solari Bilboa facevano abbastanza cilecca.

Erano giornate serene quelle, dopo la merenda e il divieto di fare il bagno, si faceva sempre la pennichella sotto all’ombrellone, cullati dal rumore rassicurante e ancestrale delle onde. E poi di nuovo via a tuffarsi, a giocare a ping pong, a beach volley (non io, ho sempre odiato gli sport da spiaggia) a carte, o semplicemente a leggere un bel libro, non di quelli che assegnavano a scuola per le vacanze estive, ma quelli che sceglievo da me.

Ne divoravo decine, portavo uno zaino solo per quelli.

Una delle parti più belle della giornata era infilarsi sotto la doccia per controllare i segni del costume: avevo una vera e propria fissa per la tintarella, ché al ritorno delle vacanze si faceva a gara con le amiche a chi fosse più abbronzata.

La salsedine scivolava e mi sentivo pulita, tranquilla, in pace. Spesso, per tenere a bada i capelli lunghi, mia madre mi faceva le trecce sotto il portico di casa, immerso tra alberi di limoni, arance, amaranto, gelsomino e bergamotto, col sole che andava tramontando. 

E poi le cene leggere, la lotta per scacciare le zanzare e i moscerini, e le lunghe passeggiate in paese, con addosso la prima cosa trovata nell’armadio, un paio di sandali già mezzi rotti, la fortuna di incontrare qualche sagra della salsiccia o del peperoncino. E poi, a Palmi, il panorama a strapiombo da cui si scorgevano le coste della Sicilia oppure, nelle giornate di cielo molto terso, il profilo magico delle Eolie. Me ne stavo lì seduta, su una panchina in ferro battuto, a vedere la gente fare lo struscio, e a immaginare d’incrociare qualcuno, un amore estivo magari, qualcuno con cui chiacchierare che non fosse mia madre o mio fratello più piccolo. 

E le notti, calde, tempestate dal canto delle cicale, ma di sonni e sogni così profondi, per la stanchezza accumulata durante il giorno, che al mattino ci si svegliava rigenerati. A volte mi destava il suono delle campane della Chiesa dell’Adorazione, specie di domenica (che poi, in villeggiatura, tutti i giorni era domenica) e le lotte con mia madre per saltare la messa e andare in spiaggia.

Piano, ma mai abbastanza, i giorni sfilavano, ferragosto s’avvicinava e allora, via con le tavolate, il cibo strabordante, i karaoke, i fuochi d’artificio sul mare e, uno dei ricordi a cui sono più affezionata, le escursioni in traghetto su Stromboli, un luogo benedetto, con le sue spiagge di nera sabbia e le colate di lava  che ruggivano nel buio della notte. Passata la metà d’agosto cominciava ad affacciarsi una sensazione di malinconia, di dispiacere, ché mi rendevo conto che l’estate stava quasi per finire. Il rientro era sempre un momento di estrema tristezza per me, perché il mare proprio non volevo lasciarlo, perché odiavo e odio tuttora l’inverno, e lontano dalla costa non posso vivere.

Rimpiango a volte quegli anni, quella spensieratezza infantile, e la libertà di andare e venire a piedi scalzi. L’estate di una semplice ragazza del sud, come tante altre, significava questo: vita lenta, genuinità, tempo speso nel miglior modo possibile, e un accumulo di ricordi autentici e indelebili che, per fortuna, rimangono al loro posto.

Non è forse questo che cerchiamo in continuazione in questa frenetica vita? Soprattutto d’estate, si sveglia quel sentimento nostalgico delle nostre villeggiature, del tempo senza l’obbligo dei social networks, della libertà e del tempo che passava in modo diverso, quando ogni ora aveva un peso e ogni giorno acquistava un significato che affonda tutt’oggi in ricordi meravigliosi nella mente. 

“Oh estate abbondante, carro di mele mature, bocca di fragola in mezzo al verde,
labbra di susina selvatica, strade di morbida polvere sopra la polvere,
mezzogiorno, tamburo di rame rosso,
e a sera riposa il fuoco, la brezza fa ballare il trifoglio, entra nell’officina deserta;
sale una stella fresca verso il cielo cupo,
crepita senza bruciare la notte dell’estate.”
Pablo Neruda – Oh Estate!

Photography by Kurt Bauer