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“È Stata la Mano di Dio”: Il Film di Sorrentino che Porto Sempre con Me

“Non ti disunire, non ti disunire mai!”

“È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino, la prima volta l’ho visto alla Mostra del Cinema di Venezia lo scorso settembre. Io e una mia amica siamo riuscite per un soffio a prenotare due posti allo spettacolo delle 22.00. Era una serata un po’ frizzantina, e c’era una leggera brezza marina che ti accarezzava la schiena. Avevamo buttato giù di corsa due spritz con il Select, mangiando voracemente le due olive che solitamente ci sono dentro. “Sbrighiamoci che facciamo tardi!”. Speravo di non addormentarmi, ma ero molto curiosa di questo film di cui già si parlava tanto, tra i più attesi della kermesse. La Sala Casinò, nonostante le normative anti-Covid (un posti sì e uno no) era piena. Il tempo di far entrare tutti, è calato il buio in sala, e la luce del proiettore ha preso vita. 

Ricordo il religioso silenzio con cui noi accreditati ci siamo fatti trasportare nell’universo Sorrentiniano, in quella storia così personale, lacerante e dolorosa, ma anche così dannatamente bella. Alla scena cult tra Fabietto Schisa e il regista Antonio Capuano avevo già gli occhi umidi, e un nodo in gola alla vista di sua maestà il Vesuvio ripreso da una delle sue angolazioni più belle, circondato dall’immensità del Golfo di Napoli. Non ti disunire Schisa tuona Capuano, Non ti disunire mai!. E io l’ho sentito dritto allo stomaco, come se stesse parlando con me. Non mi sono data subito una spiegazione razionale di quella battuta, ma l’ho afferrata e messa in tasca. 

Per non parlare del colpo di grazia che Sorrentino infligge ai titoli di coda, quando Fabietto lascia Napoli ed è seduto in treno verso Roma. Guarda fuori dal finestrino e lentamente inizia la canzone più bella che sia mai stata scritta per Napoli, “Napul’è” di Pino Daniele. E io quello sguardo l’ho riconosciuto, perché è lo sguardo di chi lascia la vita di prima che non c’è più, e affronta con timore il nuovo, l’ignoto. È facile andar via, direbbe qualcuno, lasciarsi alle spalle il dolore e provare a sognare. Ma come fai a sognare se non inizi dal dolore? Come puoi andare avanti se dimentichi il passato e da dove vieni? La prima volta che ho lasciato la mia città avevo 21 anni. Una giovane laureata con la testa tra le nuvole, alla conquista del capoluogo lombardo più amato e più odiato di sempre. All’inizio me lo sono quasi imposta, come se, il dover andar via, fosse già scritto da qualche parte. Per il lavoro che voglio fare non ho futuro a casa, lì sì. Me lo sono ripetuta cento volte. Gonfi il petto e fai un respiro profondo, cercando di non sentirti in colpa nei confronti di chi rimane e che subisce la tua scelta. Un salto nel vuoto a occhi aperti con cui mi sono confrontata tutti i giorni, e ancora ora oggi un po’ di amaro in bocca c’è.

Non ti disunire. Non dimenticare chi sei, non dimenticarti di quel cielo, di quel mare, di quella voglia di mangiare il mondo, di quella forza di volontà che viene dal tuo cuore ma anche da quella terra che ti ha cresciuto, che ti è madre ma anche matrigna. Vorrebbe tanto tenerti legato a sé, sempre, ma è costretta ad arrendersi e lasciarti andare. Non ti disunire. Rimani tutt’uno con te stesso e con il tuo credo. Con le tue parole e la tua anima. Non importa se piacerai agli altri, devi rimanerci legato come un albero alle radici. Le intemperie vorranno staccarti, ma tu punta lo sguardo dritto verso l’orizzonte e non perderlo mai di vista. Integro ai tuoi valori e alla tua esistenza. Non ti disunire. Non perderti, non fare il passo più grande di te, aspetta e abbi pazienza. Il coraggio non ti manca, è giusto essere divorati dall’impazienza, ma non bisogna esserne travolti. Nonna ha sempre detto “Piano, piano vedrai che tutto prenderà il posto che deve”. E io su questa visione a lungo termine c’ho costruito un rituale, un modus operandi da applicare tutti i giorni. Perché quando parti per costruire un presente diverso, devi creare basi solide. 

Non ti disunire. Mastica sempre il tuo dialetto, pronuncia le vocali come hai sempre fatto, calca le consonanti e non perdere la musicalità dei tuoi discorsi. Gesticola e afferra la realtà intorno a te, perché si sa che i concetti se li spieghi anche con le mani si capiscono meglio. Non ti disunire. Ho la perseveranza di mamma e la curiosità di papà. La generosità di nonna e l’integrità di nonno. Loro sono sempre con me, fanno parte di ogni mia piccola cellula, di ogni mio respiro. Guardano attraverso i miei occhi, sorridono con la mia bocca e parlano con la mia pancia. Non ti disunire. Casa ti aspetta, non va via. Alle volte il richiamo è così forte che non si può rimandare. È un cordone che nasce e muore con noi. Bella Milano, bella Roma, ma casa? Se sono quello che sono lo devo a lei, che mi ha messo in piedi pezzetto dopo pezzetto, come un puzzle. Quando torni ti accoglie e ti sorride appena fa capolino. Vorresti tanto posare quella valigia e disfarla, però forse non è ancora il momento. Non ti disunire. Non è un monito, né un rimprovero. È una guida, una linea da seguire. Forse alle volte è giusto perderla, per poi ritrovarla. È la frase che ci viene sussurrata all’orecchio quando perdiamo l’orientamento e non sappiamo dove andare.

Quella sera siamo uscite dalla sala con la necessità di altri due spritz con il Select, ma alla fine siamo rimaste in silenzio, in attesa che o l’una l’altra riuscisse a dire qualcosa di buon senso. Un vortice di emozioni, difficili da mettere insieme, che erano ferme alla bocca dello stomaco e sono uscite fuori banalmente con le lacrime. Abbiamo girovagato per un po’ riascoltando in cuffia Pino Daniele, per poi tornare lentamente verso casa e digerire quei suoni e quelle immagini. Sono passati otto mesi dalla prima volta che l’ho visto, e in questo lasso di tempo l’ho rivisto altre quattro volte, tra sala cinematografica e Netflix. Forse quei pensieri così confusi adesso hanno un corpo, altri rimangono un po’ in un limbo, ma di un film non penso si possa sempre capire tutto.Ogni mattina quando mi sveglio guardo la bacheca che ho in camera, dove ho appeso il mini – poster del film, accuratamente strappato da una delle riviste della Biennale. Come buongiorno mi accontento, in attesa di guardarlo ancora e perché no di tornare a casa per sentirlo dentro.