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Opinione

IKYK. IO NO

”Non devi fermarti per un caffè. Fermati solo per la risposta.”

“Rain check?” mi ha scritto l’americano con cui sarei dovuta uscire.

Così ho controllato.

Mi sono avvicinata alla finestra, ho guardato il cielo e ho risposto: “Sembra che stia schiarendo”. Quel pomeriggio era venuto giù il mondo. Lui aveva detto di essere bloccato al lavoro. Ho pensato che il meteo fosse un’altra sua preoccupazione.

Ero poco più che ventenne, appena arrivata negli Stati Uniti e lavoravo in una giovane media company. Tutti erano cool alla Brooklyn: indossavano Birks prima che diventassero di moda, arrivavano su bici vintage, vestiti con abiti di seconda mano e borse di tela con loghi indie. Stavamo realizzando diverse docu-serie su sesso, droga e rock n’ roll. Non avevo mai fatto uso di droghe e cercavo discretamente di capire di cosa stessero parlando.

Tra la terminologia di produzione e le abbreviazioni da ufficio, intere email sembravano esami per cui non avevo studiato. Alla fine della prima settimana, mentre cercavo ancora di orientarmi in quell’ufficio pieno di sale montaggio, è arrivata un’email dal mio capo: ‘I’m OOO’. Nient’altro. Che cavolo era OOO? Era la versione USA del nostro oh-oh? Come se ci fosse qualcosa che non andava? Dovevo fare qualcosa?

Troppo imbarazzata per chiedere ai miei colleghi cool di quello che poteva essere un termine del settore che tutti conoscevano, ho passato qualche ora ad aspettare un’email di follow-up con istruzioni. Non è mai arrivata. Poi è arrivato EOD. Qualcuno di nome E aveva fatto un’overdose? Ed era così che ce lo stavano dicendo?! Considerando dove lavoravo, non sembrava del tutto fuori questione. WFH. GTG. ASAP. FYI. LMK. BRB. Parlavo inglese, ma nessuno mi aveva detto che avrei dovuto imparare il codice Morse.

Ancora lettere. Tutti sembravano entusiasti del TGIF, così mi sono unita a loro. Qualunque cosa stessimo festeggiando, io ero d’accordo. Persino le domande erano confuse. Qualcuno mi incrociava in ufficio e diceva: “How are you?”. Io mi fermavo, pronta a raccontargli del posto pazzesco di ramen che avevo trovato la sera prima e a chiedergli come stesse lui. A quel punto, erano già spariti in fondo al corridoio. A quanto pare, questa particolare domanda non richiedeva né una risposta né un ascoltatore fermo.

Lo capisco. Noi italiani siamo prolissi: possiamo metterci dieci minuti a spiegare una cosa che ne richiedeva uno. Il nostro “come stai?” diventa una pausa caffè, e organizzare una chiamata può richiedere uno scambio di email che sembra l’incipit di un romanzo dell’Ottocento. C’è qualcosa di positivo nell’arrivare al punto.

Ma voi americani… persino “How are you?” deve essere efficiente? Ci sarà pur una via di mezzo tra il raccontare a un collega tutta la propria vita e chiedere come sta senza nemmeno rallentare.

Non devi fermarti per un caffè. Fermati solo per la risposta.

E se devi cancellare un appuntamento, dillo e basta! Altrimenti controllerò il meteo.

 

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