Apri Instagram e troverai un’Italia fatta di panni stesi al sole, campi che ondeggiano alla brezza, anziani che giocano a carte nelle piazze dei paesi, cicale che cantano nel pomeriggio e tramonti infiniti sul mare. È la cosiddetta “slow-life”: milioni di visualizzazioni costruite attorno all’idea di un paese autentico, semplice e intatto nel tempo. Una forma di lentezza che non viene più vissuta, quanto piuttosto consumata.
Trent’anni fa, tuttavia, la lentezza significava qualcosa di molto diverso. Alla fine degli anni ’80, Roma accoglieva il primo McDonald’s d’Italia, mentre una piccola associazione nata tra le colline delle Langhe, allora nota come ArciGola, si opponeva all’omologazione del gusto e della cultura alimentare. Quella protesta sarebbe poi diventata Slow Food, un movimento che ha dato vita a il progetto dei Presìdi, l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e un modo completamente diverso di pensare al cibo, ai luoghi e al tempo.
Poi sono arrivati i social media e l’iper-turismo. La lentezza è rimasta, ma la sua funzione è cambiata. Quella che un tempo era una pratica culturale è diventata un’estetica. Ciò che era iniziato come una critica alla cultura dei consumi si è trasformato in contenuto da consumare.
Oggi bastano pochi secondi di scorrimento tra i profili di viaggio per rendersi conto che c’è un copione familiare all’opera. L’Italia è ridotta a un vocabolario visivo ricorrente: panni che sventolano alla brezza, nonne che preparano la pasta fresca a mano, pescatori che riparano le reti, vicoli silenziosi e tramonti in Puglia. Molti di questi video sono realizzati da visitatori stranieri, ma la nazionalità non è il punto. Il punto è lo sguardo.
Prendendo in prestito il concetto di male gaze dalla critica femminista, suggerirei l’esistenza di un tourist gaze: il modo in cui i viaggiatori costruiscono un luogo a propria immagine, selezionando solo ciò che conferma l’idea che avevano già prima di arrivare. Lo facciamo tutti, a dire il vero: andiamo a Parigi cercando i caffè, a New York per i grattacieli, in Giappone per i templi. Ma la retorica della slow life ha spinto questa tendenza all’estremo.
L’autenticità, dopotutto, non è una qualità intrinseca dei luoghi. È una categoria costruita da chi li guarda. Un paese non è “autentico” in sé; lo diventa quando conferma l’immagine che il visitatore sperava di trovare.
L’Italia, in particolare, è sempre più ritratta come un paese sospeso nel tempo: un’eterna campagna popolata da saggi anziani, piazze vuote e ritmi antichi. È una narrazione rassicurante, ma inevitabilmente parziale. Fuori dall’inquadratura restano lo spopolamento, i salari bassi, i trasporti pubblici inadeguati, il lavoro precario e la realtà quotidiana di chi questi luoghi li vive davvero tutto l’anno.
Il privilegio sta proprio nel poter scegliere cosa vedere. Trasformare un territorio complesso in uno sfondo emotivo dove l’autenticità può essere vissuta senza confrontarsi con le condizioni materiali che la rendono possibile. Gli algoritmi dei social media premiano immagini semplici, confortanti e istantaneamente riconoscibili. E così l’Italia stessa diventa un altro prodotto estetico, confezionato per la condivisione.
Eppure, non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole italiano. Il nostro sarà anche un paese pieno di contraddizioni e peculiarità, ma ha visto secoli di viaggiatori proiettare le proprie fantasie sui suoi paesaggi.
Fin dai tempi del Grand Tour, il Mediterraneo è stato immaginato come un’Arcadia senza tempo. Da Goethe e gli acquarellisti inglesi agli scrittori americani come Nathaniel Hawthorne in Il fauno di marmo (un romanzo che ho scoperto e amato di recente), generazioni di viaggiatori hanno proiettato sull’Italia la fantasia di un Eden classico, quasi primitivo, scegliendo spesso di non vedere la povertà, i conflitti e le contraddizioni sociali. Il romanzo di Hawthorne è, ovviamente, molto più sfumato di così, ma la fantasia stessa scorre profonda nell’immaginario occidentale.
La differenza oggi è che questa Arcadia non riempie più i diari di viaggio o le tele romantiche. Riempie i feed di Instagram, i video di TikTok e le campagne di marketing turistico.
Forse Slow Food aveva ragione, dopotutto: rallentare può ancora essere un atto di resistenza. Ma solo finché la lentezza non diventa solo un altro contenuto da scorrere con il pollice.