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Ospitalità Italiana: L’Invito

Più di un semplice gesto

“Vieni, che ti offro un caffè”.

Il più classico dei rompighiaccio all’italiana. L’apertura di mille amicizie, o un’offerta di pace. Dietro l’invito c’è la volontà di passare del tempo con una persona, specialmente se non la vediamo da un po’ e vogliamo darle attenzione con la scusa di un caffè veloce.

“E dai, solo 5 minuti!”. Spoiler: non sarà veloce, probabilmente.

(Ma) Teoricamente tutti hanno cinque minuti per scappare per un caffè, non si può proprio rifiutare, perciò è la formula più utilizzata per “agganciare” qualcuno, sedersi insieme al tavolino, o sorseggiare un espresso appoggiati al bancone con i gomiti, scambiando due chiacchiere veloci e sventolando lo zucchero. Caffè quindi, si fa per dire.

It’s not about the drink: il più delle volte l’interesse alla bevanda di per sé è totalmente secondario. Invitare, in Italia, fa parte della cultura del condividere, dell’orgoglio di mostrare e far godere dei piaceri della vita, del fare il primo passo, del riporre fiducia nell’altro, del dargli il benvenuto.

Offrire il caffè al bar, anche agli sconosciuti, è un classico del lifestyle all’italiana, è vero. Ma l’invito, quello sacro, lo conosciamo meglio nello stile del meridione, dove accogliere e condividere fa parte dell’educazione socio culturale che si riceve fin dall’infanzia. L’ospite è sacro, anche se appena conosciuto. Parola d’ordine: “aggiungi un posto a tavola”.

I locals sono ambasciatori volenti o nolenti di questa nozione di accoglienza, a volte romanzata ed esagerata, ma veritiera. Si tratta di un ruolo che viene naturale, appreso fin da piccoli, dal condividere la merenda all’ospitare gli amici per le vacanze al mare.
Offrire è un gesto che viene automatico già dall’adolescenza, un passaggio obbligatorio all’età adulta. Invitare i forestieri in casa propria, pagare per loro al bar, è quanto distingue questa calorosa e a volte chiassosa ospitalità, che da straniero, “intruso”, ti rende parte del contesto, ti accoglie come amico.

Specialmente nei piccoli centri abitati, che sia Lombardia o Sicilia, a un forestiero viene quasi impedito di pagare. In Sardegna, per esempio, ci è capitato di conoscere un gruppo di operai in pausa pranzo, che dopo averci squadrato con sospetto (eravamo esageratamente in look da turisti) e aver appurato le nostre origini ed intenzioni, ci hanno invitato a bere (“cumbidato”, in sardo vuol dire bere insieme, condividere un pasto) to drink together, to share food, in Sardinian. Ognuno di loro.
No, nessuna esagerazione colorita e popolare dei clichè meridionali: solo un atto di benvenuto. Alla salute! (ricordate di battere il bicchiere sul tavolo prima di bere, e guardare tutti negli occhi).

Tutti noi abbiamo sentito le nostre nonne e mamme dire “dove mangiamo in cinque, mangiamo in sei”, e così via.

Vi racconto un esempio recente e sincero tratto da una gita con il mio fidanzato, nella frazione disabitata di Ingurtosu. Spaesati e po’ provati dalla strada impegnativa, ci siamo fermati a chiedere informazioni all’unica famiglia a tiro.

Li abbiamo notati mentre si affaccendavano ad apparecchiare il pranzo in giardino, in uno scenario di surreale silenzio del paese. Sono bastati pochi convenevoli – “chi siete, dove andate e che cercate” – per far decidere loro di invitarci a pranzo, o almeno accettare un digestivo e dei fichi d’india freschi.

Ma anche Monica, una mia amica pugliese, ci tiene a sottolineare quanto questa non sia una rappresentazione folkloristica forzata, ma una realtà amorevole di cui andare fieri, che affonda le radici in antichissime tradizioni greco-latine.

Invitare l’altro, accoglierlo, in casa e fuori casa.
Invitare a giocare, dividere i giocattoli, condividere la merenda.
Essere adulti, preparare la cena per cinque persone in più, non si può mai sapere.
C’è un tuo amico? Porta anche lui.
Invitare gli amici a casa tua, restate anche per la notte!
Preparare letto e biancheria per l’ospite, e un bicchiere d’acqua per la notte.

Avere spazzolini nuovi in più perché non si sa mai.

La nonna della mia migliore amica aveva a casa sei pigiami, per ogni evenienza, per le amiche della nipote che potessero restare a dormire.

Un mantra, un insegnamento che si apprende da bambini, si vede fare, è così e basta, è “un marchio di fabbrica”.

Non devi pagare nulla, faccio io!

Non portare nulla, ti do tutto io, porta solo te stesso e “la tua compagnia” o “l’appetito”.

Ma su questo non cascateci attenzione: portate qualcosa, sempre, qualunque cosa, per ringraziare chi vi ospita.

Che sia comprato poco prima, o fatto in casa da voi, per ringraziare dell’invito, ovunque è buona norma portare un dono. È un patto non scritto, un gesto di rispetto per tutto il lavoro fatto, per ricambiare la fiducia e l’affetto che vi sarà donato. Stabilite così una connessione di rimando in cui sarete la controparte di ospite riconoscente. Non farlo significa far storcere un po’ il naso ed apparire ingrati.

Portate qualcosa, anche piccolo, ma sincero. 

Ecco qualche idea: olio di produzione, del liquore fatto in casa, una ciambella allo yogurt, un tiramisù preparato la sera prima. Se non avete tempo o siete in vacanza, dei dolcini dalla pasticceria, un buon vino, dei salumi e formaggi, o anche dei fiori andranno benissimo.

Vi sentirete rispondere “Ma non dovevate”, ma fidatevi che è meglio di sì: avete suggellato uno scambio meraviglioso.

Invece, se mai per qualche assurda ragione voleste rifiutare un invito che può risultarvi scomodo o difficile da ricambiare, bisogna procedere con intelligenza e cautela perché declinare un invito richiede molto tatto e soprattutto un alibi credibile.

Non penso sia un caso esista un capitolo interamente dedicato, “Ways to Reject an Invitation”, su Italian Pod.

“Mi spiace, non posso”, dirlo così senza alternative non è assolutamente un’opzione contemplata: bisogna avere un motivo davvero valido per rifiutare un invito, specialmente al Sud, ed enfatizzare il più possibile l’incombenza, la improrogabilità, il carattere serio, la necessità. Possibilmente essere anche un minimo drammatici e maledire l’impegno stesso, per risultare un po’ credibili. 

“Mi piacerebbe non sai quanto, ma ho già preso un accidenti da sbrigare che se potessi non ci penserei due volte a lasciar perdere.”, ecco. Se necessario, correre ai ripari e rabbonire con la volontà di recuperare: “Dai, prossima volta prometto che…”.

Infine, sapete di avere un vero amico quando potete dire semplicemente “No, oggi non vengo. No, non mi va”, e addirittura rifiutare la staffa (l’ultimo bicchiere prima di rincasare). Solo se davvero in confidenza loro dovrebbero accettare di buon grado il vostro svicolare e non insistere più di una volta (o due, dai).

Se “l’ospitalità italiana” è diventato un marchio dell’italianità riconosciuto nel mondo c’è una ragione, ma non basta un certificato alla porta di un ristorante per capirlo.

Quindi, se in vacanza in Campania, o Sicilia o Basilicata, siete invitati a pranzo da una nonna, o a bere qualcosa da dei locals, ritenetevi fortunati: siete testimoni della manifestazione più vera e sincera del fare qualcosa per il piacere e il desiderio di condividere tempo e parole con voi. Siete i benvenuti.

Be grateful, and don’t forget to bring wine, or pastries!