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Nino Il Barbiere di Taormina

“Nino è stato per più di 50 anni il barbiere di Taormina. Nel suo salone si facevano barba, capelli, si ascoltavano le partite e si giocava a carte. Con lo scenario di Taormina e del mare di Sicilia.”

 

Le sette e mezzo di mattina. Davanti, il mare calmo dopo un tuffo, il sole che inizia a scaldare. Antonino Di Franco, per tutti Nino il Barbiere, saluta le uniche persone insieme a noi a quell’ora sulla spiaggia: un signore e un pescatore la cui barchetta tutti conoscono, dai disegni rossi e barocchi, molto siciliani. 

“Da due anni sono in pensione. Avevo già i contributi necessari e ci sono andato prima,” mi racconta Nino. La pensione è sempre un ottimo argomento di discussione, in Italia. “Mi ricordo che negli ultimi anni andavo a lavoro con la Vespa, passavo dal lungomare, proprio da lassù, e pensavo: un giorno farò la stessa strada per andare al mare e non a lavoro.”

Il barbiere di paese non è solo colui che fa barba e capelli. È un confessore, un maestro, un personaggio di cui ci si deve fidare prima di affidare la propria pelle a una lama. È un intrattenitore, spesso suona uno strumento musicale. In Sicilia può essere anche un mago di magia popolare. Taglia la barba, ma toglie anche il malocchio. È un medico senza licenza, ma con la stessa esperienza. E Nino è stato tutte queste cose, in una dimensione che si muove analogica e calma mentre i tempi corrono veloci e insaziabili.

Nino ha 68 anni ed è stato il barbiere più conosciuto di Taormina e Giardini Naxos, giusto ai piedi della rocca, per 55 anni. La schiena un poco incurvata, una barba bianca perfettamente curata, la figura minuta. Chiunque, passando da lì, voleva la barba fatta da Nino il Barbiere. Il medico, il pescivendolo, quello della tabaccheria, i ricchi signori del posto, ma anche i turisti che già dagli anni ’60 affollavano il corso e i vicoli di Taormina. Una di quelle turiste, Ingrid, svedese, l’ha anche sposata.

Me lo immagino a dodici anni, come racconta, ritto in piedi pronto a spazzare i capelli che il principale tagliava ai clienti in quel di Francavilla di Sicilia, dove è nato. “Dopo mesi in cui il mio compito era spazzare i capelli e guardare i gesti del principale ho potuto fare la mia prima saponata.” Il pennello bagnato sotto l’acqua, calda d’inverno ma anche fredda se è estate, passato nel sapone della Proraso a montare una crema. Il rumore sordo delle setole che sfregano sul viso, un momento importantissimo, solenne, che serve a raccogliere la barba tutta insieme. Due dita picchiettano sulla pelle, per ammorbidire e aprire i pori. 

“La prima barba l’ho fatta a mio padre, dopo un anno. Mi ero stufato di fare solo la saponata,” racconta Nino. “La rasatura era molto difficile e faceva paura.” La lama, di quelle antiche, che si affilavano sulla strappa, viaggia in obliquo. Bisogna fare attenzione che la crema non si asciughi, essere veloci e lasciare che le mani facciano il loro mestiere. “Tira la pelle, tira la pelle o il rasoio non cammina!” gli dice il padre. “Ma a me tremavano le mani, Anzi, tutto il corpo.”

A Nino piace dire che dopo alcuni mesi era già il numero uno. Dice che quella che racconta è la storia di un piccolo, grande barbiere. E i migliori, si sa, vanno nei posti migliori. Comincia a lavorare a Taormina, nel centro del paese, a due passi dalla vista che abbraccia la costa e l’Etna, che laggiù non chiamano vulcano, ma signora. Una signora burbera a cui gli abitanti guardano con benevolenza quando si sfoga un poco, con quei suoi sbuffi di fumo e di lava. 

“A Taormina lavoravo per Alfio il Genovese, che mi dava da mangiare, una branda nel negozio e 300 lire la settimana. Mi alzavo alle sette meno un quarto per andare a fare la barba ai malati in ospedale.”

 

Il salone di Nino non era solo il luogo per farsi la barba. Era il posto dove passare del tempo, come un bar di piazza. C’erano delle regole non dette da rispettare. Quando il salone riapriva dopo la pausa pranzo, chi arrivava per ultimo doveva portare i caffè per tutti. Il più giovane tra i presenti doveva prendere la scopa e spazzare i capelli mentre i barbieri erano impegnati. 

“Si ascoltavano le partite alla radio il sabato e le canzoni gli altri giorni,” racconta Nino. “C’era chi leggeva il giornale, chi giocava a carte e tutti fumavano. Organizzavamo anche tornei di dama e nei tempi morti si prendevano gli strumenti e si cantava tutti insieme.” 

L’aria azzurrognola era la compagna perenne di tutti quei signori e ragazzi che passavano il tempo. Anche di Nino, naturalmente, che con la mano esperta tagliava tenendo il suo rasoio “a piombo”, come dice lui, mentre strizzava gli occhi così da non fare entrare il fumo negli occhi. E asciugava il rasoio sulle schedine del totocalcio giocate e perse. Le pareti dai pattern anni ’70 erano lo scenario di rasature perfette e storie, ma anche le mura di casa, se un cliente aveva bisogno urgentemente una rasatura. Storie che Nino tirava fuori come un chirurgo dalla bocca dei clienti e altre, segrete, che ha giurato di tenere per sé. O quasi. Come il piccolo segreto del fornaio: “Una volta al mese mi dovevo alzare alle cinque per fare la tintura ai capelli del fornaio. La voleva fatta presto, così nessuno poteva vederlo.”

Il barbiere non è solo quello che taglia i peli, che rende i visi presentabili e puliti. Pulisce il viso dai foruncoli tra una sforbiciata e l’altra. Fa le punture nel retro bottega. Sa anche togliere i minneddi, quei pezzetti di pelle che crescono sul corpo senza apparente motivo. Gliel’ha insegnato una specie di mago, da ragazzino. Mentre al suo socio Carmelo spettava il compito di togliere il malocchio. Miracoli popolari. 

Quando mi indica il lungomare dalla spiaggia, ora che finalmente con la Vespa ci va al mare, lo vedo che l’occhio gli corre in direzione del salone. “Non mi manca assolutamente,” dice sicuro. E io ci credo. Però la barba al pescivendolo, nel bagno della pescheria, gliela fa, quando può. Rigorosamente pagata in pesci o in pacchetti di sigarette. 

L’ha fatta anche a me. 

Mentre il rasoio mi passa leggero e veloce sulla faccia ho capito perché tutti pensano sia il migliore. 

“Te l’avevo detto,” mi dice, come se mi avesse letto nel pensiero.