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Liguria

Portovenere: L’Antico Borgo dei Poeti

“Ascoltare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare”.

Imbarchiamo dal Golfo dei Poeti. La via più affascinante: il mare. 

In lontananza, il cielo si tinge di porpora. E subito capiamo che i nostri destini sono in balia del mito e del folklore di popoli lontani. Le onde cullano dolcemente una terra frastagliata, baciata dal sole, ma quasi dimenticata.

Infatti, se confrontata con le più note “cinque” terre sue vicine (Monteresso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore) Portovenere sembra la perla più solitaria della riviera di levante. E’ lei stessa a essersi ribellata alle sue “sorelle” volendo distinguersi dal gruppo. Ma è forse la più verace e misteriosa e per questo è chiamata la “sesta terra”.

A riprova della sua unicità, Portovenere avrebbe dato i natali a Simonetta Vespucci, la musa di Sandro Botticelli, una delle donne più note e belle del Rinascimento: bionda dagli occhi chiari, come le donne angelicate. La sua famiglia apparteneva alla nobiltà Genovese, ma quando a soli sedici anni si sposò, si trasferì a Firenze, allora considerata il centro del mondo conosciuto, attorno cui gravitavano poeti, artisti, letterati e uomini politici altolocati. Altra coincidenza fortunata, l’archeologia ha testimoniato che proprio a Portovenere, lì sul promontorio che in estate si fa di fuoco, sorgeva in epoca romana, un piccolo tempio dedicato a Venere, dea dell’amore. Costei, nata dalla schiuma dei flutti, fu dipinta dallo stesso Botticelli in uno dei suoi capolavori oggi agli Uffizi di Firenze “La Nascita di Venere”… e pare che si sia ispirato proprio al Golfo dei poeti e al villaggio di Fezzano (frazione di Portovenere) per ambientare il dipinto. Tutto sembra collegarsi come le costellazioni di una mappa celeste.

Il tempietto e la dea, com’è accaduto anche ad altre divinità pagane, furono sostituiti, in età paleocristiana, da una Chiesa e dalla Madonna Bianca, legata a un culto particolarissimo. Al calar della sera, ogni 17 Agosto, un uomo dal manto ignifugo, accende di fiaccole romane tutta la città.  Illumina la chiesa, le scalinate, le strade in salita, le mura e gli scogli del borgo. Le barche, in silenzio e a gruppetti, si muovono ondeggiando spingendosi fino alla Chiesa di San Pietro sul mare, dove tutti avanzano religiosamente muti, con le mani giunte attorno a una luce. Il buio profondo della notte è catturato da milioni di lucciole sacre, che ne rapiscono l’oscurità e ne interrompono le tenebre.

Immaginate un tremolio di fuoco in ogni direzione, come se vi trovaste nel pieno di un incendio per niente pericoloso, senza urla, solo calma e suoni dolci in lontananza, lo sciabordio delle onde e un calore terreno, come se vi trovaste al centro del mondo. Qua e là i contorni delle cose iniziano a sfumare fino a scomparire nella rossa folla ossequiosa. 

Il rito della Madonna Bianca a Portovenere risale al 1399, in ricordo del miracolo avvenuto in casa di un uomo chiamato “Luciardo”. Secondo la leggenda, egli, mentre pregava, vide un dipinto raffigurante la Vergine Maria, rischiararsi e prendere vita. Quello non era un dipinto qualunque, ma un’icona arrivata via mare, nascosta nel tronco cavo di un cedro libanese proveniente, con tutta probabilità, dalla Terra Santa. Anche il periodo non era uno qualunque: il borgo era afflitto da peste e carestie, ma, a seguito del miracolo, la malattia scomparve improvvisamente. Da quel giorno ogni 17 Agosto, Portovenere rende omaggio alla sua paladina, costellando il borgo di luci e di piccole icone immacolate.

Ma una gita a Portovenere nasconde altri segreti. Letterati e artisti erano soliti passeggiare sul litorale ligure “scabro ed essenziale” , tra le torri e le case colorate affastellate le une sulle altre, per lasciarsi ispirare. E’ il caso di Montale o dell’inglese Lord Byron al quale è stata dedicata una grotta degna dello sturm und drang romantico (tempesta e impeto del cuore): attraverso il sentiero dell’Arpaia, si apre a semicerchio la meravigliosa Grotta Byron, a picco sul mare, dove i giovani oggi amano fermarsi per un aperitivo, punto strategico da cui osservare tutta la costa. 

 

Là fuoresce il Tritone

dai flutti che lambiscono

le soglie d’un cristiano

tempio, ed ogni ora prossima

è antica. Ogni dubbiezza

si conduce per mano

come una fanciulletta amica.

 

Là non è chi si guardi

o stia di sé in ascolto.

Quivi sei alle origini

e decidere è stolto:

ripartirai più tardi

per assumere un volto.                                 

Portovenere, Eugenio Montale

 

Montale era molto legato alla terra ligure e un buon modo per entrare nel vivo dello spirito di Portovenere è proprio quello di abbandonarsi ai suoi versi e “ascoltare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare”.

Per esplorare invece al meglio tutti gli anfratti di pietra, che come ferite si aprono sulle insenature, bisogna prendere un battello speciale, in direzione delle tre isole: Palmaria, Tino e Tinetto. Di queste, Palmaria è la più grande e l’unica abitata ed è fitta di sentieri e passeggiate panoramiche, perfette per chi ama l’avventura e il trekking selvaggio. La Grotta Azzurra, la Grotta Vulcanica e la Grotta dei Colombi vanno affrontate noleggiando una canoa, che permette di visitarle senza difficoltà. In generale la natura è incontaminata e offre una varietà di specie rare di piante e animali, come le ostriche verdi, qui allevate, ormai diventate simbolo della cucina spezzina. 

Oltre al battello, c’è però un altro modo che permette di raggiungere Palmaria, soprattutto all’ora di pranzo. Se si prenota un pranzo alla Locanda Lorena, questa offre un trasferimento privato al ristorante con un taxi-boat veneziano, per vivere un’esperienza da dolce vita in un altro angolo di Italia. 

Esperienza culinaria sopraffina è quella tra gli stretti carrugi, dove la focaccia, fugàssa in dialetto, che significa cotta nel focolare, classica o al formaggio, è la regina dei lievitati. Il pesto, altrettanto verde come le ostriche, è salato al punto giusto e profumato a tal punto da guidarti lui stesso per i sentieri del villaggio. Tappa preferita: Bajeicò, la bottega del pesto! 

E non ditemi che non avete mai provato la colazione alla genovese di prima mattina, magari al Relais Santa Caterina, da cui si gode un’ottima vista sul porticciolo: cappuccino e focaccia, unta, bisunta e buonissima, perfetta da inzuppare come un biscotto nel caffelatte.

Di ritorno a Portovenere le strade sono molteplici, perché a poche ore tutto è raggiungibile. Da un porto a un altro, c’è Portofino, meta cult della riviera. Treno, o barca, le Cinque Terre sono comodissime e a pochi kilometri, raggiungibili anche a piedi. Portovenere è ricca di segnaletiche che conducono a luoghi inesplorati e magici, come la Casa del Gelso di Monesteroli con la scalinata affiorante l’acqua, una scala per Atlantide o il Paradiso (piccola chicca suggeritomi da una gentilissima amica) o come i gradini che, dall’Hotel Genio davanti alla porta medievale, conducono alla rupe rocciosa del castello Doria.