Natura morta (letteralmente, “natura morta”) è solo il termine drammatico italiano per “still life”; quei dipinti ad olio che hai visto raffiguranti oggetti naturali quotidiani come fiori, frutta e altri cibi. Anche Caravaggio ci ha dato una botta, qualche anno dopo che Bacco si era strafogato a un banchetto e Giuditta aveva tagliato la testa a un tizio. Ma rispetto alla sua controparte inglese, l’espressione italiana evoca idee poetiche di inizi e fini, di tempo e cicli, e l’inevitabile decadimento di tutte le cose viventi. Osservare la fotografia di natura morta di Tessa Chung è un po’ come vedere Natura morta con frutta (1601) di Caravaggio o Un alzata di cristallo con pesche, mele cotogne e fiori di gelsomino (1607) di Fede Galizia in una dimensione contemporanea parallela.
Nel 2020, durante la pandemia, la fotografa di origine cinese residente a Firenze ha iniziato a fotografare la frutta in decomposizione nel suo appartamento. La sua curiosità di esplorare questo soggetto è stata senza dubbio influenzata (anche inconsciamente) dall’argomento della tesi di master che stava completando a Firenze in quel periodo; un progetto di ricerca sul cibo e il suo ruolo simbolico nella cultura visiva, dai dipinti classici alla fotografia moderna e contemporanea. Mentre descrive la sua influenza sul suo lavoro come un caso di “teoria prima della pratica”, l’obiettivo di Chung si è evoluto per riflettere un intricato dialogo interculturale tra le tradizioni alimentari della sua cultura cinese e quelle della sua patria adottiva, l’Italia.

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Nonostante quello che mostrano le cartoline, a Firenze non c’è sempre il sole. Chung preferisce che sia così, riflettendo su come la città abbia plasmato il suo approccio fotografico più di quanto si aspettasse. Le gallerie della città, i paesaggi urbani e la storia artigianale, certo, ma anche il modo in cui il cielo fiorentino agisce come un “softbox gigante” nelle giornate nuvolose, offrendo le condizioni perfette per scattare le sue immagini di nature morte culinarie. “Potrei allestire tutto, scattare per mezz’ora, poi lasciare l’intero set intatto fino al giorno dopo, o anche fino al mese successivo, aspettando solo che la luce giusta cada al posto giusto. Quando succede, prendo semplicemente la macchina fotografica e scatto. È quasi come se l’immagine fosse già lì, in attesa del momento giusto per essere vista”, dice Chung.
Uova, carciofi, petali di rosa… non è necessariamente una tipica lista della spesa fiorentina. Ma è la materia naturale che Chung ha lasciato disposta en scene su un tavolo per quattro mesi finché non si sono verificate le condizioni giuste per fotografarla. Sembra piuttosto simile a come Galizia o Caravaggio avrebbero affrontato le loro tele di natura morta, anticipando il momento giusto in cui la luce giusta proiettava l’ombra giusta un chiaroscuro sui loro soggetti, “creando” così l’immagine che gli artisti erano spinti a catturare con le pennellate. Nelle fotografie di natura morta di Chung, è come se i suoi soggetti fossero sempre esistiti in quegli stati, in quelle disposizioni così poetiche. Sebbene la fotografa realizzi anche ritratti, reportage ambientali e documentaristici, oltre a una serie di progetti commerciali per i clienti, l’ispirazione per le sue immagini di natura morta proviene spesso da un luogo di osservazione oggettiva e sperimentazione. Altre volte, è accesa da una risposta emotiva più profonda, come nel caso della sua Riso Cantonese, che, spiega, è nata da un senso di profonda nostalgia per la sua terra natale.


“Il titolo è per divertimento; Riso Cantonese è una cosa così italiana. Sono cresciuta a Canton, ma ne ho sentito parlare solo quando sono entrata per la prima volta in un ristorante cinese qui in Italia
Gli italiani, lo sappiamo, sono piuttosto orgogliosi della loro cucina nazionale. Tra le generazioni più anziane, le tradizioni durature di una cultura alimentare iper-localizzata hanno persino causato un senso di resistenza contro l’abbracciare la cucina multiculturale. Questo sta gradualmente cambiando con le generazioni più giovani, e Chung sta osservando l’evoluzione della diversità culinaria in Italia come fonte di ispirazione creativa.
La cultura visiva incontra la cultura del cibo; non è solo il modo in cui si potrebbe descrivere questo aspetto dell’“obiettivo” fotografico di Chung, ma anche il modo in cui lei comprende aspetti della sua esperienza di vita dall’altra parte del mondo. Certo, è ben consapevole delle differenze tra la cultura e le tradizioni alimentari cinesi e quelle italiane, ma è altrettanto percettiva riguardo alle somiglianze tra loro. Il filo conduttore è quella parola d’oro, “tradizione”; l’idea di onorare quelle usanze e quei rituali secolari che sono alla base sia della preparazione che della condivisione dei pasti. Lo osserva nei minimi dettagli. Anche i suoni dei bicchieri, dei piatti e delle ciotole che tintinnano in cucina, ad esempio, evocano in lei un senso di familiarità con casa. A Chung vengono in mente altri rapidi esempi:
“…le innumerevoli varianti di impasto: noodles e pasta, dumpling e ravioli, wonton e tortellini. Poi ci sono il salame e il là cháng (臘腸), il lampredotto e il niú zá cantonese (牛雜), e infine l’atto della condivisione, che si tratti dei banchetti comunitari a tavolate lunghe o dell’esperienza condivisa dell’hot pot.”



Le colazioni italiane erano, e sono tuttora, un po’ strane per Chung, cresciuta con una routine a base di dim sum distribuiti su una grande tavola rotonda alle 7:30 del mattino, che condivideva con “un gruppo di nonni, chiacchierando davanti a un tè.” Non è l’unica a considerare il classico cornetto e caffè un po’ troppo dolce, troppo semplice, per il primo pasto della giornata. Ma queste differenze nella cultura alimentare tra la sua casa d’origine e quella adottiva, che spesso riflettono abitudini di vita quotidiana e sfumature culturali, continuano ad accendere il suo senso di curiosità e a ispirare le sue esplorazioni fotografiche. Non c’è dubbio che la sua decisione di trasferirsi a Firenze sia stata il catalizzatore di un nuovo capitolo della sua vita e del suo lavoro, un’esperienza che definisce “un privilegio”. Non tutti possono studiare i dipinti di Caravaggio su un libro di testo universitario un giorno e trovarsi faccia a faccia con loro agli Uffizi il giorno dopo.
“La città prima delle 7 del mattino è un’altra enorme fonte di ispirazione per me! La prima luce del sole, la tranquillità. Quando corro lungo l’Arno al mattino, mi sento come se la città fosse mia. A quell’ora del giorno ci sono solo piccioni sul Ponte Vecchio o al Piazzale Michelangelo”, racconta.
Questo luglio segnerà cinque anni da quando Chung si è trasferita a Firenze. In questo periodo ha osservato molto del Paese, formandosi una propria opinione su ciò che rende un’immagine autenticamente “italiana”. Mentre il suo lavoro continua a evolversi con ogni serie fotografica e commissione, lei continua a lottare contro la massa di rappresentazioni stereotipate, idealizzate e piene di cliché della cultura e dello stile di vita italiani, che secondo lei hanno creato un’“iconoclastia” a sé stante, grazie a ciò che il mondo vede sui social media.


Nonostante quello che ci mostrano i nostri schermi, l’essenza dell’“Italia”, pur essendo ovviamente soggettiva per ogni persona, non si trova necessariamente in visioni del perfetto, del rifinito o in tutto ciò che deve consapevolmente affermarsi come espressione di “italianità”. Il bello è che semplicemente è. È più probabilmente vicina alla poesia visiva di una ciotola di agrumi vecchia di un mese su un tavolo, con le bucce che invecchiano con grazia alla luce del sole, piuttosto che a un reel di Instagram su dove trovare il miglior spritz al limoncello ad Amalfi. Nel caso di Chung, a volte si tratta meno di ciò che stai guardando nelle sue immagini e più del senso di onestà non filtrata, imperfezione e autenticità che evocano. Questa è l’Italia.
“Sono sempre più interessata a ciò che definisce veramente l’Italia oggi, guardando oltre il modo in cui il mercato l’ha etichettata. Spero che il mio corpus di lavori offra una prospettiva fresca sul familiare, sia nel contesto dell’Italia, sia durante le mie visite annuali in Cina, la mia terra d’origine, o nei miei viaggi altrove.”















