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Filicudi Parte I

La storia di un viaggio nell’isola Siciliana dell’arcipelago Eoliano

Filicudi non è una meta per tutti. Nessuna discoteca pulsante con la techno, nessun hotels a cinque stelle o vellutate spiagge di sabbia bianca. In alternativa, puoi scatenarti la sera ballando a Villa La Rosa, un hotel-ristorante-disco gestito da madre e figlia; o puoi soggiornare in una delle case vacanze di Pepe: senza aria condizionata, equipaggiate con cucina all’aperto e amaca; oppure puoi stendere un asciugamano – preferibilmente uno spesso – sulla spiaggia sassosa di Pecorini a Mare. Un suggerimento per i bagnanti: fate attenzione alle meduse. Non sentitevi scoraggiati però, perché quello che Filicudi perde in comfort lo acquisisce in autenticità: al giorno d’oggi un raro e bramato lusso.

Il mio viaggio a Filicudi è iniziato a Roma con la sveglia delle cinque del mattino e dopo l’arrivo delle 5 del pomeriggio, avevo viaggiato rispettivamente in taxi, treno, aereo, autobus, traghetto e mini-van. Parte del fascino dell’isola è proprio il deliberato sforzo impiegatoci per arrivarci. Non è un luogo dove le persone si recano spinte da un impulso improvviso. 

Durante il tragitto, la mia testa era colma delle vicende che i miei amici romani mi avevano narrato riguardanti questa isola vulcanica. In particolare una storia che il mio ex datore di lavoro mi raccontò e che catturò la mia immaginazione per le sue qualità folcloristiche e che ha fissato in me la mia prima impressione di Filicudi come un luogo magico e dimenticato.

La storia era quella di Gilbert, un tedesco di circa sessant’anni, ex-ufficiale di navi da crociera di lusso che tutt’ora vive completamente isolato in una remota grotta da lui scavata in una delle pareti rocciose dell’isola. Si innamorò perdutamente di Filicudi mentre navigava attraverso le isole Eolie nell’anno del 1968, a solo vent’anni e decise di abbandonare tutto per andare a vivere su quest’isola. Con gli anni ha imparato a vivere una vita ecosostenibile, in linea con la antiche tradizioni filicudiane insegnategli dai vecchi nativi; tradizioni che stanno a poco a poco svanendo dalle memorie dei circa 200 abitanti dell’isola a causa della modernizzazione e del turismo.

Quando ascoltai questa storia, ho saputo subito nel profondo del mio cuore che un giorno sarei andata a Filicudi. Come Gilbert, mi sono sentita tirata da un primordiale e magnetico filo verso l’isola.

Ancora adesso Filicudi continua ad attrarre una distinta ed eclettica moltitudine di persone. Nella piazzetta di Pecorini a Mare ho incontrato artisti, liberi professionisti, professori, una principessa Afgana che disegna gioielli, notabili personalità romane e milanesi, etc. la maggioranza dei quali si reca a Filicudi ogni estate da anni e ormai considera l’isola come una sorta di seconda casa. 

Una notte dopo un paio di cocktails, mentre mi rilassavo in piazzetta con dei nuovi amici, un giovane pugliese rivelo’ al gruppo quella che sostiene essere la tradizione dell’isola e che fa rima con il nome: “a Filicudi si fa il bagno nudi”. Cosi, animati dall’eccitazione e dal persistente sapore dolciastro di Malvasia sulle nostre labbra, ci siamo lentamente diretti verso l’acqua per onorare la tradizione, inciampandoci tra le rocce e incautamente sperando di non calpestare i ricci di mare o essere punti da una medusa.   

Proprio li, completamente nuda nella grandiosa distesa di mare scuro, con la via lattea sopra la testa, ho potuto assaporare quello che credo le persone vengono qui a cercare e che Gisbert ha fatto diventare la sua realtà.

Sospesa nel buio della natura, l’ho percepita. Libertà.

 

Filicudi Part 2