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L’illusione dell’altrove: Vincenzo Latronico su il romanzo Le Perfezioni, l’Italia e la fine dell’expat

“L’identico anelito a una vita diversa che ha animato migliaia di esponenti di un certo segmento socioeconomico.”

—Vincenzo Latronico, Le Perfezioni

Bloccato nel suo appartamento berlinese durante la pandemia, Vincenzo Latronico non pubblicava un libro da quasi sette anni. Scrittore e traduttore milanese, oggi quarantatreenne, si era trasferito nella capitale tedesca ventenne, mentre lavorava a un dottorato. Per superare la noia (e forse un blocco creativo) si inventò un gioco: ricopiare, riga per riga, il primo capitolo di Le cose di Georges Perec, un inventario degli oggetti che circondano una coppia parigina negli anni Sessanta, ma trapiantandolo nel suo mondo. Iniziò così a catalogare ciò che gli stava intorno—laptop argentati, lampade di design, riviste culturali, bottiglie di vino naturale—e, per estensione, gli oggetti che definivano il suo giro di amici.

Da quel catalogo prese forma una storia, quella di Anna e Tom, una coppia di graphic designer che, lasciata l’Italia da dieci anni, diventa l’archetipo dell’expat creativo dei 2010 a Berlino, alla ricerca di affitti a buon mercato, libertà creativa e di una illusoria giovinezza perenne. Latronico non immaginava che il suo quarto libro sarebbe diventato un bestseller — tradotto in oltre 10 lingue, finalista all’International Booker Prize e al Premio Strega, e vincitore dell’Air Mail Tom Wolfe Prize—capace di catturare con impressionante lucidità l’esperienza millennial.

Incontro Latronico una mattina di novembre, il sole inonda il suo soggiorno milanese. È appena tornato da un tour che lo ha portato da New York alla Polonia. Parliamo della fine dell’illusione expat, di appartenenza e di cosa significa tornare. Latronico è diventato una delle voci dei cosiddetti “cervelli in fuga”, un fenomeno che ha visto circa 40.000 giovani laureati l’anno lasciare l’Italia. Un esodo, tra i più significativi in Europa, che ha ridisegnato il dibattito culturale nazionale.

02.09.2024., Zagreb, Hrvatska_Vincenzo Latronico, Sven Popović, Monika Herceg, FSK, Fraktura, ZKM. Foto: Anto Magzan

Giulia Kappelin Cingolani: Da dove è nata l’idea di Le Perfezioni? Quanto c’è di osservato e quanto di vissuto?

Vincenzo Latronico: Direi entrambi. La mia vita a Berlino era, per certi versi, molto diversa da quella di Anna e Tom. Loro hanno più soldi, sono una coppia, vivono in modo più borghese di quanto abbia mai fatto io. Ma molto di ciò che c’è nel libro viene o dalla mia esperienza o da quella delle persone attorno a me. Quindi, anche se è un romanzo, ogni singolo dettaglio è vero.

GKC: Il libro è allo stesso tempo intimo e analitico. Come hai bilanciato esperienza personale e osservazione sociologica?

VL: Penso che il vero contrasto non sia tra esperienza vissuta e sguardo sociologico, ma tra analisi ed empatia, un modo di stare dalla parte dei personaggi, che viene più naturale quando si parla di cose vicine alla propria esperienza. Come scrittore, hai il diritto di rubare dalla vita delle persone che hai intorno — dettagli, cose che ti vengono raccontate — però questo diritto ti dà anche una responsabilità. Devi portare rispetto a ciò che appartiene a qualcun altro. E anche quando mantengo uno sguardo analitico, non lo uso mai per ridicolizzare o semplificare.

GKC: I protagonisti appartengono alla generazione dei “cervelli in fuga”. I media ne parlano da anni come di un fallimento nazionale. Ma quello che noto, dopo la pandemia, è un ritorno di questa generazione. Tu sei rientrato, anch’io, e lo fanno anche i tuoi personaggi. Il fenomeno sta finendo?

VL: Non penso sia finito, ma si è trasformato. I giovani si muoveranno sempre, perché fa parte della giovinezza. Ma c’è meno fede nell’idea che la felicità sia altrove, e più consapevolezza che quell’“altrove” che inseguivamo forse non esiste più. Il periodo di cui scrivo, gli anni post-2008 e l’inizio dei 2010, era un momento in cui pensavamo, forse ingenuamente, che la dimensione nazionale sarebbe stata presto superata. C’era questa idea che Berlino sarebbe diventata la New York d’Europa, il crogiolo della cultura dell’Europa finalmente unita.

Rileggendo il libro ora, mi accorgo che è diventato un documento nostalgico di un’epoca passata, cosa che non intendevo. Nel 2021 potevamo ancora immaginare che il decennio dell’ottimismo politico e tecnologico non fosse davvero finito, che la pandemia fosse solo una pausa. Ora sappiamo che quell’epoca non c’è più: le guerre, la Brexit, la svolta autoritaria negli Stati Uniti e un mondo tech ormai più vicino alla cultura del controllo che agli ideali anticonformisti di un tempo lo hanno dimostrato. E poi c’è la crisi abitativa, che rende molto più difficile per i giovani spostarsi.

Mentre scrivevo Le Perfezioni, ero ancora a Berlino ed ero, onestamente, un po’ frustrato. Ci vivevo da dieci anni, parlavo tedesco abbastanza bene da fare psicoterapia, pagavo le tasse — tutto — e ambientare una storia a Berlino era anche un modo per rivendicare la città come mia, per dire: ok, questo è il mio posto, mi appartiene. Ma ora mi rendo conto che in realtà stavo scrivendo un addio.

GKC: Com’è stato tornare in Italia?

VL: La cosa che mi ha colpito è quanto la mia esperienza quotidiana sia diventata più ricca. Non importa quanto tempo vivi in un paese, ci sono sempre cose da cui resti comunque escluso, come salire su un autobus e capire subito da quale mondo provenga una persona. La vita di tutti i giorni qui contiene più informazioni per me e questo rende più facile costruire legami sociali. La mia vita sociale a Milano è molto più stratificata di quanto non sia mai stata in Germania — non solo amici stretti, ma anche tutte le persone “di mezzo”, quelle che conosci a metà e che continui a incrociare. E questo mi fa sentire parte della vita del paese in un modo che a Berlino non accadeva. Poi Milano è molto cambiata. È più internazionale ora.

GKC: E quindi più interessante (Milano)?

VL: Se te la puoi permettere, sì.

GKC: Sei una figura internazionale — traduci da anni, e le principali influenze di Le Perfezioni (Perec, Anderson, Lockwood) sono non italiane. Anche la tua prosa dialoga molto con una scena letteraria globale. Ti consideri uno scrittore italiano?

VL: Dieci anni fa avrei detto che volevo essere uno scrittore europeo, non mi riconoscevo nella tradizione italiana. Era un atteggiamento un po’ da bulletto giovane che vuole distinguersi. Ma poi ti accorgi che il senso di appartenenza letteraria non si sceglie del tutto, ti capita. 

Ci sono casi rari — penso a Conrad o Nabokov — di autori che scrivono in una lingua d’adozione, eppure anche loro si portano dietro un’eredità, un modo di pensare e di scrivere. Sono davvero scrittori anglo-americani? Non proprio. Nel mio caso, scrivendo in italiano, la mia formazione resta lì anche quando vivo o lavoro altrove. 

Con Claudia Durastanti o Veronica Raimo, che hanno anche loro vissuto a lungo all’estero e lavorano come traduttrici, ci siamo chiesti spesso cosa significhi appartenere oggi alla letteratura italiana. Forse non dovremmo avere una visione troppo stretta di “appartenenza”. Siamo noi, come scrittori, a ridefinire continuamente i confini del canone. È un momento di grande estroversione per la narrativa italiana — i libri dialogano di più con l’estero, e i confini dell’italianità si stanno espandendo.

GKC: Pensi che oggi noi italiani siamo meno critici nei confronti dell’Italia?

VL: Quando arrivai a Berlino, ogni cena iniziava con domande sul “bunga bunga”. Quella era l’immagine dell’Italia. Ora è diverso. C’è un po’ meno auto-disprezzo tra gli italiani, e un po’ meno ironia dagli altri. Forse, paradossalmente, è perché così tanti di noi sono tornati. Abbiamo smesso di guardare l’Italia solo attraverso la lente della fuga.

GKC: Su cosa stai lavorando ora, quali domande restano irrisolte dopo Le Perfezioni?

VL: Sto lavorando a un romanzo che riguarda un altro tipo di sogno generazionale. Il mito di lasciare tutto e trasferirsi in campagna.

GKC: Quello che alla fine fanno anche Anna e Tom…

VL: Esatto. La stessa cosa che ho cercato di fare anche io. Fallendo miseramente.

Questa intervista è stata adattata per chiarezza e sintesi.