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Tutte le Strade Riportano all’Italia

“A volte, per apprezzare qualcosa ti devi allontanare, guardarla da lontano, forse quasi perderla”

Forse siamo più patriottici di quel che crediamo, ma quanto serve per rendercene conto?

Questa nota, questa piccola riflessione, è rimasta per molto tempo silenziosa fra le mille altre note del mio iPhone. Da buona Vergine, metodica e pignola, ogni pensiero trova spazio fra quest’ultime. Pensieri sconclusionati, attimi di quotidianità irripetibili, ognuno ha la sua valenza. 

Non si sa mai che io mi dimentichi, non si sa mai che quel pensiero possa tornare utile.

Senza mai disturbare troppo, come quel quadro all’ingresso di casa che ti ritrovi a guardare ogni giorno, i miei occhi si erano abituati a vederla lì, la nota. Quasi come se avesse preso polvere, come se tutto questo fosse possibile, dopotutto. Prodotto meticoloso del mio essere testarda e un po’ orgogliosa, la guardavo chiedendomi se ne valesse la pena di condividerla con qualcun altro, se mi avrebbero poi capito o, al contrario, se mi avessero criticata.

Poi ho deciso di rispolverare quel quadro, rispolverare quella nota, togliere gli strati di perplessità, dubbi ed insicurezza.

Sì, perché è necessario far sapere cosa significa essere italiani; essere italiani, giovani e pieni di mille sogni. Ma soprattutto, quello che significa lasciare l’Italia per poi ritornarci; almeno secondo la mia umile prospettiva. 

A volte, per apprezzare qualcosa ti devi allontanare, guardarla da lontano, forse quasi perderla. 

Come Jovanotti canta

“Mi devo allontanare da te

Per vederti tutta intera

Devo far finta che non ci sei

Per scoprire che sei vera”.

Noi giovani italiani abbiamo un’idea tutta nostra di che cosa significhi vivere in Italia e sperare in una carriera. Un’idea che è spesso messa a dura prova. Il percorso è canonico, triennale, magistrale e poi ti ritrovi di fronte alla famigerata gavetta. 

Ferma tutto – non è mai abbastanza. Accumuli tirocini sui tirocini non pagati, i tempi si dilatano, e mamma e papà sentono la tua presenza incombente che non li lascerà fin quando potrai approfittare di un posto caldo, un piatto pronto e il cuore che batte. Poi è vero, di eccezioni ne esistono, colpi di fortuna sporadici; così come esistono giovani che compiono mille mila sacrifici e raggiungono un posto valido in carriera prima degli altri.. mai messo in dubbio.

Tra questi, poi ci sei tu, che hai deciso fin troppo presto che questa non sarebbe stata la tua strada. Non volevi accettare il percorso canonico, e così la vita, te la sei complicata.

A 16 anni parto per gli Stati Uniti, a 17 devo tornare in Italia. Non capisco come i miei compagni di classe siano così testardi, si limitano a pensare alle feste in discoteca e alle verifiche che forse non passeranno. Danno priorità alle influencers su Instagram e non alla vita vera. A malapena sanno cosa vogliono fare all’università e io… beh io voglio cambiare il mondo. Che ragazza impertinente, dall’alto dei suoi diciassette anni pensa di averle viste tutte!

Giusto il tempo del diploma e il Regno Unito mi aspetta. 

Inizio ad osservare chi e cosa mi circonda, le persone mi sembrano ingrigite dalla città. Ripercorro le stesse sensazioni statunitensi a ritroso.

Mi mancano i bar rumorosi la domenica mattina, il mare che sbuca da un vicolo stretto e lungo, l’azzurro del cielo di Roma nelle giornate estive e il bianco in cima delle nostre vette incantate.

Mi manca la possibilità di prendere la macchina e farci un giro, anche solo per due canzoni che aiutano a rimettere in ordine i pensieri.

Più di tutto, però, mi mancano le persone, i gesti spontanei, il gesticolare distratto e naturale mentre racconti agli amici cos’è successo la sera prima e l’italiano, quella melodia che risuona nell’aria se parlata. E ancora le nonne che ti riempiono di cibo delizioso da ogni poro del tuo corpo e quel magico oziare nei bar e nei ristoranti, giusto per il gusto di dedicare tempo alle persone che ami.

Così cerco gli stessi sintomi di malinconia, di saudade o di appocundria (chiamatela come volete) negli altri.

Chissà se lo percepiscono anche loro, o se mi sto complicando la vita di nuovo.

Inizialmente mi convinco di essere un po’ troppo difficile, la solita che non sa mai quel che vuole, se non puntualmente quello che non ha.

Non mi arrendo. Cerco dettagli di quei sintomi fra le persone intorno a me, che come vivo in Inghilterra ormai da tempo e che probabilmente – come me – hanno vissuto lontani dal Bel Paese spostandosi qua e là alla ricerca di quel che gli manca.

Inizio dai pizzaioli, il nostro clichè ma anche il nostro patrimonio, li osservo per ore attenta e curiosa, mi affeziono alla loro resilienza ogni volta che li guardo, sempre domandandogli in silenzio “ma come è possibile che non ti manchi il mare?”.

Corrono contro il tempo, con una passione determinante. 

E ancora “ma questi ritmi frenetici non ti fanno sognare il caffè con i colleghi alle dieci di mattina?”

E più ci penso, più il loro ritmo manuale aumenta.

Vado a trovare una coppia di amici pugliesi. Hanno da poco acquistato una piccola villetta con giardino a sud est di Londra, e con loro hanno un minuscolo bassotto  che scodinzola all’impazzata. La cucina profuma di torte appena sfornate. Sara non le compra mai, preferisce cucinarle. Non pensa ci sia nulla dello stesso sapore dei suoi pasticciotti.

Cavolo, anche a lei manca indubbiamente casa.

Olga, l’indomani arriva saltellante a lavoro e mi ricopre di cibo squisito, le ricette della nonna che custodisce come un segreto. Non può vederla da mesi e così le cucina per noi, i suoi amici acquisiti.

Daniele ascolta solo Pino Daniele – ininterrottamente. I suoi occhi sanno parlare e riflettono il Golfo di Napoli e il vesuvio. Sembra Troisi quando parla, umorismo moderno alla Siani e un romanticismo tutto suo, alla De Curtis.

Lucia invece rimpiange la sua vita semplice insieme alla sua famiglia in Calabria, dove respira onde e libertà.

Greta prenota voli ogni giorno, ha già i prossimi sei viaggi di rientro in Italia in programma, non perderà un weekend e nemmeno un’occasione per farlo.

Poi Anna interrompe la conversazione con il suo accento veneto marcato.

Mi si riempie il cuore di gioia.

E così man mano mi circondo di persone “sintomatiche”, che difendono l’Italia in ogni istanza e che pur di sentirsi un po ‘più vicine, fanno di tutto. Le inventano tutte. Ristoranti italiani, supermercati italiani e perfino bookshops italiani. 

Tutto immancabilmente tricolore.

Mi gira la testa, che grande confusione.

Inizio a mettere in dubbio la mia scelta, ho fatto davvero bene a lasciare tutto ?

Era la cosa giusta da fare?

Sono diventata ipocrita?

Chiamo Chiara prontamente, e trovo conforto alle mie inesauribili riflessioni.

Anche lei l’ha notato. Anche lei pensa le stesse cose. Guarda il Tamigi scorrere immobile e torbido dal suo balcone a Chelsea e pensa alla sua casa con vista lung’Arno a Firenze. Le manca la galleria dell’Accademia e ha gli occhi stanchi di contemporaneità. 

Eppure decidiamo che mangiando un piatto di pasta al pomodoro e passando il pomeriggio assieme a studiare il barocco a Roma, tutto si risolverà in men che non si dica.

Consigli utili per gli italiani alle prese con la nostalgia di casa, potremmo scriverci una rubrica.

Torno a casa e – nero su bianco – realizzo che mi manca tremendamente l’Italia. La vedo perfetta, inizio a valorizzare anche i difetti. Sintomi da positiva alla nostalgia: tutti presenti!

Fast forward, quattro anni dopo, la pandemia trasforma la nostra realtà e ci vediamo costretti ad abbandonare improvvisamente quella vita che avevamo minuziosamente costruito su basi di determinazione e fortissima volontà.

Lentamente dobbiamo ri-adattarci a quello che per tanto avevamo lasciato, l’Italia.

Tempo e dedizione, ancora una volta.

I pregi e i difetti sembrano ritrovare i colori che erano sbiaditi ed appaiono tremendamente realistici, non più idealizzati.

Mesi dopo rincontro Chiara, ci sediamo in un caffè a Bologna, che diventa un pranzo, che diventa una merenda. Abbiamo recuperato il nostro meraviglioso oziare. A dire il vero, anche a Londra non lo avevamo mai perso.

Riabbracciarla è ricongiungere le nostre due vite che scorrono parallele, rimettere a posto tutti i pezzi. Le chiedo di Londra, se le manca, se ci pensa mai, se ci tornerebbe. Le chiedo se ha notato delle differenze una volta tornata in Italia e sorridendo mi risponde che andare via dall’indimenticabile penisola, non ha fatto altro che rafforzare il suo patriottismo e poi aggiunge “da Firenze non me ne sono mai veramente andata”.

Nodo in gola.

Lunedì.

Suona il telefono:”Pronto, Diego? Come stai?”

“Volevo dirti che hai ragione, era proprio come dicevi, nessuno qui in Spagna beve il vino per assaporarlo come facciamo noi. Nessuno lo fa per il piacere di bere e basta”. 

Essì, i sintomi iniziano sempre così. Un lieve raffreddore da freddo e dettagli che si trasforma in una febbre di malinconia per le tue radici.

E allora è proprio lì che tutte le strade sembrano riportati a casa, in Italia. 

Stazione Centrale di Milano. 

Adesso sono qua, un piede ancora a terra, e l’altro sul prossimo volo che mi porterà via da te, Italia, una volta ancora.

Scorro questa nota che è diventata infinita e la domanda fatidica giunge in un battito di ciglia.

Tornerò?

Sì, torneremo.

Tutte le strade riportano a te, mia amata Italia.

Tornare non è semplice, vivere con lei “l’Italia” è a volte quasi impossibile, ma dopo essere stati via a lungo, ti rendi conto che non puoi nemmeno vivere senza di “lei”— è una scelta, una scelta d’amore, la devi accettare per quello che è, con le sue imperfezioni e controsensi, sceglierla comunque perché è meglio averla anche cosi con i suoi difetti che non averla del tutto.