L’INIZIO: VENEZIA (FEBBRAIO)
La luna piena è in Pesci e la morsa del segno d’acqua avvolge la città in un’atmosfera ancora più drammatica e misteriosa del solito. Il lambire ritmico del canale segue il passo della nostra camminata mentre ci addentriamo, smarrite, tra vicoli inquietantemente silenziosi cosparsi di coriandoli post-Carnevale.
Eravamo venute a Venezia “per ricerca” — una scusa poco velata di cui non avevamo nemmeno bisogno — per allontanarci, da sole, in un luogo che trasuda romanticismo da ogni fessura dei suoi ponti logori. Arrivate in Piazza San Marco, folle di persone vestite di tutto punto con costumi del XIX secolo sorseggiano spritz e chiacchierano, creando uno sfondo inquietante per quello che sembra già un dramma d’epoca esasperato. Mi prende sottobraccio per condurmi nel bar che abbiamo già scelto, uno che promette del buon vino naturale e cicchetti di pesce fresco. Non sono mai stata così consapevole di ogni singola cellula nervosa nell’incavo del mio gomito.
Non abbiamo parlato di quello che sta succedendo tra noi, anche se in realtà non è ancora successo nulla. Ma la tensione è palpabile mentre riflettiamo sui nostri piani per il futuro, l’idea di restare in Italia, di iniziare il prossimo capitolo insieme — in modo strettamente professionale, ovviamente. Ci facciamo promesse a vuoto che non so essere tali, e brindiamo con i nostri calici di Vin Col Fondo. Cerco di non fissarle le dita mentre estrae un gambero dal guscio, staccando le zampe dal corpo per poterne succhiare la polpa.
Tornate in camera, sdraiate sul letto in camicie da notte di seta, lascio che le mie labbra sfiorino le sue per un secondo di troppo mentre lei inghiotte il fumo che le esalo in bocca.
MILANO (MARZO)
Ci siamo infilate in quella che credo sia una cabina telefonica ristrutturata nel bel mezzo di un locale gay. “Penso che questo momento dovesse arrivare da tempo, amore mio.” Mi tira a sé.
“Quando hai capito per la prima volta di volermi?”, la lusingo, intrecciando le dita tra i suoi capelli. Nella mia nebbia alcolica, le ciocche sembrano acqua che mi scivola tra le mani.
“Fin dall’inizio.”
“Anch’io.”
Le impronte delle nostre mani segnano il vetro appannato della porta come in quella scena di Titanic. Girovagando per Chinatown il giorno dopo, il mio corpo sembra fluttuare fuori da se stesso. Ci vuole tutta la mia concentrazione per non inciampare sui miei stessi piedi sul pavé di Via Sarpi, per ricordarmi di assaggiare i succosi “ravioli cinesi” ovvero gli xiao long bao, chiusi a mano e passati da una finestra, che sono il motivo principale per cui mi sono unita a questo viaggio a Milano. Le avvolgo il braccio intorno alla vita, tanto per sorreggermi quanto per assicurarmi che tutto questo stia accadendo davvero alla fredda e sobria luce del giorno.
SICILIA (APRILE)
Il mio autobus resta aggrappato alle curve della costa, il mare è calmo e scintillante. Saliamo verso le colline del Parco Naturale Regionale delle Madonie, lucide di nebbia mattutina e profumate dal sentore dolce e lattiginoso della ricotta fresca fumante che, mentre scendiamo, viene distribuita nelle fuscelle (i contenitori per lo scolo) e poi nei nostri piatti da mani callose che praticano questo mestiere da decenni prima che la maggior parte di noi nascesse. Non ho sue notizie da prima di ieri. Di nuovo sull’autobus, il calore del mezzogiorno attraversa il vetro del finestrino, vibrando sotto il mio cranio, un controtempo all’album imbarazzantemente azzeccato che sto ascoltando a ripetizione.
“Diciamo ti amo ma non stiamo insieme.”
Salta canzone.
“Siamo amici alla festa, ti darò il mio corpo a casa.”
Sotto il bagliore striato delle lucine in piazza, dopo aver svuotato il mio quarto bicchiere di Marsala, bacio qualcun altro.
DA QUALCHE PARTE NEL NORD ITALIA (MAGGIO)
La porto via dal nostro gruppo di amici che cantano canzoni pop di metà anni Duemila davanti al falò, che scoppietta e sfrigola per il grasso delle costine di maiale e dei pomodori conditi e unti d’olio. Il sole sta tramontando sulle colline piemontesi, arancione per lo smog. Ci addentriamo tra i pini in un angolo riservato, dove le ombre sono lunghe e non possiamo essere viste. Quattro notti prima, avevamo deciso di essere solo amiche. Lei non era pronta; era complicato; io soffrivo.
“Non sono riuscita a toglierti gli occhi di dosso per tutta la notte”, dice.
Trattengo il respiro.
“Posso baciarti?”
Conosce già la risposta, fissandomi con uno sguardo che mi fa venire voglia di tornare a Venezia e buttarmi in Laguna, mentre mi appoggia con delicatezza contro il tronco di un castagno. I frutti spinosi cadono dai rami e scricchiolano sotto la mia schiena, le mie cosce, mentre loro e noi cadiamo a terra.
“Voglio che tu mi voglia come vuoi lei”, confessa nell’incavo sotto la mia cassa toracica.
Mi sembra una cosa folle da dire, perché sa bene che non ho mai desiderato nessuno di più. Ripensandoci, credo che intendesse proprio questo — che voleva che io la volessi, ma solo un po’ meno.
ROMA (OTTOBRE)
“Ti amo davvero”, la mia testa è appoggiata sul suo petto e lei mi solleva il mento per guardarmi mentre parla. I suoi occhi, liquidi e profondi, sono come pozze in cui potrei annegare, in cui sono annegata, per le quali mi riempirei le tasche di sassi per annegare altre mille volte.
“E se restassi?”. Firmiamo il contratto d’affitto di un appartamento e festeggiamo con spesse fette di pizza al taglio, sedute sul muretto del ponte brulicante di turisti. Sotto, i gabbiani dondolano, lasciandosi trasportare dalla corrente fino al ciglio di un salto ripido, per poi tornare indietro e rifare la stessa cosa. È un lavoro di Sisifo, ma a loro non sembra importare. In questo momento, sono felici.
LA FINE: ROMA (DICEMBRE)
Nell’enoteca dove lavoro, le do da mangiare il cuore di un uccellino veneziano, infilzato su uno stuzzicadenti. Buttiamo giù troppi bicchieri di vino e il mio capo mi prende in giro perché sono troppo innamorata per fare il mio lavoro. La Fontana del Nettuno a Piazza Navona brilla dorata sotto i lampioni, tutto è silenzioso a quest’ora della notte, tranne lo scorrere continuo dell’acqua e il ronzio del traffico in lontananza. Ci fermiamo ad ammirarla e mi stupisco del fatto che ora viviamo qui. Lei si irrigidisce quando provo a tenerle la mano.
Qualche giorno dopo, facciamo la stessa conversazione avuta un milione di volte, ma stavolta la parola “amici” sembra un insulto. Le dico che non è così che si comportano gli amici, intendendo che un vero amico non farebbe questo e che io non sono solo una tua amica.
Le dico di lasciarmi andare.
Lei fa le valigie e io la accompagno a Termini. Tengo il suo maglione e la coppia di vasi che avevamo appena comprato, pensando che sarebbero stati bene sul nostro nuovo camino. Fantasmi della vita che abbiamo quasi vissuto insieme. Per strada, coriandoli, inzuppati e calpestati, galleggiano in una pozzanghera di fango.

