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Ritorno al Sud: Giorni d’Estate dalla Nonna

“Poi in un istante è settembre, il confine dei confini.”

Un albero di pere occupa un angolo del giardino, alcuni rami sono pieni di frutti, altri ricoperti soltanto da foglie. Quando le pere sono mature – o al contrario già vuote perché i vermi le hanno mangiucchiate all’interno – si lasciano cadere: l’erba si muove appena, e il frinire delle cicale e l’immobilità di una stagione sono, per un istante, infrante da un tum

Se non fosse per certi oggetti invecchiati e un po’ scoloriti, tutte le estati a casa di nonna potrebbero essere la ripetizione di una sola estate in cui si susseguono tutti i toni del verde e del giallo dei campi in Irpinia, e le pale eoliche sono ferme oltre le colline e il mare è talmente lontano che si può solo provare a immaginarlo. 

Nei paesini del sud i giorni d’estate si avvicendano uno dietro l’altro come tante perline da infilare in uno spago. Una lentezza ancestrale ammanta ogni passo, ma è un’immobilità un po’ meschina, la stessa che da ragazzina ho imparato a odiare talmente bene e che, adesso che vivo in una città lontana e parecchio caotica, alle volte mi manca dappertutto. 

La natura scandisce il ritmo di giorni tutti identici che si riducono a elenchi di fotogrammi sbiaditi: le chiacchiere coi vicini, le sagre nei vicoli, le frasi in dialetto, la paletta scacciamosche e lo spray contro le zanzare, le ciotole di pomodori e mozzarelle sulla tovaglia cerata, le caramelle sul tavolo, i centrini all’uncinetto, la scatola di legno con ago e filo, il gelato nei bicchieri, le confezioni di merendine, la passata di pomodoro a fine agosto, la tv sempre accesa, le lunghe linee nere delle formiche, le frasi che caldo che fa e oggi non si respira, la tenda da abbassare a metà pomeriggio, il camioncino dei gelati che riproduce ‘O sole mio per le strade la domenica e il giovedì. 

Il ronzio del frigorifero sporca il silenzio postprandiale e il torpore che in questa stagione agguanta le membra e induce il sonno è intatto a quello di anni fa, quando rincasavo nei pomeriggi d’estate dopo aver giocato a palla con i bambini del quartiere e nonna sonnecchiava in poltrona, agitava un ventaglio o recitava il rosario. Le chiedevo: “che c’è per merenda?”, mi rispondeva: “vuoi il pane col pomodoro?”. Me lo dice anche oggi, esattamente come allora. A differenza di allora, quel pane oggi mi sembra il più buono mai mangiato e vederla cucinare, benedire l’impasto del pane, spolverare le cornici con vecchie fotografie o stendere il bucato mi sembra una ricchezza incalcolabile. 

Dove finiscono certi ricordi, mi chiedo, forse in una terra di mezzo addobbata con gli stessi soprammobili, le stesse piastrelle della cucina di nonna, le tende gialle, il divano e il copridivano beige, un non luogo che abito ancora anche se non sono più la bambina di allora. Mia nonna è la certezza che la mia infanzia è esistita e queste lunghe estati di premura, cibo, amore e una certa dose di pigrizia mi ricordano che ogni ritorno è un ricongiungimento. Oggi a casa di nonna la nostalgia si reinventa nel presente, rendendo più tollerabili quei difetti che mal sopportavo una volta. Ogni cosa è al suo posto, sempre immobile e immacolata, ma è nuovo lo sguardo con cui osservo certe storture, perché mi consente di scusarle con maggiore facilità e di apprezzare i ritorni a casa, persino desiderarli. È difficile raccontare il sud a chi non ci è nato, e gli stereotipi si sprecherebbero. Ancor più complicato è perdonarsi, sapere di appartenere profondamente a qualcosa in cui però ci si identifica solo a tratti, un po’ come tornare a adagiarsi in un quadro di cui si conosce il paesaggio a memoria. Perciò ci si inventa un compromesso: andare e fare ritorno, qui e lì; raggomitolare quel nodo innominato di cose, sangue e radici e custodirlo, metterlo al riparo.

Poi in un istante è settembre, il confine dei confini. L’aria si fa più rigida, una felpa copre le spalle, cadono i fichi dall’albero in giardino e i bambini gridano all’uscita di scuola. Le pere, invece, sono finite; si fa largo un desiderio d’autunno.