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Trentino-Alto Adige

Chalet del Doch: Una Dolce Evasione

“E lo Chalet nel Doch, immerso nella Valle del Doch, è uno di quei rifugi dove scappare, anche da te stesso,  perché sai che dopo ti ritroverai.”

Dopo 3 settimane nelle isole ancorate al blu dell’egeo e spazzate dal meltemi – meta imprescindbile delle mie estati da quando sono piccola – siamo arrivati a notte fonda in montagna. 

Dalla Grecia – nel mezzo di un’estate caotica e convulsa con decine di richieste dell’ultimo minuto ed un lavoro matto e disperato che non mi ha mai lasciato un momento di tregua  – ero alla disperata ricerca su internet di un rifugio. Un luogo dell’anima, dove andare per riposare la mente, distante da tutto e soprattutto, dopo un’estate torrida, al fresco. Dopo aver letto “L’Incanto del Rifugio. Piccolo Elogio della notte in Montagna”  della collana “Piccola filosofia di viaggio”, mi ero convinta che tre notti sotto al cielo del Trentino era quello che mi – e ci – voleva per recuperare un’idea di quiete. Nulla di più magico che andare a letto in una baita di legno nel silenzio immenso della montagna, che con la sua grandezza ed immobilità ti ricorda sempre di essere solo un frammento di passaggio. “Il rifugio serve ad allontanare il mondo, non a sostituirlo. Il rifugio si nutre di distanza, e la distanza non ha pareti. Il rifugio non prevede residenti, solo ospiti di passaggio. Se diventa casa, non è più rifugio” scrive Camanni. 

Partiamo da Roma, dopo una prima dose di vaccino Pfizer, sempre troppo carichi. Noi ogni volta che partiamo sembra che stiamo per traslocare. Cinque borse in due e Umag, il nostro micio rosso adottato in Istria i primi di Giugno, strappato allo spartitraffico di cemento dove miagolava disperato da ore, o forse giorni. Dopo averlo lasciato per quasi due settimane con la petsitter mentre noi eravamo in Grecia (insieme ai suoi fratelli grandi – i gatti già residenti a via Flaminia che non hanno preso per niente bene la sorpresa del nuovo arrivato) abbiamo deciso che non potevamo lasciarlo ancora a casa e quindi, oltre ai cinque bagagli, in macchina ci siamo caricati anche Umi e la sua ingombrante e plasticosa lettiera.

Dopo ore di guida interminabili – e distrutti dal traffico di tutte le chiusure autostradali prima di Firenze, con 45 gradi e il climatizzatore della macchina rotto – arriviamo allo Chalet nel Doch. Il nome mi ispirava già dalle prime ricerche su internet, mentre digitavo “chalet in trentino”. Dal sito avevo capito poco, ma avevo intuito essere un posto speciale e quindi, quasi a scatola chiusa, avevo prenotato. Dicevo, arriviamo a notte fonda. Il navigatore smette di funzionare. I telefoni non prendono. Noi stiamo salendo da oltre 15 minuti in una stradina in mezzo al bosco dopo aver girato a destra seguendo l’unico cartello che puntava nella nostra, così agognata, direzione. Finalmente vediamo delle luci in mezzo al bosco e si apre una radura. Gli dico “deve essere questo, la strada sembra fermarsi”. Ci scapicolliamo fuori dalla macchina esausti e chiamo – nell’unico punto in cui riesco a far prendere il telefono – la proprietaria, con cui mi ero sentita al pomeriggio. Clelia risponde subito, le dico che siamo arrivati – credo – e lei ci dice: fermi che vi vengo incontro. Nel buio delle notti trentine d’estate rabbrividisco – 13 gradi. Io ero salita in macchina a Roma che ne facevano 37. Gabriele è contento come un bambino – lui ama sentire freddo, una cosa che non capirò mai. Cliela ci porta alla nostra stanza. Uno dei pochi chalet appoggiati sul pendio, di fronte al bosco, che nel buio di una notte senza luna si intravede a malapena, ma la cui potente presenza sprigiona un’energia difficile da raccontare. Non ci sono luci intorno e in fondo alla valle di sente gorgogliare e scorrere un torrente.

Entriamo nello chalet. Un sogno di montagna ad occhi aperti. Appena rimesso a posto, tutto in legno, un piccolo camino, un bagno con una doccia meravigliosa. “Ciccia ci hai portato in paradiso” mi dice Gabriele. “Com’è che non ne sbagli mai una?”. Mi guardo intorno soddisfatta. Sono felice. Sapevo che gli sarebbe piaciuto e che sarebbe stato un nido d’amore solo nostro per i prossimi tre giorni, dopo un’estate – bella – ma passata sempre in compagnia di amici o parenti. Mi infilo sotto la doccia, ci rimango mezz’ora, lascio che l’acqua calda (di montagna) lavi via la stanchezza della giornata e mi infilo a letto con Gabriele che dorme già. Umag si è già accocolato sul letto, un batuffolo arancione rannicchiato ai nostri piedi.

Ci svegliamo alla mattina e siamo in paradiso. A sinistra si apre la valle, che prosegue fino ad un punto indistinto, coperta di boschi a destra e a sinistra. Mi guardo intorno, gli chalet sono una manciata, accocolati s’un pezzo di radura. Vedo dei Lama. I proprietari ne hanno a decine e la mattina gli aprono e loro pascolano felici e guardinghi. Saliamo dal nostro chalet a quello principale e ci sediamo nella piccola sala per fare colazione. Viene preparato tutto ogni mattina – dolci fatti in casa, yogurt e latte proveniente dalle mucche dei pascoli vicini, marmellate fatte in casa e salumi locali, come la carne salada.

Dopo colazione decidiamo di andare a passeggiare. In fondo il motivo principale per cui volevo – e volevamo – venire in montagna, era anche per camminare. Da quando qualche anno fa lessi il libro “Camminare” di Erlin Kagge, avevo capito che per me camminare è una forma di meditazione. Non riesco a stare seduta cercando di svuotare la mente, ma riesco a camminare per ore lasciando che la mente vaghi e quando le gambe iniziano ad essere stanche e la fatica fisica ha il sopravvento, allora camminare diventa una forma di depurazione. Studiamo la mappa dei sentieri insieme a Clelia ed essendo il primo giorno decidiamo di seguire quello più facile e vicino, che arriva al lago di Calaìta, che poi prosegue e arriva nella valle che si affaccia sulle Pale di San Martino. Una meraviglia totale. Camminiamo in mezzo al bosco – il muschio è talmente fitto, verde e morbido che sembra un velluto veneziano. Ci fermiamo a mangiare alla Malga Lozen. Gabriele incontra delle mucche al pascolo e decide di provare ad accarezzarle. Torniamo allo Chalet nel pomeriggio, stanchi ma felici. Ceniamo nella baita principale – la presentazione dei piatti è quella dei ristoranti, la qualità anche. Il Lagrein di un produttore locale è poesia in un bicchiere. Andiamo a letto felici.

I giorni in Trentino sono passati così. Ho lavorato meno. Il telefono mi prendeva poco e dopo le 9 di sera non ero più reperibile – con buona pace dei clienti preoccupati dalla scelta del beach club più in voga della Costiera Amalfitana. Ho pensato molto e ho dormito 10 ore a notte. Solo nei luoghi di grande natura riesco a mettere a fuoco quali siano le cose importanti. Forse perché sei costretto a confrontarti con quello che è molto più grande di te – la montagna per esempio, che con il suo essere mastodontica e paurosa mette tutto sotto una lente diversa – e ti rendi conto che lei era qui prima e sarà qui dopo. La montagna d’estate ha spostato i miei confini. Non potrò più rinunciarci. E lo Chalet nel Doch – immerso nella Valle del Doch – è uno di quei rifugi dove scappare – anche da te stesso –  perché sai che dopo ti ritroverai.