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Figli del Sogno: Storia Onirica di un’Intera Generazione

“Cosa resta di ieri ce lo urlano le nuove generazioni oggi, per le quali accumulare pensieri e sicurezze è bello forse, ma vintage quanto il set di Stranger Things.”

Siamo tutti zombie, in tute di ciniglia colorate e pantaloni baggy, come la sfilata nel fango con cui Balenciaga ha fatto parlare di sé nella Paris Fashion Week. O forse siamo tutti pronti a combattere, come Kanye West, che prende di mira chi taccia di razzismo la sua ultima collezione, dichiarando loro guerra: «When I said war I meant war». Eppure noi, Millennial, infissi nelle sabbie mobili dell’edonismo sociale, ce ne saremmo dovuti accorgercene già tempo fa. Fin da da quando la giustapposizione cromatica dei corpi di Oliviero Toscani avrebbe raggiunto la nemesi con la presa di coscienza del corpo nudo di una modella anoressica. Erano gli anni Duemila, e in quel luogo underground che è da sempre la provincia italiana, Fabri Fibra rappava: «Stasera escort, anagramma di sterco». Ma non ce ne siamo accorti.

Come potevamo saperlo noi, con quell’innocenza da boy band? Quando il nostro mantra era «cioè», una parola così generazionale da diventare il titolo di una rivista da snocciolare a scuola? I grandi ci hanno insegnato a domandarci sempre «perché» come se, per addizione sulle cose, potessimo toccare la cima di una verità comune: «Se c’è una crisi la mandiamo via, perché i problemi tuoi sono problemi miei» cantava Ambra Angiolini in T’appartengo, colonna sonora dello show televisivo Non è la Rai, icona della generazione degli anni Novanta.

Ma poi quella cima è caduta, l’abbiamo vista arrotarsi e collassare alle porte della pubertà l’11 settembre 2001: l’inizio di un disfacimento che è stato tutto nostro, prima della crisi di Lehman Brothers, prima di essere pieni adolescenti. Cosa resta di ieri ce lo urlano le nuove generazioni oggi, per le quali accumulare pensieri e sicurezze è bello forse, ma vintage quanto il set di Stranger Things. Perché la nostalgia che respiriamo non è che una Tesla programmata sulla retromarcia.

Eppure, tutto questo era già in atto. Quando il successo di Britney Spears One More Time non era l’essenza dell’edonismo che pensavamo di cercare, no! Britney cantava «My loneliness is killing me, I must confess» e noi non l’abbiamo ascoltata. Abbiamo preferito ascoltare che quelle erano Confessions on a dance floor, di una Madonna che sbandierato così tanto la sua verginità da cristallizzarsi in una nicchia – di certo profana – più della stessa Maria.

Ce ne saremmo dovuti accorgere vedendo Britney pelata e tatuata col numero della bestia: erano gli anni in cui gli Stati Uniti stanavano la loro bestia in un remoto Pakistan, quando bastava una consonante per ridurre all’essenziale il posto del proprio destino: Obama od Osama? Di lì a poco, anche un numerino come lo spread avrebbe determinato il nostro futuro non retribuito o un lavoro mai pienamente raggiunto.

Confessions on a Dance Floor, Madonna

Avevamo pensato che stringerci su un sofà come Friends fosse sufficiente a farci sentire in una famiglia, una casa inespugnabile come quella di Kevin McCallister o a porte scorrevoli come ne La Tata. Perché, in fondo, avevamo capito che il nostro male era la solitudine, quella resa drammaticamente plastica dall’uomo che cade dalle Twin Towers. L’abbiamo seppellita nei Varietà e negli Mtv Awards, in Giornate Mondiali della Gioventù e Live8. Ma la solitudine è rimasta acquattata lì, impassibile e coriacea come la salma di Lady Diana portata in processione per Londra, la prima di tante morti che sono state tutte voci del verbo «Solitudine». 

Dieci anni più tardi, col suo bestseller Chiamami col tuo nome, André Aciman sceglieva come colonna sonora di una relazione omosessuale al tramonto una canzone melodica, Fenesta ca lucive: quella finestra un tempo accesa, poi spenta dalla morte era la stessa che cantavano gli Eiffel 65, coi loro occhi che vedono tutto il mondo blu, una finestra, la casa, se stessi: «And all day and all night and everything he sees is just blue. Like him inside and outside». Non ce n’eravamo accorti. Ci sono volute le lacrime petrolio di Billie Eilish in When party is over a ricordarci che quel blu era tutto e nulla. 

Oggi c’è una generazione che non ha problemi a recidere qualcosa di sé, una ciocca per lottare contro i soprusi, all’opposto di noi che abbiamo accumulato una vita intera per essere abusati dal consumismo e dall’estetica fine a sé stessa: «Life in plastic: it’s fantatic!». Ora, se anche la Disney veicola nuovi messaggi, e Velma di Scooby-Doo fa finalmente il suo coming out, è segno che avremmo dovuto svegliarci prima. Ci siamo svegliati tardi o forse eravamo già esausti del sogno altrui. Forse pensavamo poter vivere nel mondo solo diventando noi stessi oggetto in un pianeta sempre più instabile: «You can touch, you can play. If you say, I am always yours» cantavano gli Aqua. Avremmo dovuto capirlo che quello non è mai stato il nostro sogno. E che oggi, se perseveriamo nell’errore, finiremmo solo a vivere il sogno di un altro: «We were living for the love we had, livin’ not for reality. Just my imagination».