Immaginiamo per un momento che la vita sia una canzone. Quando siamo nel bel mezzo, sembra che durerà per sempre. Lo stesso vale per quelle figure apparentemente immortali che hanno definito intere generazioni con la loro voce, visione ed espressione creativa.
Non è mai facile dire un ultimo “Ciao” a quelle identità iconiche (per una volta, la parola sembra giustificata) dell’arte, della cultura, del cinema e della società che sentiamo come se facessero parte della nostra vita da più tempo di quanto possiamo ricordare. Ma il 2025 è stata un’altra storia. Rosita Missoni, Oliviero Toscani, Pippo Baudo, Mirella Petteni, Arnaldo Pomodoro, Claudia Cardinale, Enzo Staiola, Giorgio Armani e Ornella Vanoni, tra gli altri. Quest’anno abbiamo salutato una costellazione di personalità italiane tra le più brillanti e amate.
Anche se non sono più con noi, la loro eredità perdura e si estende ben oltre l’Italia. Le seguenti riflessioni di colleghi, collaboratori, amici intimi e ammiratori ci ricordano che, al di là della loro fama internazionale e immagine pubblica, erano esseri umani che vivevano dando l’esempio, rimanendo fedeli ai loro valori fino alla fine.

Bronze sphere created in 1998 by the sculptor Arnaldo Pomodoro
ARNALDO POMODORO (1926-2025)
“Il maestro del bronzo”
Molto probabilmente vi sarete imbattuti in una delle opere in bronzo di Arnaldo Pomodoro, Sfera con Sfera (Sphere within a Sphere) prima d’ora. Tendono a comparire nella tua vita quando meno te lo aspetti, magari mentre circumnavighi i Musei Vaticani o attraversi la Piazza delle Nazioni Unite di New York. Considerati punti di riferimento culturali in città di tutta Europa, Stati Uniti, Medio Oriente e Giappone, rappresentano l’apice del lavoro scultoreo di Pomodoro.
Arnaldo Pomodoro, il “maestro del bronzo”, credeva profondamente nel valore manuale e materiale del suo lavoro artistico, incarnando un raffinato equilibrio tra precisione tecnica e creatività artigianale che divenne uno dei suoi tratti distintivi. “Disciplinato” e “visionario” è come viene descritto dai suoi colleghi della Fondazione Arnaldo Pomodoro, un uomo che “chiedeva molto a se stesso, e quindi agli altri”. Carlotta Montebello, Direttore Esecutivo della fondazione, ha lavorato con lo scultore milanese all’ideazione del progetto nel 1995 sotto la sua visione e direzione. Da allora, Montebello ha fatto parte della sua evoluzione in un archivio e una collezione accessibili al pubblico, dedicati a preservare e valorizzare l’eredità del lavoro di Pomodoro attraverso mostre, premi e iniziative globali.
“Non era uno che scherzava; prendeva la vita molto sul serio”, dice. “Era severo, ma allo stesso tempo molto generoso con tutti i suoi collaboratori. Non era frivolo, ma molto sensibile. Pomodoro era un uomo su cui si poteva contare ed era un vero sostenitore dei giovani artisti. Ecco perché la sua eredità perdura attraverso il Premio Arnaldo Pomodoro per la Scultura, che ha voluto come parte della Fondazione fin dall’inizio”.
Federico Giani, curatore presso la Fondazione Arnaldo Pomodoro, riflette sulla duratura rilevanza del lavoro di Pomodoro e sull’eredità delle sue sculture ben oltre l’Italia, in particolare quelle nel regno pubblico. La curiosità, osserva Giani, è la più grande lezione che possiamo imparare da Pomodoro: un desiderio costante di scoprire e imparare cose nuove su se stesso e sul mondo che lo circonda.
“Nella fase più matura della sua carriera, il suo spirito visionario si è espresso nella creazione di sculture su scala ambientale, architettonica o paesaggistica, alcune realizzate e altre semplicemente progettate. Per Pomodoro, ciascuna di queste sculture rappresentava un invito all’immaginazione, una soglia per intraprendere un viaggio e, allo stesso tempo, una finestra attraverso cui guardare in profondità la complessità della nostra realtà”, afferma Giani.
MIRELLA PETTENI (1939-2025)
“La Contessa”
“Bisognava essere Mirella per assomigliare a Mirella. Non si trattava solo di vestiti”, afferma Claudia Neri, art director e graphic designer milanese, che ha incontrato per la prima volta la modella e personaggio mondano all’inizio degli anni ’90 grazie a un’opportunità di lavoro a Roma. Sebbene la carriera di modella internazionale di Petteni si fosse conclusa a quel punto, era ancora, come notano Neri e altri, “una figura venerata nei circoli sociali più ambiti”, una trendsetter che stabiliva il punto di riferimento per lo stile e il decoro in ogni stanza in cui entrava.
Il fotografo Gian Paolo Barbieri ha scattato per la prima volta a Mirella Petteni all’inizio degli anni ’60, riconoscendo immediatamente il fascino del suo look moderno ed espressivo. Con il suo collo lungo, gli zigomi alti, gli occhi grandi e il fisico allungato, Petteni rappresentava una rottura con la bellezza femminile convenzionale dell’epoca, incarnando l’estetica modernista emergente che avrebbe definito l’alta moda negli anni ’60 e ’70. Ha continuato a lavorare a livello internazionale con alcuni dei fotografi più venerati del settore della moda, tra cui Ugo Mulas, Irving Penn e Helmut Newton, che l’hanno fotografata per molteplici editoriali e campagne pubblicate su Vogue U.S. e Vogue Italia.
“Aveva uno stile e un atteggiamento che erano l’epitome della modernità. Era anni luce avanti rispetto ai suoi tempi, probabilmente la prima modella italiana veramente internazionale. Conosceva se stessa profondamente e non aveva bisogno dell’approvazione di nessuno”, riflette Neri.
Ma Petteni era più di una modella, più di una musa di un fotografo e più del volto della moda degli anni ’60. Era una presenza, una donna che incarnava il “glamour” senza sforzo (e probabilmente prima ancora che il termine esistesse), indossando il suo atteggiamento raffinato e cosmopolita con la stessa disinvoltura di un caftano di seta di Pucci. Non c’è da stupirsi che Helmut Newton si riferisse a lei come “la Contessa”.
L’eredità di Mirella Petteni perdura nella sua determinazione, curiosità intellettuale e “marchio intelligente di bellezza”, che l’hanno definita come una bella figura per eccellenza nell’alta società e nei circoli culturali in Italia e a New York dopo il suo ritiro dalla carriera di modella all’inizio dei trent’anni. Vivendo tra le sue residenze a Venezia, in Toscana, a New York e a Roma, Petteni si circondava di individui esuberanti e creativi provenienti dal mondo dell’arte, del design, della fotografia, della politica e del giornalismo, sostenendo coloro che la colpivano per il loro talento e senso di ambizione.
“Era anche estremamente competente e generosa quando si trattava dei suoi interessi preferiti: design, architettura e arte. Non credo di rivelare un segreto quando dico che negli ultimi anni è diventata una vera mecenate delle arti, aiutando artisti in difficoltà in cui credeva, spesso nelle prime fasi della loro carriera. Il tempo ha dimostrato che aveva un istinto notevole”, condivide Neri.

Photo by Tom Mesic via flickr
OLIVIERO TOSCANI (1942-2025)
Un obiettivo “esplosivo”
Non si dimentica mai la prima volta che si vede una fotografia di Oliviero Toscani. Ti colpisce dritto in faccia. Un prete cattolico e una suora bloccati in un bacio appassionato; tre cuori umani allineati su un tavolo; i vestiti intrisi di sangue di un soldato ucciso in combattimento. Frontali, inequivocabili e spogliate di ornamenti, le sue immagini sono così radicalmente dirette nel loro interrogarsi sulla condizione umana da provocare un mix di shock, curiosità e spesso repulsione, tutto in una volta. Una volta che ne vedi una, non puoi più dimenticarla.
Sebbene “esplosivo” sia il modo in cui l’obiettivo di Toscani è stato spesso descritto dal pubblico, il valore dello shock non è mai stato fine a se stesso. Toscani è stato il fotografo e art director che, per decenni, ci ha sfidato a confrontarci con aspetti della cultura, della società e della vita che spesso preferiamo ignorare: razza, genere, invecchiamento, morte, guerra, sessualità, corruzione. Sebbene si sia mosso liberamente tra reportage, ritrattistica, moda e pubblicità nel corso della sua carriera, il suo obiettivo non è mai stato focalizzato sulla creazione di bellezza. Era focalizzato sul provocare il pensiero critico attraverso le immagini che consumiamo ogni giorno.
Alcuni dei lavori più controversi di Toscani sono stati prodotti durante il suo mandato come art director per il marchio di moda italiano United Colors of Benetton, iniziato nel 1982. Le sue campagne spesso presentavano immagini fotogiornalistiche raffiguranti soggetti considerati tabù all’epoca: un attivista per l’HIV/AIDS sul suo letto di morte, un neonato ancora attaccato al cordone ombelicale della madre e coppie interrazziali e dello stesso sesso. Che fossero affisse su cartelloni pubblicitari a New York City o sparse tra le pagine di patinate riviste di moda europee, le campagne di Toscani hanno suscitato proteste globali. La loro chiarezza morale e urgenza prima hanno messo a disagio le persone e poi le hanno fatte pensare. Per Toscani, questo era il punto.
Ci sono state mostre del lavoro di Toscani nel corso degli anni, sebbene gran parte della sua opera sia stata a lungo censurata o vietata di essere esposta nelle principali istituzioni pubbliche, in particolare a Milano. La sua grande retrospettiva a Palazzo Reale nel 2022 intitolata Professione fotografo è stata quindi tanto una pietra miliare culturale collettiva quanto una personale. Curata dallo scrittore e commentatore d’arte contemporanea Nicolas Ballario, la mostra ha segnato un cambiamento fondamentale nella percezione pubblica del lavoro di Toscani, affermando il duraturo potere morale delle sue immagini.
All’apertura della mostra, Ballario ha scritto:
“Questa mostra presenta 900 immagini appese come poster, come se la strada fosse entrata nell’edificio. Nessun fotografo al mondo può vantare un corpus di opere così vario e inclusivo, che racconta gli ultimi sessant’anni della condizione umana. Ma vorrei sottolineare una cosa: questi poster sono stati censurati per quarant’anni”.
“Fino a quindici anni fa, il sindaco di Milano non permetteva che le foto di Toscani fossero esposte in città. Oggi, non solo sono permesse, ma celebrate in un luogo simbolico come Palazzo Reale. Questo significa che, nonostante la storia, i tempi sono un po’ cambiati. Essere ottimisti oggi è un dovere morale”.

Festival di Sanremo 1968. Pippo Baudo, presentatore, al centro, con la coppia di vincitori: a sinistra Roberto Carlos, a destra Sergio Endrigo, in gara con «Canzone per te».
PIPPO BAUDO (1936–2025)
“Superpippo” del Prime Time
Ogni paese ha un personaggio televisivo amato che ha illuminato il prime time per più tempo di quanto chiunque possa ricordare: quello che sembra far parte della famiglia, che fa sentire il mondo un posto migliore ogni volta che appare sullo schermo. Per l’Italia, quello era Pippo Baudo.
Giuseppe Raimondo Vittorio “Pippo” Baudo ha ridefinito il ruolo del presentatore televisivo nel corso della sua carriera lunga sei decenni. Ha condotto e diretto 13 edizioni del Festival della canzone italiana di Sanremo ed è stato un prolifico talent scout in programmi come Settevoci e Fantastico. Ha lanciato—o messo in luce—le carriere di artisti tra cui Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti e Laura Pausini, ed è diventato direttore artistico e dirigente RAI nel 1994. Questi risultati rappresentano solo una frazione dell’impatto culturale di Baudo.
Il suo abito e la sua cravatta erano sempre accessoriati dalla sua caratteristica migliore: quel sorriso. Quando Pippo Baudo rideva, l’Italia rideva. Quando parlava di cultura, società o politica, l’Italia partecipava alla conversazione. Attraverso la sua visione artistica e la sua presenza sullo schermo, ha ricordato al pubblico che la televisione poteva essere intelligente e curiosa oltre che divertente. I suoi programmi in prima serata—tra cui Secondo voi e Serata d’onore—presentavano scrittori, filosofi e figure del mondo dell’alta cultura accanto a cantanti pop, comici e artisti di varietà. Il risultato era una visione molto coinvolgente—anche se a volte caotica—e la prova che i mass media potevano ancora mantenere l’integrità culturale. Più che un conduttore televisivo, Baudo era un mediatore culturale, una figura che intendeva la televisione come uno specchio di un’Italia che cambia.
“Da bambino, ogni volta che c’era un programma televisivo condotto da Pippo Baudo, sapevo che sarebbe stato speciale”, ricorda Beppe Savoni, curatore musicale, produttore, direttore creativo e fondatore dell’universo Disco Bambino. “Vederlo in TV era rassicurante. È difficile esprimere a parole l’enorme impatto che ha avuto, non solo guidando i media italiani dai codici tradizionali verso linguaggi innovativi, ma traghettando un intero paese in una nuova era dell’intrattenimento. Innumerevoli persone nel settore devono a lui la loro carriera.”
Savoni ha incontrato Baudo di persona all’età di 11 anni durante un concorso canoro locale a Bari, che in seguito ha raccontato in un tributo:
“Nel 1985, ho avuto la possibilità di incontrarlo. Avevo 11 anni e partecipavo a un concorso canoro locale condotto da Pippo. Quella sera ho incontrato anche Donatella Rettore—il mio idolo d’infanzia—che mi ha presentato a lui. Mi ha abbracciato e mi ha detto che la musica di Donatella era una passione meravigliosa da avere. Mio padre ha scattato una foto, ma era così nervoso che la testa di Pippo è finita fuori dall’inquadratura. Un momento che non dimenticherò mai, così come non dimenticherò mai Pippo.”

The Italian fashion designer Ottavio Missoni Rosita Missions (Rosita Jelmini)and his wife sitting on the lawn of their mansion. They are leaning over to big pillows made ¿¿from their tissues. Sumirago (Varese), Italy, July 1975.
ROSITA MISSONI (1931-2025)
L’innovatrice piena di spirito
“L’insegnamento più importante che ho imparato dalla Signora Rosita è arrivato attraverso il suo esempio. Era una lavoratrice instancabile, ma soprattutto una donna con una straordinaria capacità di guardare avanti, guidata da un costante orientamento verso il futuro e un’eccezionale attenzione ai dettagli. Univa un grande rigore a una leggerezza d’animo, affrontando sia il lavoro che la vita con chiarezza e grazia”, riflette il direttore creativo di Missoni, Alberto Caliri.
Rosita Missoni è stata un’innovatrice: una forza calorosa e venerata che ha dedicato la sua vita alla creazione di un’espressione gioiosa e liberata dello stile italiano. Ha cambiato non solo il modo in cui si vestivano gli italiani, ma anche il modo in cui pensavano di vivere bene. Caliri, che fa parte della cerchia ristretta di Missoni da più di 20 anni, ha assistito in prima persona alla sua curiosità intellettuale e alla sua passione sia per il lavoro che per la vita. “Negli ultimi anni, ho condiviso con lei un dialogo continuo basato sull’osservazione, l’ascolto e lo scambio, discutendo di ispirazioni, tessuti, materiali, volumi e persino installazioni per la Design Week”, afferma.
“Spesso pranzavamo a casa sua, un luogo immerso nell’arte e nel colore, dove il suo pensiero creativo si rivelava in modo spontaneo e vitale. In quei momenti, ho capito quanto fosse totale la sua visione, capace di unire naturalmente lavoro, cultura e vita.”
L’eredità della Signora Rosita perdurerà come la donna pioniera di una famiglia di tessili artigianali del nord Italia che ha co-fondato la casa di moda Missoni con suo marito Ottavio Missoni nel 1953. Sotto la sua visione, tessuti, abiti e interni sono stati liberati dalla severità della perfezione, favorendo il movimento, la consistenza e lo spirito. Dallo zigzag distintivo della casa alle sue maglie sperimentali, il design è diventato un’estensione dell’atteggiamento e dell’emozione piuttosto che della decorazione, uno che abbracciava “evoluzione, intelletto ed espressione emotiva”, come osserva Caliri.

Courtesy of Carlo "Granchius" Bonini, CC BY-SA 2.0
CLAUDIA CARDINALE (1938-2025)
“La fidanzata d’Italia”
Sicuramente, l’incarnazione della femminilità moderna: la prima apparizione del personaggio di Claudia Cardinale in Otto e mezzo di Federico Fellini (1963). L’abito bianco aderente, il passo scalzo in punta di piedi, il fiume di luce solare che sembra irradiarsi dalla sua aura—e poi, eccolo, il sorriso di Cardinale. In parte ragazza della porta accanto, in parte apparizione divina, è un sorriso che durerà nei libri di storia italiani. Il fatto che Cardinale incarni essenzialmente la sua stessa personalità sullo schermo come “Claudia” riflette il fatto che la sua presenza—radicata, sensuale, accessibile—non è mai stata semplicemente una questione di performance. Fellini lo sapeva. Così come altri registi come Visconti e Leone, che si sono dilettati nel calore psicologico che portava sullo schermo, anche in ruoli più impegnativi o drammatici.
Spesso definita dalla stampa “la fidanzata d’Italia”, Claudia Cardinale ha simboleggiato un nuovo volto della modernità cinematografica e, così facendo, ha creato un nuovo archetipo di femminilità europea. Era presenza piuttosto che raffinatezza, profondità piuttosto che artificio, e ha influenzato generazioni di donne in tutta Italia e Francia a intendere l’eleganza come nient’altro—e niente di meno—che stare a proprio agio nella propria pelle. Sicuramente, una valida ragione per sorridere.
Muovendosi senza sforzo tra produzioni italiane e internazionali, Cardinale è apparsa in quasi 100 film in una carriera che va dagli anni ’50 ai primi anni 2000. È stata una musa per alcuni dei più grandi registi del cinema e un punto di riferimento per designer e fotografi. Tuttavia, un elemento determinante della sua eredità è stata la sua incrollabile sicurezza di sé. “Non ho mai pensato che lo scandalo o la confessione fossero necessari per essere un’attrice. Non ho mai rivelato me stessa o nemmeno il mio corpo nei film. Il mistero è molto importante”, ha detto una volta.

ENZO STAIOLA (1939-2025)
La giovane star del neorealismo
Se non riconoscete il nome, ricorderete il volto: un bambino di otto anni che offre una performance eccezionale nel capolavoro neorealista di Vittorio De Sica del 1948 Ladri di biciclette. Come molti interpreti dell’epoca, Enzo Staiola non era un attore di formazione, ma un bambino espressivo con un’intensità che ha affascinato De Sica, che lo ha scoperto per le strade di Roma. Fondamentale per la gravità emotiva del film, il ruolo di Staiola come Bruno incarna l’attenzione del neorealismo sulla sofferenza quotidiana e sulla dignità umana. La performance ha trasformato la figura infantile in un’ancora morale del cinema italiano.
“A mio avviso, Enzo Staiola incarna una delle preoccupazioni fondamentali del cinema italiano del dopoguerra: come gli individui possono testimoniare l’ingiustizia sociale e il collasso morale senza assumere una posizione politica palese”, afferma Francesco Pitassio, professore di studi cinematografici presso il Dipartimento di Studi Umanistici e Beni Culturali dell’Università di Udine.
Sebbene Staiola abbia continuato a recitare in film sia da bambino che da adulto, nessuno ha eguagliato l’impatto culturale di Ladri di biciclette, ora ampiamente considerato una pietra miliare del cinema mondiale. “Credo che la più grande eredità del ruolo di Staiola in Ladri di biciclette sia la visione misericordiosa del personaggio verso gli altri”, aggiunge Pitassio. “Bruno assiste al crollo morale di suo padre e, nella scena finale, è il bambino che si assume la responsabilità, offrendo compassione piuttosto che giudizio.”
“Penso che questo senso di misericordia, compassione e consapevolezza che circostanze impreviste possono portare gli individui a cercare solidarietà sia forse la più grande eredità che il film e il personaggio di Staiola hanno lasciato al cinema italiano e mondiale. Non sorprende che il film eserciti ancora un’influenza così ampia fino ad oggi, ben oltre i confini nazionali”, osserva Pitassio.

Screenshot
GIORGIO ARMANI (1934-2025)
“Il Re”
Vestirsi per andare al lavoro la mattina dopo la scomparsa di Giorgio Armani è stato stranamente difficile. Surreale, quasi. Le strade di Milano erano pesanti di incredulità e riflessione, un’atmosfera che si è rapidamente diffusa in tutto il paese. Il barista, lo scolaro, il turista, il custode della chiesa: tutti piangevano perché l’Italia aveva perso un pezzo della sua anima, “ Ciao, Re Giorgio”.
Gli italiani amano i gesti e Armani ha padroneggiato quelli decisivi. Quando ha ammorbidito la giacca da uomo a metà degli anni ’70, appiattendo le spalle, allentando la struttura, lasciando cadere il tessuto in modo naturale, ha riscritto le regole del power dressing senza dover spiegare una parola. Ha esportato l’eleganza milanese sobria a Hollywood e ha rimodellato l’abbigliamento femminile negli anni ’70, ’80 e ’90, trasformando la couture da arte e ornamento in architettura. Ha controllato ogni aspetto del suo impero, dall’immagine alla produzione, alla pubblicità e alla distribuzione globale. Armani ha trasformato la moda italiana da spettacolo artigianale in un sistema internazionale disciplinato.
Quella disciplina ha definito l’uomo tanto quanto il marchio. Armani è stato un faro di chiarezza, pragmatismo e moderazione, qualità che risuonavano profondamente nell’immaginario collettivo italiano. Tutti volevamo essere un po’ più come Il Signore Armani. Se tuo padre possedeva un abito Armani, tua madre un cappotto Armani, tua sorella un profumo Armani, tuo fratello un paio di jeans Armani e la tua nonna un twinset Armani in seta blu notte della fine degli anni ’70, la tua famiglia faceva parte di un “guardaroba” nazionale che riguardava tanto l’orgoglio personale e culturale quanto gli abiti stessi.
Negli omaggi che sono seguiti alla sua scomparsa, sono state le virtù e la forza di carattere di Armani a risaltare maggiormente: la sua lealtà al personale, la sua generosità di visione, la sua fede nella coerenza rispetto allo spettacolo. In un mondo ossessionato dalla visibilità e dalla convalida, ha offerto una lezione più sottile: “L’eleganza non significa farsi notare, significa farsi ricordare.”

Giorgio Armani; Courtesy of GianAngelo Pistoia - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=48266936
ORNELLA VANONI (1934-2025)
“La Grande Signora della Canzone Italiana”
Oggigiorno, chiunque può ascoltare “L’Appuntamento” senza commuoversi? Gli archi delicati, il piano dolce e poi la voce di Vanoni, con la sua caratteristica sfumatura di malinconia. Pubblicata nel 1970, la canzone è diventata un inno non ufficiale per il primo amore, l’amore perduto, l’amore non corrisposto, l’amore a distanza, l’amore infinito… Ci siamo passati tutti e Ornella Vanoni era lì con noi.
Immaginate Milano nelle ombre della fine degli anni ’50: Vanoni, arguta e poco più che ventenne, che canta del mondo sotterraneo della città (le canzoni della mala) per il Piccolo Teatro di Giorgio Strehler. C’era qualcosa di ardente e ribelle in lei fin dall’inizio. Da lì è arrivata la malinconia melodica degli anni ’60 e ’70: “L’Appuntamento”, “La musica è finita”, “Senza fine”, “Domani è un altro giorno” – colonne sonore di matrimoni, dichiarazioni d’amore, cuori spezzati, desiderio o semplicemente “…le canzoni della mia vita”, come ha affermato la presentatrice televisiva Simone Ventura al servizio funebre della cantante al Piccolo Teatro di Milano.
Vanoni non è sopravvissuta alle tendenze; le ha ignorate. Invece, si è costantemente reinventata per il piacere della scoperta emotiva e musicale, muovendosi attraverso il jazz, la bossa nova e le collaborazioni di fine carriera con un senso di autorità sconfinata. Autoironica e disarmante onesta, Vanoni non ha mai corteggiato l’adulazione né si è inchinata alle critiche e poche artiste italiane sono invecchiate così pubblicamente, così musicalmente e così impenitentemente.
In un’epoca in cui ci si aspettava che le voci delle donne consolassero o idealizzassero, Vanoni cantava di solitudine, tensione erotica, noia e ambiguità morale. Le donne nelle sue canzoni fumavano, aspettavano troppo a lungo, desideravano le persone sbagliate e riconoscevano i loro errori. In tal modo, ha cambiato il vocabolario emotivo della musica popolare italiana, insegnando al paese a soffermarsi sulla complessità emotiva piuttosto che correre verso un grande culmine o conclusione. “Lei era un’artista di gigantesca eleganza anarchica”, ha detto il cantante e cantautore Francesco Gabbani.
Il sipario potrebbe essere calato, le luci attenuate, la canzone finita per il 2025, ma sappiamo tutti che la Signora Vanoni, “La Grande Signora della Canzone Italiana”, non ci ha davvero lasciato. Né lo hanno fatto gli altri, del resto:
Domani è un altro giorno, si vedrà.









